ARIEL PINK

Francesco de Figueiredo

“i am a zombie. mummified and pruned by years of deafh-rock causing friction between my chafe and loins emitting swirling toxic gas clouds of noxiously malignant fibromialsia…”

Ariel.
Ariel Marcus Rosemberg Pink, classe 1978 e nativo delle colline di Los Angeles. Studente del California Institute of the Arts, come artista ha collaborato già con Ed Ruscha e Jim Shaw.
Nella musica Ariel trova una elaborazione intima del prodotto artistico in senso pieno. E’ dal 1996 che Ariel autoproduce tracce - circa 500 - da solo e in modo totalmente analogico. Dentro casa, il giovane autarchico ha definito un universo espressivo fuori dalla norma, individuale, atipico.

Protesi.
Un registratore Yamaha 8 Track cassette.
Una chitarra, qualche tastierina giocattolo, e la voce che, oltre a servire per le mansioni che solitamente le spettano, funge anche da batteria incredibilmente verosimile.

La luce.
“We rocked your album on tour, we wanna release it on our own label…”
Gli Animal Collective, che trovano più o meno casualmente un suo cd-r dalla grafica sghemba, invaghiti dal pop bizzarro e inquieto decidono di rivelarlo al pubblico, nella sua interezza, senza metterci mano alcuna. Proprio attraverso la loro Paw Tracks, etichetta fino a ieri ad uso esclusivo dei membri.

Così l’occhio di bue punta Ariel Pink.

E la fioca luce dei “riflettori indipendenti” si accende…

Ariel’s Pink haunted graffiti2: the Doldrums/ Vital Pink (Paw Traks, 2004)
Ariel’s Pink haunted graffiti: Worn Copy (Paw traks, 2005)

Traslazione. Primo atto.
Le due raccolte edite dal collettivo animale sono poco rappresentative dell’universo effettivo di Ariel, costituiscono un artefatto. Per capire la materia musicale di Ariel bisognerebbe eludere questo dolciastro apologo del musicista introspettivo e talentuoso rivelato al pubblico dal mecenate garante e dallo spirito nobile. Bisognerebbe, per noi d’oltreoceano, ricreare un immaginario tutt’attorno alla sua musica: imbatterci casualmente in un prodotto creativo che rifiuta di inserirsi nelle prassi del mercato - indipendente o major che sia - ridisegnare un nostro rapporto intimo con un cd-r che ha ancora i segni delle dita sporche di Ariel, che ha ancora addosso “l’odore” di casa sua, e che probabilmente ci ha venduto durante un live in qualche sotteranea cantina.

Robert Stevie Moore, l’antesignano a cui segue il pedissequo.
L’antesignano più diretto è R. Stevie Moore, musicista americano, geniale, di vecchia data, che dal 1976 si fa portavoce sotterraneo del “Do It Yoursef” più radicale: ha composto-eseguito-prodotto-stampato una quantità impressionante di cassette, sostando consapevolmente da oramai trent’anni in un minuscolo cono d’ombra, schivando volontariamente le luci del mercato discografico. Il pedissequo universo di Ariel è pervaso dalla presenza di questo personaggio, ovunque ci sono segni della sua esistenza, è stato ciò che lo ha portato ad elaborare l’arte come prodotto musicale autonomo, riversando il suo pop bastardo su dei cd-r, con copertine disegnate a mano e vendute come singole unità, lontane dai processi di serializzazione discografica.

Nulla di nuovo.
Considerando il profilo prettamente compositivo c’è chi dice bene: la musica di Ariel Pink può essere accostata a quelle forme di pop, rock, e new wave dalla venatura psichedelica dei settanta e degli ottanta. Non c’è molto di nuovo. Le forme compositive degli strumenti e della voce sono quelle, geniali ma già esistenti, non si può certo parlare di innovazione. Alla mente vengono David Bowie, i Flaming Lips, gli Human Legue, i Suicide, Phil Spector, Tiny Tim.

Materia oscura.
Ma nonostante i predecessori, c’è qualcosa che discosta Ariel Pink da tutto il resto, che circoscrive uno spazio singolare, inquieto:
la modalità di produzione.
Goffa, sghemba, primitiva, infantile. Senza alcun ritegno Ariel declina le pratiche del buon produttore: i livelli degli strumenti saltano, le voci in falsetto e i riverberi si sovrappongono, le strambe linee ritmiche legano solo a tratti con un una linea di basso improbabile. Il pop diventa lacerante e obliquo, si fa’ rappresentante di una pulsione malsana, sociopatica, alienante.

Crust-pop inquieto, a bassa fedeltà.
Trascuro per un momento le mode, mi allontano dalle produzioni lo-fi studiate a tavolino da aguzzi discografici pronti a soddisfare le tendenze del mercato; considero invece la bassa produzione del punk e del garage, dove risiede la vera essenza delle produzioni a bassa fedeltà: far trasparire tutto, anche il marcio.
La canzonetta di Ariel, a contatto con il lo-fi, si trasforma in un mutante, ricrea attorno un ambiente angusto, orrorifico. L’iconografia delle forme pop si ammala e genera allegorie paradossali, tutte le forme delle strutture musicali a fruizione popolare vengono triturate dentro quel registratore Yamaha a cassette, tutto viene usurpato dalla produzione tardo-infantile e distruttiva di Ariel Marcus Rosemberg Pink.

“Good Kids Make Bad Grown Ups”.
La prima traccia di Doldrums la dice lunga, davvero come molti creativi Ariel sembra non aver superato l’ostica soglia dell’adolescenza: i falsetti, i testi, le tastierine giocattolo, i titoli ingenui, fanno trasparire la regressione, rendono il senso complessivo di una attitudine che unisce il lustro delle capacità creative all’immediatezza espressiva dei bambini, ai capricci nervosi ed inquieti dell’età dell’incoscienza.

Rapito.
Tutto ciò mi ha rapito, mi ha portato in una dimensione in cui il sapore delle emozioni sottocutanee deviano in un percorso che già conosco, vicino - più di quanto si possa pensare in un primo momento- alle estremità creative della musica più ostica e violenta.

Primordiale.
Ma non posso nascondere la difficoltà che ho incontrato nello scandire la mia vicinanza al suono di Ariel. Se si decide di andare oltre la percezione epidermica che si ha della corporeità artistica bisogna creare una dialettica con sé stessi: io oggi ho dovuto scavare a fondo per comprendere la natura della fascinazione nei confronti della sua musica.

Traslazione. Secondo atto.
Questo perché probabilmente il tutto è nato da una partenza falsata. E questa erronea partenza non può essere che dovuta alla modalità con cui ho incontrato la prima volta i suoi suoni inquieti.
Infatti le raccolte edite dalla Paw Tracks costituiscono un artefatto. E di conseguenza quest’artefatto non rappresenta la materia effettiva, è semplicemente un organo di diffusione a posteriori. Questa traslazione nonostante mi abbia dato la possibilità di ascoltare, mi ha privato inevitabilmente del senso intimo, del feticistico cd-r, del contesto reale entro cui la musica dell’autarchico della città degli angeli si muove.

Irriverenza.
Per questo non riesco ad essere grato agli Animal Collective, mi sento privato di qualcosa di fondamentale. Eppure, lo stesso entusiasmo che provo io oggi, ha portato Panda Bear e soci a scavalcare il limite della forte territorializzazione della musica di Ariel Pink, dando la possibilità a molti (me incluso) di conoscerlo.

Fiume
E questo ora aprirebbe un universo di parole, una montagna di riflessioni sulla riproducibilità dell’arte e le sue rischiose conseguenze, su quanto Ariel, a differenza del suo idolatrato Stevie Moore, abbia avuto poco carattere, e su quanto lo spirito colonialista persista ostinato nella cultura occidentale.

Magari un’altra volta…
Ma in fondo non è questa la sede per riflettere di tali amenità intellettuali, in fondo oggi preferisco celebrare a modo mio il goffo e bizzarro bambino californiano, indulgendo sulla beffa… concentrato sulla sostanza.

(01/5)