TRANCE O NONCHALANCE

Andrea Proia

Inquietudine dal lontano oriente

Compri un acciondino, la prego, signore, compri un acciondino… compri un acciondino… compri un acciondino… compri un…
O mio Dio. O MIO DIO. La cosa che mi fa più paura, in questa notte spalancatasi innanzi a me dopo la visione de “La resurrezione della piccola fiammiferaia”, è sapere che questi c’hanno la bomba atomica.
Immaginate una fredda notte coreana dove i destini di uno smanettone paranoide e di una piccola fiammiferaia dal curioso accento romano vengono uniti in un videogioco fatale ma fatalmente senza senso.
Lui è Ju, l’eroe del film: un ragazzo “come noi” che consegna a domicilio i pasti col motorino (senza casco ché in Corea sono ancora in fase prima liceo), e che sogna di diventare campione di videogames, come il suo migliore amico che invidia un po’, ma che non si accorge di avere già il cervello in pappa. Lei d’altronde è una rimastina pixellosa con il vizietto del butano che vaga sotto una nevicata fiabesca e come Santa Rita s’accascia ad ogni angolo di marciapiede.
Immaginate una strana farfalla luccicante che compare dal nulla, scompare nel nulla per poi incautamente riapparire verso la fine su un mare in tempesta. Immaginate.
Immaginate che su quello stesso mare in tempesta all’improvviso compaia lei, la piccola fiammiferaia – in catalessi come sempre – che, con un mitragliatore a tracolla, si mette a dare la caccia a questa farfalla, la quale sotto la raffica di pallottole si gira e con la sola forza dello sbattimento (d’ali) cerca di difendersi sollevando onde anomale contro la fiammiferaia.
Tutto logico, fin qui. Eppure io, chiamatemi cretino, non riesco proprio a capacitarmi dell’effettiva esistenza di questo mastodontico caleidoscopio di computer grafica, tutto vorticoso e inarrestabile, e sento necessario un momento di sobrietà, di distanza da tutte queste strabordanti sovrapposizioni visive che si alternano a scorci zen ritagliati nel paesaggio di un futuro “senza speranze”; un futuro che ormai dovremmo chiamare nella coniugazione del verbo filmico “futuro classico”.
Il regista Jang Sun-Woo (aka Gianluigi Bombatomica) sicuramente ha passato più ore di fronte ai videogiochi che di fronte ai film e alla fine non c’ha capito più nulla. Non che sia un disastro dal punto di vista della regia, anzi alcune scene e molte trovate sono da ricordare, ma per un progetto di chiaro intento autoriale la mancanza di un taglio che dia coerenza all’intero organismo si sente durante tutto il film, divenendo quasi insostenibile man mano che si procede verso la fine.
Il film è multiforme, multisostanza, parla lingue difficilmente conciliabili fra loro, spesso fallendo nell’accumulo scriteriato di stereotipi cybermonnezza. Per la serie “quando i soldi sono troppi”.
Ok, la fantascienza in generale è un problema di realtà. E’, potremmo dire, l’universo semantico costruito dall’uomo per l’esplorazione dei significati di frontiera. Quindi nessuno può criticare un film di fantascienza solo perché questo appare inverosimile, e allo stesso tempo qualcosa di inverosimile non è necessariamente fantascienza.
Intendo dire che quanto più incredibile è il mezzo tanta più credibilità deve avere il fine che lo giustifica. E per fare questo sono necessarie intuizione e misura, e “La Resurrezione” in questo difetta non poco.
Spesso si fa riferimento a una scala di gradazione di realismo secondo cui si classificano le opere di fantascienza, una scala che ha come estremi le cosiddette Hard SF e Soft SF. La HSF, pur contenendo diverse sfumature, è quella all’interno della quale l’aderenza al senso di realtà è più forte, in cui la tecnologia è plausibile e la storia coerente con le premesse scientifiche. L’esempio classico è “La Fondazione” di Asimov. Partendo dall’estremità opposta della scala, abbiamo diversi gradi di “softness”, che sta a indicare la più o meno audace autosufficienza nella struttura del fantastico. Qui l’esempio classico rimane l’opera di P.K.Dick.
Personalmente intendo questa classificazione veritiera ma ancora più utile e interessante quando si considera da quali atteggiamenti fondamentali nascano questi due diversi filoni. Consideriamo la fantascienza un’esplorazione: l’esploratore è la mente, il mezzo di trasporto ciò che vediamo e sentiamo, e la mèta il significato che la mente scopre alla fine del viaggio. Nel caso della HSF la preferenza è rivolta a garantire la credibilità del mezzo con cui facciamo il viaggio. Al contrario per la SSF la priorità sta nell’attrattiva che la mèta del viaggio ha per noi, non importa poi molto con che mezzo ci si arriva.
Entrambi gli orientamenti presentano dei rischi. L’HSF corre il rischio di essere irrilevante, vuota, insignificante, concentrandosi solo sulla coerenza e sulla credibilità della storia. La SSF invece corre il rischio opposto, e cioè di risultare troppo incredibile e quindi incapace di veicolare la visione di fondo.
Senza dubbio “La Resurrezione” è prevalentemente SSF, perché l’intento “filosofico” è predominante sul resto, anche se malcelato da un apparato mostruoso di effettazzi, ma da un lato le sue premesse sono confuse e, dall’altro, il mezzo eccessivamente iperbolico.
Ecco, ingenuo come un amante, ancora una volta dopo Natural City mi ero lasciato affascinare da quello che si presentava come un prodotto interessante, se non altro per la speranza con la quale guardiamo a tutto ciò che ci appare esotico, ma alla fin dei conti si sono dimostrati l’uno un film-replicante di un film che parla di replicanti (e per favore non facciamo più paragoni, se no m’arrabbio), e l’altro l’inquietante materializzazione di tutti i luoghi comuni di una miserabile cultura technopop.
La fantascienza coreana è in questo caso una scommessa con l’umana tolleranza, basata sulla presunzione delle premesse e sulla mediocrità dei risultati. Una scommessa persa, se non fosse chiaro.
Soprattutto dal momento che, in quest’ultimo film di Jang Sun-Woo, le scene “toccanti”, quelle lasciate ad una investigazione dei sentimenti e delle motivazioni più intime dei personaggi, sono qualcosa di neppure lontanamente umano. Niente coinvolgimento, personaggi orrendi, quasi da circo (e chi vuole vedere dell’autoironia vuole solo evitare di vedere il vero volto della tristezza), una storia che fa acqua da tutte le parti nonostante l’abuso di voce narrante ed espedienti visivi di ogni tipo, senza contare poi che più si va avanti più non si capisce che succede, un doppiaggio veramente comico, una colonna sonora di un’inadeguatezza senza pari (cui fa da contraltare la vera chicca di questo film: il Cesare Cremonini coreano, meshatissimo amore della fiammiferaia, che canta una cosa indescrivibile), scenografie che ridefiniscono il concetto di cafone, coreografie che hanno dimenticato com’è fatto il mondo, attori da spot mediobanca (e l’espressività botanica della protagonista ne è il fiero emblema), poi che altro…ah! Il mio personaggio preferito! “Lala, detta Lara. Ricorda la Croft ma è lesbica!” (testuali parole) che, nonostante muoia più volte si profonde in un’indimenticabile performance da cubista.
Ma quello che sconcerta di più è proprio la disinvoltura intellettuale con la quale si mescola un numero indefinito di elementi eterogenei, fra cui un fastidioso e vago misticismo che non ha nulla di nuovo da offrire, un senso dell’humour a dir poco avvilente e un leggendario maccarello che vi farà restare attoniti. Tutto ciò mi fa sospettare che ci troviamo di fronte a qualcuno che non sa quello che sta facendo.
Proprio come la protagonista del film, più che un personaggio un caso umano, che con il suo charme da manichino non ci permette di capire se si tratta di voluta vuotezza, magari come risposta ad un mondo freddo e indifferente, oppure di pura e semplice incoscienza.
Magari non si tratta, e ci piacerebbe pensare così, né di trance né di nonchalance. Si tratta di un cinema veramente nuovo, che muove i suoi primi passi verso l’Occidente in modo spregiudicato come solo chi conosce la prima infatuazione di quattordicenne può comprendere e tollerare. Un cinema nato dall’amore per il cinema. Che come ogni lettera d’amore appare un po’ ridicolo.
Un’immagine poetica (?) per concludere: la piccola fiammiferaia che, stremata dalla fame e dal freddo sotto una luna esagerata, si stende su un marciapiede nell’indifferenza dei passanti, e, inalando il gas dei suoi accendini, rivolge uno sguardo drammatico ad una pioggia di petali colorati (di origine ignota) che svolazza nel cielo scuro di una metropoli disumana, per poi sussurrare come un pokémon sotto acido: “Il mondo è così bello…”
Sì, ma forse era più bello prima.

(01/2)