SHOWGIRLS

by Luca Guadagnino

Di Showgirls, il film di Paul Verhoeven uscito nel 1995, ci si ricorda più che altro delle attrici e dei pali d’acciaio cromato a cui sono attaccate per gran parte della pellicola. La storia, di per sé, è quasi insignificante. Secondo Luca Guadagnino, uno dei più interessanti registi italiani degli ultimi anni, c’è però molto altro. Ce ne parla in questo articolo, e in fin dei conti ne siamo contenti, perché adesso non dobbiamo più nascondere il fatto che Showgirls ci è sempre piaciuto.

Sono passati dodici anni esiziali da quando Showgirls fu visto per la prima volta. Era un poema sovversivo sull’invisibile: la nostra paura dell’oggetto per eccellenza dell’economia iper-ideologica del Capitale: il sesso femminile.

A quel tempo la trasformazione della fruizione del Cinema in macchina moderata del desiderio era compiuta ma non del tutto evidente.
Pensavamo ancora che un film fosse (per tutti, consci o meno) un oggetto del pensiero.
Che il senso del Cinema (i suoi sensi?) stesse nella “visione” e non nella storia/messaggio/dialogo.
Solo adesso che possiamo mettere in prospettiva e capire vediamo il trionfo del ricatto del primo piano e dell’immediatezza moderata, ovvero del suo integralistico eccesso di controllo della nostra jouissance, che si auto-produceva nelle menti dei cineasti.
Per questo Showgirls era una bomba allora e lo è ancora più radicalmente adesso.
Se siamo d’accordo che delle buone maniere al cinema non ce ne facciamo un cazzo (a mente: Das Leben der Anderen, The Departed, Babel, tutto il cinema europeo, Irina Palm, Moretti, ect etc), se vediamo la corruzione in chi dovrebbe avere gli anti-corpi resistenti alla disciplinazione (come altro intendere Eastern Promises di Cronenberg? Sinfonia dell’incoscio omoerotico intossicata da cadenza televisuale) e se infine vediamo anche che cineasti medi come P.T. Anderson cercano di spaccare ma riescono solo partendo dalle buone maniere (There will be blood, che deve obbligatoriamente esibire il suo heritage sofisticato) allora se siamo in grado di fare (o ne abbiamo voglia, nessuno ovviamente ci obbliga, a parte i corsari) questo sforzo di comprensione dell’(ir)reale del Cinema, Showgirls è un vertice assoluto.

Il film si presenta con alcune stimmate che sono apparentemente di difficile confutazione: trash nel soggetto, trash e kitsch nella messa in scena, melodrammatico negli esiti emotivi.
Il massimo a cui può essere destinato dagli arbitri del gusto sembra di essere un cult negativo-camp.
Ma si tratta di un enorme sbaglio prospettico.
Paul Verhoeven, l’olandese volante di Hollywood, un pazzo che ha sempre guardato in faccia il buco del culo del Cinema, quindi della vita chè da lì bisogna partire (Back to Spetters, De Vierde Man, Flesh and Blood, Starship Troopers…) a tutto poteva essere interessato tranne che a fare un film involontario.

Per questo, come disse in un’intervista di poco dopo l’uscita di Showgirls, conscio della magnitudo della macchina da presa del desiderio che aveva creato e dei suoi scontati esiti-flop, aveva fatto molta attenzione a firmare un contratto per un altro film (il successivo seminale Starship Troopers) prima di far vedere qualsiasi immagine del precedente.

A Hollywood vali quanto il tuo ultimo film e Paul Verhoeven sapeva già che un film come Showgirls, direi una presa di posizione come Showgirls, avrebbe significato problemi per lui.

Il film a me sembra come un saggio di Žižek.
Il suo senso sta tutto nel paradosso, come per il filosofo sloveno.
Il paradosso di un azione esplicita triviale (la descrizione del mondo delle stripper e l’uso del nudo e del corpo femminile in modo voyeuristico) contro un’azione sotterranea che affiora inconsciamente nello spettatore (quel corpo femminile che diventa oggetto molesto, curva perturbante del desiderio dall’abisso patriarcale alla deflessione trasgender).

Nomi Malone/Elizabeth Berkley non sono (chè un personaggio è sempre almeno due) la merce del sistema delle immagini. In questo senso lo è senz’altro la serie di corpi crivellati-maciullati-esplosi del contemporaneo las-vegastico Casino. Lì dove Scorsese sembra obbligato alla sua firma, al marchio della sua gloria, Verhoeven può spiazzare innanzitutto se stesso congegnando una protagonista che sfugge alle classificazioni.
Nomi è alta, grandi tette ma brutto culo piatto (e il culo, nella lapdance e nell’economia anale del Capitale iperideologico deve essere bello, deve ornare la merda che produce, deve ricordare al maschio cosa vuole e alla femmina cose deve dare) ti scopa selvaggiamente se sei bianco ma anche se sei nero o donna. Ma soprattutto Nomi è una puttana, conosce il labelling del suo corpo, cerca di sfuggire ad esso e quando è obbligata a confrontarsi con questo prezzo diventa una macchina di distruzione.

Quindi: vedi Nomi, vuoi essere su di lei. Ma lei gestisce il gioco. E lei può decidere dove si disegna il confine dell’Altro. Se poi lo varchi sono cazzi tuoi: la scena in cui ammazza quasi di botte lo stupratore della sua migliore amica è sublime, appunto.

Difficilmente mi viene di classificare la maestria della messa in scena di questo pensiero cinematografico come trash o kitsch.
Piuttosto invece vengono in mente da un lato la Hollywood classica di Sirk, Cukor e Mankiewicz, quelli che giravano tutto dal finto e lo facevano così bene che le nostre vere vite mutuavano destino da quelle da loro create. Imitation of life è infatti il titolo di una delle opere più complesse di Sirk. La storia di una diva del cinema e della amicizia lunga una vita con la sua domestica negra.
La politica delle differenze che ancora adesso si dibattono negli Usa tra Obama e Clinton da dove vengono se non da lì?
Ciò di ancor più radicale che fa Verhoeven è di parlare della differenza esiziale: quella del femminile.
Mostra la Gorgone bene in faccia da novello Courbet: guarda la fica e ti fa guardare con gli occhi della fica.
Adesso, se siamo d’accordo con Groddek, della fica abbiamo tutti un pò paura e per questo vogliamo vestirla di un abito rassicurante, modesto, controllato.
Showgirls questo abito lo strappa, ne confeziona uno nuovo, scomodo, autonomo e lo pantografa gigante in sequenze coreografiche sempre a prospettiva triangolare (tutti i numeri di ballo, assurdi per precisione e durata, sono sempre basati sui tre angoli: Nomi-Cristal-corpo di ballo) e in set mimetici mai leziosamente di stile (per esempio quello che accade in Casino e in American Beauty di Mendes che saccheggia come un turista dell’arte entrato in Saatchi Gallery le punte acuminate dell’arte ’90 per farne iconografia senza mordente).

E quindi spogliata e rimessa in campo la Fica di Verhoeven diventa il nostro sguardo e noi vedendo il film ne siamo anche molestati perché costretti a partecipare dentro questo sguardo non invece, abituati come siamo, a giudicarlo.
È sempre una questione di sguardo.
Quando, sempre con Žižek, un’immagine dell’Altro ci colpisce negativamente (il palestinese, il terrorista, la kamikaze, il deforme post-traumativo) chiudiamo gli occhi, spostiamo gli occhi, usiamo una decalcomania per i nostri occhi che ne cambi il segno.
Ma quando, guardando un film, siamo agganciati a quell’immagine reagiamo con un rigurgito.
Quel rigurgito è il giudizio che dobbiamo dare. Ma a noi stessi non al film.

Per questo Showgirls, enormente divertente in senso alto e non kitsch tranne che per froci repressi e donne mascolinizzate, è anche un’esperienza molto faticosa, faticosa perché densa.
Che richiede una partecipazione attiva costante, disseminata come è di indicazioni possibili per una nuova etica sovversiva:

1) Nomi Malone malinconica preconizza le star wars dell’immaginario nel XXI secolo mangiando il suo sanguinante hamburger sul tetto di un edificio dove divampa la fiamma di luci di un insegna.

2) Sempre ornata di luci Nomi scopa performativa il ceffo in piscina. Si dibatte si agita si inarca ulula. Si calma. Un corpo che conta per sé, non cliccato da lui…

3) Nomi visita la rivale che ha fatto cadere per prenderne il posto come star dello show. I corpi che contano, ancora una volta femmine, si ammirano. La showgirl rotta brama quella che l’ha rotta. Si baciano. Un sottile filo di saliva le lega. Bava leggera e fortissima, irrispettosa saliva oltre Genere: l’abbiamo rivista solo in quel Tarantino-Boulevard de la mort dove le protagoniste maciullano il maschietto sadico.

Se, come dice Jacques Rivette, Showgirls è un capolavoro satirico, satira dell’immaginario ipertrofico Capitalistico, possiamo allora chiederci se il suo sguardo sia la satira del nostro eccesso normativo? Verso una joiussance deranged?

(01/5)