AUTOBIOGRAPHY EXPORT INC.

Francesco Ventrella

Valie EXPORT nasce a Linz nel 1940. E’ un’artista multimediale, conosciuta soprattutto per le performance e le azioni urbane. Negli anni ‘60 si dedica alle ricerche su expanded cinema; negli anni ‘70 lavora con la fotografia, la pellicola e l’installazione. Il suo lavoro mette in crisi l’abituale passività dello spettatore, così come anche le convenzioni e gli stereotipi dei ruoli sociali e sessuali. Nel 1980 rappresenta l’Austria alla Biennale di Venezia. Oggi insegna a Vienna e a Milwaukee.

L’idea diffusa che le avanguardie storiche abbiano costruito un legame tra arte e vita non basta per comprendere se la vita messa in questione corrisponda al reale. Arte e vita equivale a dire arte e realtà? Non credo; piuttosto continuo a credere che il reale sia una costruzione culturale mediata dagli sguardi che si incrociano, e che la vita sia qualcosa di arbitrario e indefinibile, che tuttavia qualcuno ha definito come un’attività di import/export. Un modo di rappresentarsi, di tradursi all’altro, di esportarsi e viceversa. Waltraud Hollinger doveva sentire una certa ‘urgenza’, per rinunciare nel 1960 al suo nome da sposata e adottare il brand Valie EXPORT: soggettività in continua esportazione.
Dopo il divorzio inizia a studiare disegno a Vienna. Allora a “destra” c’erano i maestri del Viennese Fantastic Realist Group, mentre a “sinistra” c’erano gli Aktionist che avrebbero dato origine al sanguinolento Teatro delle Orge e dei Misteri con Hermann Nitsch. A Valie, invece, bastava meno: la provocazione e l’aggressione dell’osservatore diventavano, nelle sue intenzioni, una modalità per invertire le strategie della comunicazione di massa, ma anche un modo per proiettare all’esterno, senza mediazioni, l’esperienza personale dell’artista, ridefinendo i concetti di realtà e vita.

I primi esperimenti di Valie EXPORT nel campo dell’immagine in movimento, infatti, mettono in questione in maniera pragmatica, piuttosto che estetica, la questione dell’immagine. Dove comincia l’immagine? già con lo specchio o sullo schermo? Per lei non era importante la materialità dell’immagine, ma il suo significato instabile. In questo primo periodo faceva esperimenti con diversi media. Uno dei primi lavori consisteva in un gioco di specchi sui quali aveva rovesciato dell’acqua colorata. Con l’aiuto di spot luminosi i colori si riflettevano sullo schermo di proiezione, creando una coreografia astratta, ma senza passare attraverso la mediazione della celluloide. Questi sono i primi esperimenti del cosiddetto expanded cinema, che non si fonda sull’immagine impressa nel fotogramma sulla pellicola, ma piuttosto sulla cinematicità della realtà stessa. La realtà è il luogo in cui costruiamo le narrazioni sugli altri e sul mondo: lo schermo su cui proiettiamo i film che ci facciamo in testa. E il cinema non è solo fiction spazio-temporale (per ricordare il caro Ejzenštejn), ma introduce anche la realtà attraverso tutta una serie di contingenze che, oltre al movimento, rappresentano la cinematicità del cinema: i luoghi in cui il cinema viene consumato, i ruoli che impone all’osservatore, la liceità del voyeurismo sono solo alcuni degli aspetti che Valie EXPORT reintroduce, in una accezione espansa e disseminata del cinema. Questo slittamento tra il fare e vedere cinema voleva dire ridiscutere ormai più di mezzo secolo di estetica cinematografica, ma operava anche una critica forte e violenta alla passività del pubblico e del suo sguardo.

Da quando l’opera d’arte ha perso la sua ‘aura’ a causa della sua riproducibilità, il valore del contenitore (o packaging, come diremmo oggi) ha colmato il vuoto di valore dell’opera. Ed è su queste dinamiche condivise di consumo del prodotto artistico che Valie EXPORT faceva leva già negli anni Sessanta. Il fatto che decidesse di presentare le sue sperimentazioni expanded cinema ai festival cinematografici, metteva innanzitutto in crisi il sistema “sala da proiezione”. Divenne, così, l’icona della provocazione quando nel 1968, presentando Tapp und Tast Kino (touch cinema) ad un Festival, il pubblico iniziò a gridare “Questo non è cinema!” e poi in coro “Export Out! Export Out!”… - che significa pure “Esportatela! Esportatela!”, facendo il suo gioco. Il touch cinema corrispondeva ad un dispositivo per svelare la passività dello sguardo maschile. Valie indossava un teatro di cartone, con uno schermo aperto sui suoi seni nudi. Uno “spettatore” alla volta avrebbe potuto toccare dal vero il cinema per 13 secondi e non solo guardarlo! Gli uomini, e anche alcune donne, si trovavano di fronte all’oggetto del desiderio voyeristico, ma subivano l’obbligo di fare qualcosa, sotto gli occhi di tutti. Al cinema non si è mai liberi; e questo processo era elaborato anche attraverso Ping Pong (1968), un film nel quale lo spettatore poteva giocare a ping-pong con delle macchie in uno schermo, che agivano come gli ordini di un regista sull’attore. Insomma, i progetti di EXPORT mettevano in questione il cinema senza compromessi, mischiando i campi e fondando su questa anarchia metodologica la sua sperimentazione.

La vita di Valie è rappresentata nei suoi lavori perché vuole essere reale, anche senza “ispirarsi” alla realtà. L’uso del corpo, come medium privilegiato delle sue performance, corrisponde allora ad una chiara identificazione autobiografica: scriversi addosso come scrivere di sé. “ Volevo mettere da parte –dice l’artista- il dogma ideologico del corpo e chiarire il rapporto tra interiorità ed esteriorità. La resistenza che la realtà oppone all’io rivela sempre il potere utopico dell’io”. E’ attraverso questo passaggio strategico che l’artista viennese può continuare a riscrivere la sua storia attraverso una sorta di esportazione del suo corpo. La provocazione è uno strumento del reale, almeno quanto la banalità. Banale e provocatorio sono due facce di una stessa medaglia. Banalmente Valie EXPORT gioca con la marca delle sue sigarette preferite: “Un pacchetto di Valie esportazione, grazie!”. E come in un gioco infantile, cinico e liberatorio al tempo stesso, si porta in giro Peter Weibel legato al guinzaglio (Portfolio of Dogginess) in piena rivoluzione femminista. La banalità e la provocazione messe in campo da queste performance attraverso il corpo dimostrano irrevocabilmente che il reale diventa una costruzione del soggetto. Ma la vita? Per Valie EXPORT è tutto ciò che/in cui ha potuto “esportare/si” (come nelle foto in cui si avvinghia alle forme architetture). E il corpo, sessuato, rappresentato, tradotto, immaginato è un luogo di contraddizioni: “Avere al mio interno tratti sia maschili che femminili. La mia identità sociale non dovrebbe essere determinata dal sesso…per questo la società deve essere cambiata”.

Tutti i lavori di Valie EXPORT funzionano come degli interrogativi, che non hanno bisogno di risposte: se la trasgressione è un modo per superare i limiti imposti, non resta mai il fine del suo lavoro. Le sue strategie, come le urla e gli schiamazzi del rock dei gruppi femministi/queer, vogliono destare l’attenzione per acquisire una riconoscibilità reale (nella differenza). L’urlo delle streghe denuncia lo scandalo e un giornalista negli anni Settanta scrisse: “Non possiamo bruciare le streghe, perché è proibito, e non possiamo bruciare la celluloide, perché non brucia facilmente. Quindi non possiamo bruciare neppure Valie EXPORT”.

Ho un amico che ogni volta che scende in moto giù per via Nazionale fischia e manda bacini ai militari in divisa che, manco lui sa come mai, fanno sempre avanti e ndré in quella zona. Mi dice che per lui questo è un gesto sovversivo e politico. Oggi non ho più dubbi che lo sia.

(01/4)