IO CHE INTERVISTO JONATHAN MONK VIA E-MAIL TRA IL 6 MARZO E IL 9 APRILE 2005

Luca Lo Pinto

AND I WILL HAVE AN ALTERNATIVE TITLE BEFORE 80 DAYS

Da: lucalopinto@neromagazine.it
Oggetto: ready to start?
Data: 04 marzo 2005 17:18:57
A: jonathan monk

ciao jonathan,
sei pronto per cominciare la nostra conversazione?
Fammi sapere quando posso mandarti la prima domanda.

Ciao
Luca

Da: jonathan monk
Oggetto: Re: ready to start?
Data: 06 marzo 2005 21:12:28 CET
A: lucalopinto@neromagazine.it

Ciao luca,
sono pronto per cominciare adesso!
Until then
j.m.

L. Ok. Cominciamo con la prima domanda:
è nota la tua grande passione per l’arte concettuale che, per certi versi, è anche il leitmotiv del tuo lavoro. Sarei curioso di sapere come è nato questo grande interesse, non in senso teorico, ma più personale. E’ legato ai tuoi studi o si è sviluppato indipendemente da questi?

J. Caro luca,
possiamo aggiungere e tagliare più avanti..sto solo scrivendo..non se ha molto senso…in attesa della prossima domanda jm
Ho frequentato la scuola d’arte a Glasgow (1987-91) e ho studiato “environmental art” come gran parte degli artisti che conosci originari di Glasgow. In quel periodo il mio interesse era concentrato nella seconda generazione di artisti concettuali americani come Richard Prince, Jeff Koons, Sherrie Levine. Il mio lavoro all’epoca non si riferiva direttamente a quel tipo di arte, ma giocava piuttosto con un sistema di comunicazione. Per noi studenti era difficile vedere molte opere; la mia conoscenza nasceva soprattutto dalla lettura di riviste e cataloghi. Non molto dopo mi sono reso conto che il mio lavoro era inconsciamente influenzato dalla prima generazione di artisti concettuali.
Ad influenzarmi non è stato sempre quello che studiavo, ma la persona con quale studiavo. Infatti non sicuro di avere studiato qualcosa..
Mi sono trasferito a L.A. nel 1996 per due anni ed ho avuto l’opportunità di scoprire una scena artistica diversa. Strano, nonostante L.A. non sia proprio una città “rilassata”, l’arte che ho conosciuto era molto più umana.

L. Sono abbastanza d’accordo con te quando dici che è più importante con chi studi rispetto a quello che studi. La scorsa settimana sono stato alla conferenza di Vito Acconci e pensavo a quanto sarebbe più alto il livello qualitativo dell’arte se persone come Acconci insegnassero nelle scuole. Non solo perché è un grande artista, ma per il suo modo incredibile di pensare e riflettere su ogni cosa. Hai mai avuto occasione di conoscerlo? E’ pazzesco. Ha 65 anni e ascolta Tricky, giovani punk band newyorchesi. Non a caso è grande amico di Thurston Moore dei Sonic Youth (Moore ha realizzato una bella intervista sulla rivista “From 0 to 9” nel catalogo della mostra di Acconci a Barcellona-n.d.r.). Un’interessante riflessione di Acconci è stata sul concetto di tempo. Raccontava, infatti, che gli riesce impossibile concentrarsi su una singola azione. Per questo, anche se ama i film, non va mai a cinema, perché non riesce guardare per due ore la stessa cosa. Il suo sogno è vedere proiettati i film sui muri delle strade in modo che, mentre passeggia, possa vedere più film contemporaneamente.
Da Acconci prendo spunto per la prossima domanda. L’artista, infatti, ha affermato in un’intervista: “Ciò che credevamo all’inizio era che avremmo rivoluzionato il mondo dell’arte. Molti di noi a quel tempo ritenevano che il nostro lavoro – dal momento che non aveva a che fare con beni vendibili, mentre le gallerie e il sistema dell’arte dipendono dalle vendite - avrebbe cambiato l’intero sistema. Ma ottenemmo proprio il risultato opposto, rendere il sistema più potente che mai!”
Il problrms del “come relazionarsi” rispetto al mercato è stato uno degli argomenti più discussi in quegli anni tra gli artisti concettuali. Al contrario di loro tu hai un rapporto intenso con il mercato, lavori con 7 gallerie, a Frieze eri uno degli artisti che vantava il maggior numero di opere presenti…. Dopo trent’anni come ti rapporti a questo tema?

J. Caro luca,
il sistema non si annienterà mai: questo è il problema. Negli anni ’60 gli artisti credevano di lavorare fuori dal mondo dell’arte e forse lo erano, ma hanno solo reso il sistema migliore e più forte di quello originario. Hanno fatto si che ci fosse un’interscambiabilità di idee. Non esistevano oggetti, solo qualche documentazione e un foglio di carta firmato. Il concetto era concettualizzato: era possbile far evaporare il gas nel deserto o mettera un’idea in vendita. La mia situazione è totalmente diversa e, anche se il mio lavoro era visibile in 7 stands a Frieze a Londra, ciò non significa che è stato venduto. Ho sempre provato a giocare nel e col mercato e forse è molto meglio essere più selettivi e sfuggenti. Rendere i collezionisti “affamati” e farli rimanere in attesa di spendere i loro soldi. Ho realizzato quadri di pubblicità per le vacanze per venderli allo stesso prezzo della vacanza: alcuni sono ancora disponibili a 159 euro. E’ anche possibile comprare un incontro con me in un angolo di una strada di Città del Messico. Penso sia più semplice minare il mondo dell’arte dall’interno e metterlo lentamente in ginocchio. Qualche volta mi viene da ridere a pensare a quello che faccio, ma fino a quando lo considererò abbastanza per continuare tratterò il sorriso credendo in cio che faccio..fino ad un certo punto.
Avrei voluto che Mr.Acconci fosse il mio insegnante!
Until then jm

L. Quindi potremmo definire il tuo lavoro come un giocare con il sistema di potere, situando te stesso nel ruolo di mediatore del potere (robert barry)?

J. Caro luca,
pernserò alla tua domanda dopo il weekend. Domani vado in Francia per due giorni. Ho una piccola mostra presso una scuola d’arte a Nantes. Discuterò del mio sistema di potere con il mio consulente finanziario.
Until then jm

L. Ok. Bon Voyage!

J. Caro Luca,
tornato dai miei viaggi..ma solo per ora.
Non sono sicuro di essere un “mediatore del potere”, ma gioco con strutture diverse; se siano strutture di potere rimane da vedere. L’unica posizione reale di potere che l’artista ha nella nostra società è la libertà. Anche se il mercato, i critici, i curatori ed i mercanti talvolta la vedono diversamente. La libertà è un valore di grande forza ed è importante usarla diffusamente e con consapevolezza. Trovare uno spazio dove essere liberi di pensare a quello che stiamo facendo. Marcuse via Barry. E negli ultimi anni è diventato più semplice o almeno più accettabile. Credo che se riuscissimo a bandire l’idea di (creare un) prodotto, avremmo vinto, ma cosa avremmo ottenuto? Niente? E poi torneremmo al punto di partenza
P.S. Non sono sicuro che ciò abbia senso, ma questo è normale..

L. LIBERTA’!
Penso che si è liberi quando si ha potere. Se il tuo lavoro non avesse, da un punto di vista artistico e/o economico, il ritorno che, di fatto, ha, non avresti la libertà di cui disponi quando sei invitato a pensare ad un’opera o ad una mostra. Credo sia difficile considerare l’idea di creazione scindendola dall’idea di produzione di un prodotto con un valore specifico. Paradossalmente sei più libero all’interno del sistema che all’esterno. Tutto dipende da come usi la tua libertà e il tuo potere. Rapportandoci al mondo dell’arte, consideriamo, per esempio, te come artista, Jan Mot come gallerista, Jens Hoffmann come curatore. Tutti e tre lavorate con intelligenza e libertà (più o meno) ad alto livello nel sistema dell’arte. Ma avete un valore e siete libere di muovervi perché producete qualcosa per il sistema in cui lavorate. Non è un produrre ciò che il sistema vuole, ma qualcosa che per il sistema sia accettabile. Il sistema pretende che tu produca qualcosa e non è importante se è di valore o no: basta che ottenga lo stesso risultato.
Non voglio fare un discorso politico, ma è importante riflettere bene sul contesto nel quale lavoriamo.
P.S. Non sono sicuro se ha senso, ma questo è normale?..

J. Ciao luca,
sono d’accordo, fino a un punto. Non sono sicuro che la posizione in cui mi trovo mi ha abbia reso le cose più semplici. Spero che quello che produco non sia bello e pronto per il mercato, anche se ad esso è destinato. La penso più nei termini dell’opportunità di pensare liberamente e questo l’ho fatto prima di rimanere “intrappolato” in una struttura economica che mi consentisse di sopravvivere. Ammetto tuttavia che i miei genitori mi hanno incoraggiato a prendere questa direzione, ma sono abbastanza sicuro che non erano convinti dell’esito. Mia madre mi chiede ancora se ho un lavoro. Sono un operaio. Quando mi viene proposto di pensare un lavoro per una mostra, la mia prima domanda non è mai “c’è un budget per la produzione?”. Le idee sono gratuite ed è possibile realizzarle con poco. Sono convinto che il sistema di cui faccio parte sia importante per il modo in cui lavoro ed a livello intellettuale sostenga quello che faccio. Sono ancora dell’opinione che il prodotto non è importante. Gran parte del lavoro che mi piace non l’ho mai visto. Forse vedere è credere, ma non puoi tenere gli occhi aperti tutto il tempo.
Until then jm
p.s. Probabilmente vedi la mia situazione in maniera diversa. Non vado mai alle fiere ed evito la politica. A presto..buona notte

L. Sto immaginando questo dialogo come un dj-set. Mettiamo un pezzo mixandolo ad un altro, togliamo il primo e lasciamo suonare il secondo. Jeff Mills, il “padre” della musica techno, dice sempre che suona una singola traccia solo per pochi secondi per “sfruttare” la parte migliore per poi cambiare subito. Quindi cambiamo disco. Parliamo di musica. So che ami gli Smiths. E’ vero? Leggendo la tua biografia sono rimasto incuriosito da una mostra: “My record collection”-Glasgow 1994. Me ne parli?

J. Musica..
“My record collection” era una mostra piccolissima nella mia stanza da letto. Avevo stampato un piccolo cartoncino che invitava le persone a sedersi nel mio letto e scegliere dei dischi della mia collezione da ascoltare. Era come un party, ma ha finito per trasformarsi nell’inaugurazione di una mostra più grande e quindi non sono stati in molti ad avere l’opportunità di conoscermi attraverso la mia musica. Non ho una grande collezione di dischi e tendo ad ascoltare lo stesso tante e tante volte uno finchè non ne posso più.
Stop me if you think you’ve heard this one before.
Until the record spins or the page turns. Jm

L. Sono curioso di sapere qualcosa in più sulla tua collezione di dischi..hai qualcosa da consigliarmi? Magari potrebbe fare da colonna sonora alla nostra conversazione..Ho appena ricevuto l’invito per la mostra di Joao Onofre a Roma. Hai visto il suo video “Catriona Shaw sings ‘Baldessari sings LeWitt’ re-edit ‘Like a Virgin’ extended version”? Una cantante interpreta la famosa canzone di Madonna, “Like a Vergin”, ma arrangiata sul testo di Sol LeWitt “Sentences on Conceptual Art”, che era stato già cantato da John Baldessari nel 1978. Ho un multiplo di Baldessari in cd. Anche tu nella tua collezione?
Mi piacerebbe una mostra con una canzone specifica per ogni opera. Qualche volta vado alle mostre con l’i-pod per ascoltare la musica e non i commenti delle persone e spesso trovo una buona connessione tra l’opera che vedo e la canzone che ascolto..

J. Caro luca,
scusa per il silenzio. La mia collezione di dischi non è niente di speciale. L’idea della mostra era solo far vedere quanto normale fosse la musica che acolto. Ho qualche lavoro musicale di Weiner, Barry, Kawara, ma mio figlio ha in qualche modo rubato lo stereo. Una volta ho ri-editato “Baldessari sings LeWitt” (con Pierre Bismuth) aggiungendo una voce lituana con stile sovietico sopra i sottotitoli. Ho prodotto un po’di jazz sperimentale: “my mother cleaning my father’s piano” è ancora disponibile su un sette pollici. Ad essere onesto ascolto di tutto, ne è passato di tempo da quando mi vergognavo di acoltare i Duran Duran. A L.A. ero abituato ad ascolare la musica (molto molto forte) sulle cuffie disponibili da Tower Records a Sunset Boulevard. Era una perfetta colonna sonora per le persone che entravano e uscivano dal negozio.
Until the music stops. Jm

L. Non preoccuparti. Il silenzio fa parte di questo dialogo. Dovremmo trovare un titolo a questa nostra conversazione. Magari “Io che intervisto Jonathan Monk via e-mail tra il 6 marzo e il 9 aprile 2005” come omaggio a Boetti (“Io che prendo il sole a Torino il 19 gennaio 1969). Sicuramente tu ne avrai uno migliore. I tuoi lavori hanno sempre titoli fantastici. Dai importanza ai titoli o ti diverti solo a giocarci? Gonzalez Torres diceva che intitolava i suoi lavori “Untitled” per non influenzare lo spettatore in nessun modo.
Quelli che preferisco: “…and do you think Phileas Fogg (David Niven) really went around the world in eighty days ? in the film Around the World in 80 Days?” e “... & in Rumble Fish, does Rusty James (Matt Dillon) really ride his brother´s motorbike to the ocean?”

J. Dovremmo usare il tuo titolo e “I will have an alternative title before 80 days”.

L. Collaborazioni.
Ti piace lavorare con altri artisti non solo storici come Barry o Weiner, ma anche con i più giovani come David Shrigley, Pierre Bismuth, Douglas Gordon, Dave Allen in contrasto con l’individualsimo dell’arte concettuale. Questo modalità di collaborazione tra diversi artisti penso sia un fenomeno nato soprattutto negli anni ’90. Qual è la tua esperienza a riguardo?
Ha-ppy east-er

J. La collaborazione divide il lavoro, ma raddoppia l’esperienza. E’ sempre interessante sviluppare idee con artisti che condividono un simile pensiero. Mi ha sempre fatto piacere co-firmare un’opera d’arte: questo è un fattore in più nel fraintendimento dell lavoro di un’artista. La confusione è qualcosa che sono molto felice di portare dentro il mondo dell’arte.
Un altro titolo possibile> The Moment Before You Realise You Are Not Lost.

Da: lucalopinto@neromagazine.it
Oggetto: Re: if pierre bismuth won an oscar, could jonathan monk become berlin’s mayor?
Data: 05 aprile 2005 14:36:40 CET
A: jonathan monk

Penso che la confusione possa aiutare a capire meglio quello che ci circonda. Viviamo in un mondo totalmente ibrido dove è il relativo e non l’assoluto che conta. Se le cose sono troppo chiare e limitate, si perde il gusto della ricerca. Riferendosi all’arte e al tuo lavoro in particolare, un elemento interessante è che non esiste un criterio specifico per analizzarlo (come avviene con molti altri artisti). Forse è più semplice spiegarne il meccanismo. Il modo in cui lavori è ambivalente. Se da un lato ogni opera sembra pensata meticolosamente, dall’altro sembra che la stessa opera possa prendere una direzione totalmente diversa da quella originale come è successo nel progetto su Boetti: il fatto che alla fine il lavoro non è stato realizzato esattamente secondo l’idea originale non lo limita, ma ne è elemento costitutivo.


Da: jonathan monk
Oggetto: delayed
Data: 09 aprile 2005 13:55:14 CET
A: lucalopinto@neromagazine.it

Forse questo è il momento giusto per terminare nonostante preferirei la mia impossibilità di alzare la copppa del mondo per l’Inghilterra piuttosto che diventare il prossimo sindaco di Berlino....entrambi vorrebbero e potrebbero essere a Berlino.


L. “This is the end
Beautiful friend
This is the end
My only friend, the end”

Ti ringrazio per aver speso il tuo tempo in questo dialogo. Mi ha fatto molto piacere.

J. some of the crowd are on the pitch
they think it’s all over
it is now

L.