ANDREW WK

by Francesco Farabegoli

Andrew WK per molti versi è una pop star. Ha prodotto diversi dischi da solista ed ha collaborato con un numero non precisabile di musicisti d‘ogni genere. Può alternativamente essere visto come un mito da teenager o come un personaggio culto dalla fisionomia oscura. Un ibrido di pop, metal e dance che in questa intervista abbiamo cercato di conoscere meglio, partendo dai Wolf Eyes e Lee Perry, passando per i tastieroni metal anni ‘80 e le settantasette batterie dei Boredoms.

L’accoglienza critica al primo disco di Andrew WK, I Get Wet, è stata controversa. La maggior parte della critica “bene” ha semplicemente skippato sul progetto bollandolo come ennesima declinazione nu-metal virata eighties per arraffare altri soldi ai teenagers, ad opera di una specie di anacronistico burino del Michigan in preda a non si sa bene che brutto trip. Il successivo The Wolf è stato accolto con una maggiore confidenza: qualcosa era girato ed Andrew aveva incontrato i primi favori della critica più attenta. Da The Wolf ad oggi è semplicemente aumentato il numero di attestati di stima, corroborati in gran parte dall’incredibile CV che Andrew WK ha accumulato negli ultimi anni. Registra l’ultimo disco di Sightings e To Live And Shave in LA, è attivamente coinvolto nella produzione dell’ultimo disco di Lee Scratch Perry, ha suonato dal vivo con un sacco di gente insospettabile.
Abbiamo intervistato Andrew per due motivi. Il primo era di capire meglio quell’approccio al fare e all‘ascoltare musica, più elastico e che non parta dai generi. Il secondo era di capire quanto del progetto Andrew WK, così parossisticamente tamarro e gioviale, fosse studiato a tavolino, e quanto veicolo di reali bisogni espressivi. E per puro caso ci siamo ritrovati al cospetto di un artista che non prova alcun bisogno di catalogare la propria opera, muovendosi secondo uno schema libero che lo porta ad implementare ogni progetto giunga alla sua attenzione.

Ad un certo punto, qualche anno fa, si è iniziato a vedere il tuo nome tra i credits dei più disparati concerti/dischi, quasi che tu abbia iniziato a stare stretto nei panni del neo-divo. Così hai iniziato a collaborare con Sightings, Boredoms, To Live And Shave in LA e quant’altro.
Nel passato ero in tour tutto il tempo, viaggiavo e facevo concerti con il mio gruppo, era una cosa che andava avanti dal 2001. Non avevo molto tempo da dedicare alla parte creativa, ma è stato un periodo importante: suonavo dal vivo le canzoni dei miei dischi per la gente che le voleva ascoltare, è importante far sentire le tue canzoni dal vivo. Semplicemente dal 2004/2005 passo meno tempo in tour ed ho occasione di fare il resto. Conosco Mark Morgan da qualcosa come dieci anni, sono sempre stato un fan di Sightings e ho semplicemente sentito di poter fare un buon lavoro collaborando con loro e registrando Through The Panama.

Disco uscito su Load, la quale ha stampato anche l’LP del tuo ultimo disco.
Ben di Load Records è un altro amico di vecchia data, siamo sempre stati molto amici (lo conobbi a diciott’anni a Providence), avevo un disco bell’e pronto, era già uscito in Giappone e non ancora in America… Lui ha sentito il disco e gli è piaciuto. Mi ha detto “Ehi, magari potrei farlo uscire in vinile”, e io ho detto “ok, figo.“

La collaborazione con Lee Perry invece come è nata?
L’ho intervistato per un mio spettacolo TV, poi ho incontrato qualcuno del suo staff e abbiamo iniziato a parlare di quello che stava facendo. Forse è stato tutto l’interesse che mostravo, in fin dei conti è affascinante sapere che un uomo con il passato di Lee continui a stare dietro alle sue cose e a registrare e comporre musica nuova… Comunque a un certo punto Lee mi ha chiesto di collaborare al suo nuovo disco. Ho lavorato con lui nel ruolo di produttore, organizzando le cose per il suo disco. Lee è un musicista e compositore incredibile, io l’ho solo aiutato a raggiungere gli scopi che si era prefissato. Non avevo mai fatto musica reggae prima, ma Lee mi è sempre piaciuto, la musica che fa e il modo in cui canta; così mi sono imbarcato nel progetto senza pensarci. Sulla carta un accostamento tra noi non ha davvero senso, io sono una persona molto diversa da Lee e faccio musica molto diversa da quella di Lee; ma in fin dei conti è uno dei contesti che preferisco, quando le cose sembrano non avere senso sulla carta e invece alla fine ne trovano uno. E poi mi piace lavorare a musica composta anche da altri, e che non mi preveda come cantante. Quando affronti cose che non vengono fuori dalla tua testa hai modo di imparare un sacco di cose.

E quello che impari finisce nei tuoi dischi solisti? Tecnicamente non è ancora stato possibile ascoltare materiale realizzato dopo tutte le tue esperienze extra-AndrewWK. Suonerà in maniera radicalmente diversa? Hai in mente cose da sviluppare al di fuori della sfera d’influenza dei tuoi album solisti?
Non saprei. Ho registrato diverse cose da quando sono coinvolto in tutti questi progetti, in diversi momenti, quando lavoravo per altre persone ad altre cose, mi sono sentito davvero ispirato. Ma non so fino a che punto si rifletteranno queste esperienze quando darò una forma ad un nuovo disco. Vedi, i miei dischi sono molto legati tra loro, nonostante sia possibile sentire delle differenze tra l’uno e l’altro: mi sembra un modo normale di pensare a un quarto disco, conterrà diverse cose nuove ma che sarà comunque fortemente collegato agli altri.

Hai anche partecipato al concerto 77 Boardrum, a New York, organizzato dai Boredoms. Yamataka Eye e settantasette batterie. Puoi spiegarmi di che si trattava?
È stata una delle cose più belle a cui ho partecipato. Hanno disposto i batteristi in una spirale. Al centro della spirale, nella parte più interna, c’erano i batteristi dei Boredoms, che avevano scritto i pattern di batteria e si son messi a suonarli. Così, dall’interno all’esterno, ognuno imparava il pattern di batteria dal batterista precedente.

Sul momento?
Sì, esatto. Il batterista vicino a te suonava una parte e tu dovevi suonare la stessa parte. Il batterista dopo imparava la parte da te. Io ero il n.57, quindi nell’ultimo anello. Quando mi sono unito la maggior parte dei batteristi stava già suonando. Avevo batteristi davanti che stavano suonando la stessa parte che avrei suonato io, ma dovevo imparare la parte da quello alla mia destra. Alla fine è stato un successo strepitoso di pubblico: avevano pianificato l’evento aspettandosi tre o quattromila persone, ma alla fine penso ce ne fossero più di quindicimila, avevano invaso il territorio circostante e il ponte e le strade, c’era troppa gente… davvero un grosso successo.

Un’altra delle cose che più spesso capita di leggere su di te è l’affaire-Wolf Eyes. Hai lavorato con la band, giusto? A sedici anni o qualcosa del genere…
Verso i diciassette/diciotto anni, non appena mi trasferii a New York. Nate era un amico e finimmo a suonare assieme sotto quel nome. Poi lui tornò in Michigan e io ho iniziato a lavorare alle mie cose.

Qual è il tuo rapporto odierno con quella scena musicale? Prurient e cose così, intendo.
Prurient lo conosco, ed è una persona stupenda. Qualche anno fa Aron Dilloway mi raccontò di questo ragazzino di nome Dominic che parlava sempre del fatto che un giorno si sarebbe trasferito a New York e avrebbe aperto un negozio di dischi. Sembra strano a dirsi così, ma a causa di tutte le difficoltà che ci possono essere non l’aveva mai fatto nessuno. Lui è arrivato e ha aperto la sua attività, e continua a mandarla avanti assieme al progetto Prurient. Già questo, di per sè, significa che è una persona intelligente e sa muoversi. Comunque per quanto riguarda la musica noise, non direi di esserci molto dentro… e insomma, non la chiamerei nemmeno musica noise. È semplicemente musica, io sono interessato a qualsiasi artista che crea qualcosa. Non mi sembra molto sensato fare distinzioni di genere se parliamo di creatività. Nel momento in cui qualcuno fa qualcosa di interessante cerco di approfondire, ed è facile trovare qualcosa di interessante se ascolti con attenzione.

Ma di solito il percorso di ascolti di una persona è sempre il frutto di scelte, non ti pare? Cerchi qualcosa nella musica e ti specializzi in quello, no? Forse è il fatto che non dividi la musica in generi a rendere interessanti i tuoi lavori in ambiti così diversi…
Sono d’accordo, probabilmente è un buon punto di vista. Quando suoni non sei concentrato sul fare una cosa che risponda a certi criteri, almeno io non faccio questo. Mi concentro sul fare qualcosa che suoni bene, che abbia un buon feeling. Non mi pongo domande di altro tipo. Penso sia normale.

Normale? Non saprei. Se non sei l’unico con questo genere di impostazione sei sicuramente il più in vista. Un altro che mi viene in mente è Chris Corsano, che ora lavora pure con Bjork… ma è diverso. Lui non aveva il tuo successo, prima di lavorare con lei.
Chris è un batterista eccezionale, dalle nostre parti ha una reputazione gigantesca. È uno di quei musicisti che davvero possono suonare tutto quel che vogliono riuscendo sempre e comunque a fare cose interessantissime, anche in un contesto molto popolare come può essere un lavoro con Bjork.

Non credi che in qualche modo siano relazioni un po‘ pericolose? Corsano, il suo percorso di artista, un impianto commerciale gigantesco come quello di Bjork… O un altro esempio può essere Madonna, che assolda produttori molto di grido e costruisce la sua immagine di artista in perenne movimento. Non ti pare iniquo, o quantomeno che si rischi di entrare in una situazione d‘impasse in cui il musicista eclettico fa la musica e la popstar fa la grana, e poco altro?
Non saprei. Diciamo che il rischio c’è. In certi casi sarei d’accordo con te, ma per la maggior parte no. C’è un aspetto di performance che va valutato. Probabilmente in questi scenari c’è qualcuno che sta dietro, si sobbarca una fetta di lavoro durissimo in fase creativa. Ma è la popstar che poi si sobbarca l’onere di metterlo in scena, è lei quella che deve metterci l’energia che serve a renderlo un successo mondiale; e poi la persona che ha fatto la musica trae beneficio dell’energia che chi esegue la performance ci mette dal vivo, portandola in giro per il mondo. Voglio dire, francamente nel caso di Bjork credo si possa davvero parlare di una collaborazione in senso classico, una mutua relazione di aiuto. E certamente l’artista che cede il proprio lavoro a Bjork finisce per fare molti più soldi di quanti ne farebbe continuando a fare le proprie cose da solo. Guadagnano entrambi qualcosa.

Vorrei passare in rassegna il tuo progetto solista, la tua principale attività. Vorrei che me ne spiegassi i termini generali: a posteriori, dopo tutte le tue collaborazioni e prove di abilità, ha l’aria di esserci in Andrew WK una sorta di tendenza a decontestualizzare, a confondere le carte... guardo la copertina di I Get Wet e mi fa un effetto, non so, qualcosa che sta a metà tra dirty e arty. È una cosa voluta?
L‘intenzione era quella di creare una musica che fosse eccitante, facile da comprendere e divertente da ascoltare. E di trovare il modo più rumoroso ed eccitante di eseguirla e spararla dalle casse: usare gli strumenti tradizionali del rock’n’roll per trovare un particolare feeling, non una musica ma un feeling. Cerco di ottenere un risultato finale che possa essere descritto come una sensazione fisica, più che un suono.

Quindi in qualche modo qualcosa di estremamente fisico ma mosso da una grande componente intellettuale per trovare un’esasperazione, un punto di rottura?
Un po‘ tutte e due. Parto da un feeling e ci appiccico sopra delle idee, o parto da delle idee e vedo se generano un feeling. Le cose che faccio si avvalgono di entrambe le componenti, camminano fianco a fianco. Penso che quello che rende le cose diverse rispetto agli altri gruppi è che Andrew WK, ehm, non è un gruppo. Sono sempre io, applico le mie idee e le mie concezioni alla mia musica, quindi la mia evoluzione diventa l’evoluzione della mia musica.

Dal punto di vista strettamente produttivo come ti poni nei confronti della musica elettronica? Ne usi, e in che misura?
Mi aiuto con il computer ma non molto, e partendo sempre da strumenti veri e propri. Nel senso, posso usare una drum machine ma è inserita nella tastiera, o posso usare i computer per registrare le parti… ma quello che faccio principalmente è suonare i miei strumenti, non ho intenzione di muovermi in altri modi al momento. Comunque c’è molta gente che fa uso di elettronica in modi creativi e stimolanti. Molto rap, ad esempio, cose tipo Hurricane Chris. Mi piacciono tantissimo gruppi come Daft Punk, usano un sacco di campionamenti ma fanno un grandissimo lavoro al computer. Lamentarsi del computer non è diverso dall’atteggiamento di chi ebbe da ridire quando le chitarre diventarono elettriche. Adoro totalmente la musica falsa, finta: non importa quanto possa sembrare superficiale o robotica, salta sempre fuori una coscienza che sta dentro alla musica.

La coscienza di qualcuno che sta dietro alla musica? O proprio dentro la musica stessa? Come una specie di dio?
Dio, sì. È la parola che avrei usato io. C’è sicuramente qualcosa di innato nella musica: è qualcosa che non può essere cancellato dalle tecniche con cui la produci, perchè la musica non è come un take away. È qualcosa che ogni volta è unico, come le sue caratteristiche di magia, i suoi tratti spirituali, la rendano sempre unica e speciale.

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