JOLLY

Ilaria Gianni

“(…) Tanto necessariamente l’artista è l’origine dell’opera in modo diverso da come l’opera è l’origine dell’artista, quanto certamente l’arte resta, in una modalità ancora diversa, l’origine, al tempo stesso, dell’artista e dell’opera. Ma l’arte può mai essere qualcosa come un’origine? Dove e in che modo si dà arte?” Martin Heidegger

L’altro giorno, all’ennesima mostra di video arte, satura di immagini, mi sono trovata ancora una volta circondata da volti dalle espressioni perplesse e infastidite. Non potendo fare a meno di seguire con lo sguardo le persone presenti – mi sembrava quasi più interessante che guardare le opere - non ho potuto fare a meno di captare le interrogazioni che si ponevano i presenti. Ammetto di essermi trovata io stessa in grande difficoltà pensando alla definizione di arte. La citazione di Heidegger testimonia il fatto che non mi stessi ponendo un quesito così originale. Come ci si relaziona al mondo dell’arte? Ruoli che si sovrappongono, mezzi che slittano, comprensione difficile. Se tanta gente della mia generazione non riesce ad avvicinarsi alla creazione artistica odierna, e nutre spesso diffidenza e rancore verso ciò che vorrei comunicare, forse sussiste un problema. Non credendo di essere in grado di risolvere questa eterna diatriba, quello che ritengo sia necessario è creare i presupposti per un vero scambio tra arte e pubblico che deve partire dalla volontà di affrontare le questioni che sorgono ascoltando più punti di vista. Un confronto che deve avvenire grazie ad una profonda messa in discussione di certezze e pregiudizi attraverso un dibattito da aprire con chi questo mondo lo vive. E’ per questo che ho deciso di riportare la mia chiacchierata con un Olivier Maarschalk.
Nato nel 1978 in Olanda, Olivier lavora con più mezzi interrogando lo spazio che lo circonda e mettendosi in relazione la gente che lo popola. La mia scelta è ricaduta su di lui in quanto, oltre a considerarlo uno tra i più promettenti artisti delle prossime generazioni, corrisponde all’idea che ho della figura ambigua dell’artista nella nostra società.

I: In questa era e in questa società, specialmente all’interno del mondo della cultura, è molto difficile avere un unico ruolo. Confrontandomi con giovani artisti, critici e curatori, mi sono resa conto che tutti – spesso per necessità – rivestono più ruoli. Credo che questa perdita di “figure uniche”, sia una realtà con cui la nostra generazione deve fare i conti. La società in cui viviamo, specialmente in Italia, sta tagliando fuori dai suoi schemi i professionisti della cultura cercando di creare tecnici e merce. Ti ritrovi in quello che dico?

O: Questo aspetto di cui parli non lo si può ignorare. Mi sono ritrovato all’interno di questi meccanismi che a mio modo cerco di sfidare. In Olanda le basi su cui poggia l’arte contemporanea sono abbastanza solide, e le opportunità, se sei abile a cercartele, esistono. Per necessità sono stato tassista, operaio, postino; ma non vivo male questa situazione. Il vero problema sta nel fatto che come dicevi tu, la nostra società attribuisce un ruolo di produttore all’artista e un ruolo di mercante al curatore, mentre è stato completamente dimenticato il ruolo culturale fondamentale che l’artista ha detenuto nei secoli. Per quanto considerato un ruolo superfluo e quasi inutile, l’artista è portatore di qualcosa di assolutamente fondamentale per l’evoluzione del pensiero.

I: Così come viene a mancare la stabilità dei ruoli, vacilla anche la fissità dei media. Un artista non lavora più solamente con un medium da molto tempo…

O: Io lavoro con la performance, la scultura, la musica e i suoni (è diverso e tengo a sottolinearlo). Interferisco con i luoghi e i suoi abitanti per sperimentare gli ambienti in maniera più personale. Solitamente faccio installazioni o performance dove uso strutture comuni in maniera diversa. Nel lavorare cerco di rendere invisibili cose visibili. Trovo le performance un modo molto diretto per comunicare un concetto ad un pubblico in un contesto site specific. Nel momento in cui metto in atto una performance improvvisamente tutti gli aspetti su cui ho riflettuto, tutte le caratteristiche di quel luogo e delle persone che lo compongono si combinano. Quando invece lavoro su una scultura o su una installazione, la fase processuale è molto importante. Comincio con un concetto su cui mi concentro e che mi guida fino alla costellazione finale facendomi sentire tutt’uno con l’ambiente.

I: Come risolvi la diatriba – tanto attuale, quanto inesplorata - tra suonare musica e creare sound works?

O: Che ci sia una differenza è chiaro, ma dovrebbe essere un problema? Ribadisco che non mi considero affatto né un musicista, né un sound artist perché mi considero semplicemente un artista che sperimenta vari meccanismi e si diverte a giocare con media differenti. C’è un pezzo che ho fatto che si chiama “30 minuti”, ed è il suono del feedback di un unico mixer. Mi interessa il fatto che si possono creare questi suoni soltanto con un mixer e con fili non posizionati correttamente. The Hitmachine (vedi www.ole-record.com) è il gruppo in cui suono. Non abbiamo testi, improvvisiamo e basta. Nessuno lo sa quello che succede in realtà! Anche qui ho un approccio da artista – si può dire? Non suono uno strumento, suono semplicemente il momento.

I: Il pubblico che osserva l’arte contemporanea si trova spesso in difficoltà a comprendere e distinguere le forme d’arte. I confini tra musica e suono, cinema e video arte, pubblicità e fotografia non sono sempre chiari. Diventano chiari solo quando si posiziona il prodotto o l’opera nell’apposito contenitore. Perché pensi ci sia questa difficoltà nell’approccio verso l’arte contemporanea?

O: Da una parte credo sia una mancanza di voglia di comprendere, dall’altra parte credo sia davvero difficile. La gente spesso non ha, o non prende, tempo per capire le immagini che la circondano. C’è troppa informazione visiva e il contesto in cui questa informazione è posizionata non è sempre chiaro, nonostante lo sembri. C’è sempre un po’ di ambiguità. E’ difficile captare l’esatta intenzione delle immagini. La maggior parte delle immagini sono usate per fini commerciali quindi viene più facile relazionarsi con quel tipo di significato. Per quanto riguarda il pubblico dell’arte – intendo gli addetti al settore – provano troppo ad attribuire nome ed etichette. Secondo il mio punto di vista, le persone – dunque anche gli artisti – sono creature non trasparenti con menti non trasparenti. L’arte è un modo per esprimere idee e emozioni che altrimenti rimarrebbero nascoste o uscirebbero fuori frustrate.

I: Che cosa puoi dire ad uno spettatore che afferma di non capire l’arte contemporanea?

O: Non provarci troppo, libera la mente e non giudicare. Cerca di fare esperienza dell’opera d’arte e poi cerca di relazionartici. Ci sarà sempre qualcosa che spunterà fuori. Sembra una banalità ma è così.