L'OSCURA MATERIA DEI SOGNI

Cristiano Cenci

È notte. Una strada deserta viene illuminata dalla luce che proviene da un bar all’angolo. Dentro, al di là dell’enorme vetrata che divide lasciando vedere, una giovane coppia e un altro uomo tengono compagnia ad un vecchio barman chiuso dietro un bancone triangolare. Siedono tutti in silenzio, come ad ascoltare ciò che viene da fuori.
La coppia sembra aspettare che il vecchio serva da bere. Lei è bionda e indossa un vestito chiaro che rende ancora più scuro il completo del suo uomo. L’altro uomo, di spalle rispetto al punto d’osservazione, è immobile e sembra appartenere di più al regno tenebroso della strada che alla luce del locale.
Dei tanti posti in cui mi piacerebbe essere catapultato, quello creato da Edward Hopper in “Nighthawks”, è senza dubbio il più affascinante.
Quante volte mi sono chiesto cosa stanno facendo quei tre personaggi, chi sono, che esistenze conducono, chi aspettano o dove vanno. E ogni volta mi sono dato delle risposte diverse, condizionate dal particolare stato emotivo in cui mi trovavo. E allora ecco che la donna e il suo uomo altro non sono che un’affiatata coppia di gangster che si godono un po’ di tepore davanti ad un buon bourbon, mentre il tipo solitario è solo uno dei tanti randagi della notte, uno che vagabonda di bar in bar sperando di trovare nel fondo del bicchiere chissà quale decisiva verità.
Oppure l’uomo di spalle è un detective privato, una lince alla ricerca di una persona scomparsa, un uomo impegnato a combattere la sua personale battaglia contro la meschinità e la corruzione, che osserva malinconico e ammaliato la vibrante passione proveniente dalla giovane coppia d’innamorati.
Osservando quella scena non posso non pensare al divo Bogart, l’antieroe hollywoodiano che ha dato un volto a Philip Marlowe e Sam Spade, i due investigatori privati nati dalla penna dei padri dell’hard-boiled Raymond Chandler e Dashiel Hammet. Questi due personaggi dietro una impenetrabile corazza da duri nascondono un sentimentalismo che li pone a pieno diritto nel Gotha degli ultimi romantici del novecento. Uomini che a dispetto della pessimistica visione della realtà cercano con tutte le loro forze di portare a termine un’opera “squisitamente morale”.
In quel bar d’angolo vedo seduti uomini comuni, eppure uomini come se ne incontrano pochi, fedeli al loro istinto perché incapaci di seguire altre vie. In quella solitudine esistenziale che bagna le loro vite non possono che ricorrere al puro istinto, quello, per intenderci, che non è inquinato da un diluvio di valutazioni sulle possibili conseguenze delle nostre azioni. Vanno dritti per la loro strada incuranti di ciò che potrebbe loro accadere, senza credere neppure per un secondo che la loro vita possa essere ricordata come qualcosa di grande ed eccezionale.
Le spalle di quell’uomo, chino sul bancone, mi sembrano sopportare tutto il peso dell’isolamento dell’uomo moderno, vittima di una sistema che costringe al successo, alla realizzazione, alla mirabile impresa. I personaggi ritratti da Hopper mi riconciliano con la normalità, con tutto ciò che resta dietro le prime pagine di riviste patinate, con quello che la storia non menzionerà mai e che resterà per sempre dall’altro lato dei riflettori, con chi vive nell’oscurità e nell’anonimato ma che nondimeno lotta giorno per giorno nella convinzione della validità del proprio codice morale. I “Nighthawks” di Hopper sono dei predatori che vivono a diretto contatto con quello che i bassifondi della città e la cultura del risultato e del guadagno ad ogni costo vomitano sulle strade. E loro sono parte di tutto questo, ne sono immersi fino al collo e l’unico sollievo proviene loro da un sorso di whiskey e da un sigaretta, l’immancabile compagna di viaggio. È la ribalta dei solitari, dei nullafacenti, dei perdenti e degli sfigati, gente buona solo per riempire un bar notturno, o per scaldare la sedia di una cassa di un drugstore. Uomini e donne che vivono nelle pieghe di un mondo mediocre e ingiusto, pedoni sacrificabili di una partita di scacchi governata da regole barbare e immutabili.
Così la brillantezza che avvolge i clienti di quel bar si pone come motivo di debolezza derivante da una eccessiva visibilità. Sono esposti e vulnerabili, perché lì fuori, tra l’oscurità della strada si cela il pericolo, la violenza e l’imminente delitto. Un delitto che, come recita una celebre frase dell’agente assicurativo Walter Neff protagonista del film “La fiamma del peccato”, può vestire i panni più insoliti. Quando incontra per la prima volta l’affascinante Phyllis Dietrichson, la voce fuori campo dell’agente Neff mormora: “Come potevo sapere che a volte il delitto ha il profumo del caprifoglio”. E così nella mia fantasia ho visto la donna in rosso del dipinto di Hopper farsi perfida e ammaliante seduttrice. Una Dark Lady disposta a tutto pur di ottenere ciò che vuole, una donna che non esiterebbe un secondo a circuire il più duro degli uomini per fargli commettere un omicidio, una donna capace di avviare una spirale fatta di sesso, amore, morte, congiura e tradimento soltanto per accaparrarsi un premio assicurativo sulla vita del marito.
Sono convinto che la bionda che siede quieta e svogliata al bancone di quel bar sarebbe in grado di fare tutto ciò, anzi forse è proprio quello a cui sta pensando.
Nell’arte di Hopper riconosco la forma visiva del cinema Noir, quello dei film di Howard Hawks, John Huston e Billy Wilder. Come non ricondurre la stazione di benzina de “Il postino suona sempre due volte”, o la casa degli Sternwood in “Big Sleep” alla tetra desolazione espressa da Hopper in “Gas” e “ The Mansard Roof”. Anche il maestro del brivido Alfred Hitchcock renderà omaggio alle atmosfere di Hopper rifacendosi ad “House by the Railroad” per costruire la casa dello schizofrenico Norman Bates di Psycho.
Le opere dell’artista nato sulle sponde del fiume Hudson sono come dei passaggi verso altre dimensioni. I suoi lavori colpiscono forse di più per quello che non c’è, il non detto e il nascosto rispetto a quanto è invece rappresentato. I suoi lavori suggeriscono storie e racconti che spetta allo spettatore far vivere.
È questo che adoro dell’arte di Hopper. Quel continuo rimando al fruitore dell’opera, al quale si chiede di colmare un vuoto, di individuare un prima e ipotizzare un dopo della scena. Riempire di vita una situazione che colpisce per la disarmante inumanità dando voce a personaggi muti e movimento a desolanti paesaggi.
Lo amo perché mi chiama in causa, mi chiede di partecipare alla rappresentazione, di darle un senso e una lettura. Davanti ai suoi lavori non mi sento spettatore ma attore. Forse recito solo una parte secondaria ma non per questo meno importante, perché anche dall’inutile, dal mediocre e dal normale può zampillare una dignità narrativa. E allora ad Hopper posso essere grato e riconoscente poiché mi consente di prendere parte a quell’umana vicenda a cui siamo soliti attribuire il nome di arte.