FISH&CHIPS

by Valerio Mattioli

INTERVISTA AL DUKA

Bardo metropolitano, agitatore, operaista eretico, il Duka è parte della memoria storica dell’underground romano da quasi trent’anni. Sull’avvento degli illegal rave nella Capitale d’inizio anni ’90 non potevamo trovarlo impreparato: ripercorriamo assieme a lui una vicenda che, per qualche anno, fece della città eterna la Capitale Chimica italiana.

Sei d’accordo che possiamo suddividere la vicenda dei rave illegali in più fasi, ciascuna di queste corrispondente ad una differente droga?
Assolutamente. Ho sempre sostenuto che le droghe determinano i cicli del capitalismo, figurati se non hanno determinato anche l’evoluzione dei rave...

Perché sai, in tutti i libri, i saggi, le tesi di laurea sul fenomeno-rave, la droga è sempre un tabù, una protagonista che rimane sullo sfondo, come a non voler inquinare un argomento per certi versi facilmente “sociologizzabile”…
Sì, capisco cosa intendi. Operazioni del genere sono servite più che altro ad assicurare al fenomeno una patina accademicamente accettabile: storie come il neopaganesimo, il neotribalismo, le nuove geografie urbane… Buttarla sulla droga è un po’ come corrompere questa visione edulcorata, retorica, di un processo per certi versi puramente edonista. Ma vedi, la realtà è che techno e droghe sono come fish&chips: insieme sono una cosa, separati un’altra. E nel nostro caso, chiunque sostenga che i rave fossero semplicemente l’occasione per ballare un po’ di musica, o al contrario per fare un po’ di acquisti chimici, mente sapendo di mentire. Un rave non sarebbe un rave senza techno, e ovviamente non lo sarebbe nemmeno senza droghe.

E allora cominciamo dalla prima fase. In che periodo la situeresti?
Direi nei primi ’90. È quella che chiamerei la fase-plegine (Plegine, appartenente alla famiglia delle anfetamine, ndr).

D’accordo, la fase-plegine (o “pleigìn”, per dirla alla romana). Vai, racconta.
Dunque, in realtà i primi rave parties a Roma risalgono alla fine degli anni ’80. Queste feste, rigorosamente legali, le organizzava Claudio “il Vietnam”, un ex di Lotta Continua che si era buttato sui locali, roba tipo La Vetrina o le serate dell’Euritmia, all’Eur. Ogni tanto affittava dei capannoni per suggerire una certa atmosfera borderline, ma in realtà era tutto in regola, tutto affittato. Erano i tempi della house, di esperienze come il Devotion (cfr. NERO n.12, ndr) roba molto glamour, per capirci. Poi arrivarono i cosiddetti “rave commerciali” pieni di “boccini” (da boccia, ovvero cranio rasato, ndr), sai, i coattelli di periferia più o meno nazistoidi… tutti maschi, ovviamente. Feste come il Bresaola Rave, il Sottantreno Rave, il Virus, ecco, l’ambiente era quello. La prima ondata di rave illegali invece, quelli organizzati in posti abbandonati da occupare per una notte soltanto, arrivò nel 1993.

Chi fu ad aprire le danze?
Furono più che altro gruppi sparsi di raver che, in una maniera o nell’altra, si erano avvicinati al mondo dei centri sociali. Ragazzi di Casal Bertone, di Primavalle, di Garbatella, che erano finiti a fare più o meno politica dentro posti come Zona Rischio, Break Out, Pirateria… E poi ovviamente c’era Ostia, con lo Spaziokamino subito ribattezzato “il tempio della pezza”. Tempo dopo arrivò anche il Forte Prenestino, a Centocelle. In mezzo però stavano anche individui sparsi, tra cui il Cikitone (Francesco Macarone Palmieri, oggi noto nell’ambiente queer come Warbear, ndr), Matteo (Swaitz, ora noto regista di film porno tra cui il celebre Mucchio Selvaggio con Club Dogo e Violetta Beauregarde, ndr), il Capoccione di Casal Bertone, e altri…

Da quel che mi ricordo la prima reazione dei centri sociali nei confronti di techno e rave non fu propriamente entusiasta…
Beh, ma sai, era anche un periodo piuttosto noioso. La gente si era rotta le palle di ascoltare solo punk, reggae e hip hop, l’onda lunga della Pantera si era esaurita, quindi in parecchi hanno cominciato a spostarsi su altri suoni, tutto qui. Magari qualcuno andava a Londra e quando tornava si portava appresso un po’ di dischi, soprattutto roba trance alla Orb, e allora si facevano queste feste coi dj che mischiavano un po’ di tutto, anche dischi industrial sparati a manetta... Poi ovviamente c’era la questione droga, certo. Anche se all’epoca di droga non è che ne girasse tantissima…

In effetti hai parlato di fase-plegine…
Sì, plegine, canne, qualche acido… La roba che potevi rimediare in quel periodo, per capirci. Magari qualcuno si portava appresso un po’ di cocaina ma se la teneva stretta per sé, mica che c’erano i pusher che te la vendevano a due lire, dico, hai idea di quanto costasse all’epoca? Poi, quando arrivò l’ecstasy, fu una rivelazione.

E qui immagino che inizi un’altra fase…
Certo, la fase-ecstasy o anche “fase dell’amore”, con anni di ritardo sulla Summer of Love inglese. Tu non hai idea di quante storie siano nate sotto ecstasy, proprio nel mezzo di qualche party. Io per dirti mi ci sono sposato, grazie all’ecstasy. Qualche pasticca, un paio di sguardi, e poi via, matrimonio al Comune, viaggio di nozze in India… poi è finita, d’accordo, ma insomma, per tornare a noi: all’epoca giravano pasticche ottime, con quel piccolo taglio d’anfetamina che serviva a farti le maratone di ballo, non come l’mdma che trovi oggi, che ti taglia subito le gambe. Tutti si volevano bene, tutti si amavano, incrociavi gli occhi di una ragazza e pensavi che era la donna della tua vita, e poi via a ballare per ore e ore, fino al mattino…

Che fauna si era venuta a creare durante questa “fase dell’amore”?
Beh, c’eravamo noi, appunto… e poi ovviamente i ragazzini di periferia che erano venuti a sapere delle feste, e si presentavano come si presentavano: teste rasate, croci celtiche, magliette degli Irriducibili… Però voglio dire, non è che fossero fascisti, quelli che vuoi che ne sapessero… ovviamente qualche tensione si creava, ma per fortuna gente come il Cikitone fece un ottimo lavoro: andava da loro e gli spiegava “guarda, magari è meglio se quella celtica la nascondi, è meglio se mentre balli non fai il saluto romano, non ti scandalizzare se vedi due uomini che si baciano…” Così quelli la volta dopo già sapevano come comportarsi, capisci?

Certo che capisco: li indottrinavate!
Ma no, era solo per evitare che si creassero casini, era una dimensione molto amichevole… Le feste all’epoca si organizzavano in questi capannoni in disuso a Torre Maura, a Tor Cervara, a Case Rosse sulla Tiburtina, o nella zona industriale di Castel Romano, sulla Pontina… posti che fino al giorno prima la gente nemmeno sapeva che esistessero, sperduti in qualche terra di nessuno fuori dal Raccordo Anulare: era veramente una specie di geografia parallela, e alcune feste furono veramente epiche, leggendarie. Fu un periodo molto bello, perlomeno fino al 1996.

Nel resto d’Italia cosa succedeva?
Direi quasi niente. Dopo Roma si creò una scena a Bologna, ma a parte questo poco altro. Milano ai rave ci arrivò tardissimo, per dire. Fondamentalmente gli “illegali” erano una faccenda quasi esclusivamente romana, poi quando cominciò la vicenda della Fintech la “scena di Roma” acquistò anche un carattere europeo... ma qui siamo già alla terza fase.

La Fintech coincise con l’avvento delle tribe, no?
Sì, tutto nacque con gli Spiral Tribe a Napoli, al centro sociale Tien’a’Ment, in una serata in cui suonavano assieme ai Contropotere, lo storico gruppo hardcore che ormai si era dato pure lui alla techno. Eravamo a fine ’95: noi partimmo da Roma con un po’ di macchine e dieci casse di bottiglie piene di tè all’LSD. Arrivati lì trovammo il posto vuoto. Oltre a noi romani, c’erano solo quattro coatti napoletani vestiti con la canotta, i pantaloni della tuta e le ciabatte ai piedi: erano incredibili, in perfetto stile Poggioreale! Stavano lì, tutti contenti a ballare, e a cantare “sale sale e non fa male”, e a parte loro nessuno se non i Contropotere (ancora vestiti da punx anarchici) e noi (che invece sfoggiavamo le nostre belle felpe da raver stile-Zurigo, i giubbotti stilosi, cose così insomma). Quello fu il primo contatto tra i romani e gli Spiral, che poi chiamarono altre tribe per organizzare il famoso rave di capodanno del ’96, lì a Castel Romano, non lontano da dove poi sarebbe nata la Fintech. Ecco, quello fu il rave che aprì veramente un’epoca, e questo senza contare le coltellate all’ingresso…

Perché le coltellate?
Perché, nonostante fosse una festa illegale, l’entrata era a 10.000 lire. Ora, voglio dire: per degli inglesi come gli Spiral Tribe, 10.000 lire erano niente. A quella cifra a Londra non ci potevi entrare nemmeno nel peggio cesso squattato. Però a Roma era una cifra inaudita, quindi capisci che, vista la fauna che popolava i rave, scoppiò l’inferno.

Cosa portò l’avvento delle tribe a Roma?
Prima di tutto tanta droga. E infatti questa è quella che, dopo la fase-plegine e quella ecstasy, chiamerei la fase-ketamina, ma in realtà potrebbe benissimo andare sotto il nome “fase-speed”, “fase-oppio”, più praticamente tutto quello che ti viene in mente quando pensi all’oggetto-droga.

E dal punto di vista musicale?
I suoni si fecero più duri, più hardcore. Quando poi arrivarono i francesi tipo Oqp, il livello di cafonaggine raggiunse vette assolute. Anche la drum’n’bass agli inizi fu una novità. Spezzare il ritmo in quel modo era qualcosa di rivoluzionario, anche se dopo diventò una noia mortale…

Come nacque la Fintech?
Nacque da un party in ricordo di Sasha, che era questo raver morto per motivi che non sto a spiegare, e che era anche era un ragazzo molto conosciuto nella scena. Il posto era questo fabbricone immenso a Castel Romano, dove già in passato si erano organizzate altre feste. Solo che in quell’occasione, arrivati alla mattina dopo, la gente decise di non andarsene e di rimanere lì con i camper, i furgoni e tutto. Insomma, da un’occupazione temporanea si era passati all’occupazione permanente. Il posto era abitato sette giorni su sette, ogni sabato c’era un party, e in mezzo alla settimana ci andavi perlopiù a comprare droghe, tra storie di tutti i tipi.

Probabilmente qualche parola in più sulla Fintech andrebbe spesa. Si era creata una dimensione molto delicata, il posto durante la settimana era diventato una specie di girone infernale…
Guarda, io alla Fintech ci andavo solo per i party. Mi sono sempre rifiutato di frequentarla per il supermercato delle droghe infrasettimanale, quindi non posso dirti quello che succedeva da quelle parti. Naturalmente giravano voci, storie, ed erano sempre storie brutte, ma ti ripeto: non posso dirti niente perché di mio non ho mai visto niente. La Fintech era un po’ un porto franco, ma era anche un punto di riferimento per le tribe di tutta Europa. Chi, dalla Germania se non dalla Francia, dall’Inghilterra se non dall’Olanda, veniva in Italia, puntava diritto su Roma perché sapeva che, sulla Pontina dopo il Grande Raccordo Anulare, c’era un posto che si chiamava Fintech. Questo ha fatto sì che la scena romana sia cresciuta tantissimo, che sia arrivata nuova musica, che siano mutati gli stili, gli atteggiamenti, persino il modo di vestire. Però ha significato anche un grosso cambiamento all’interno della scena. Il fatto di avere un posto dove tutti i sabati c’era una festa, ha fatto sì che la gente smettesse di sbattersi per organizzarsi le sue feste, il suo evento, per quanto piccolo questo fosse. Battere le aree industriali alla ricerca di un capannone adatto, farsi i giri per Roma, cercare l’impianto, diffondere la voce, insomma, mettere su un rave, era una cosa complicata, che ti portava via un sacco di tempo, ma era anche il bello dell’illegale. Naturalmente l’aspetto positivo di un posto come la Fintech era che, per esempio, non dovevi metterti a cercare un impianto che poi magari veniva sequestrato, impianto che poi era quasi sempre affittato, perché nessuno aveva il suo. Però va detta una cosa: io le feste alla Fintech me le sono fatte quasi tutte, e le prime erano bellissime. Le ultime un po’ meno. Anzi, le ultime erano orribili, tristi, spesso deserte. Erano cominciati i morti, prima una ragazza, Selene, fulminata non mi ricordo come, poi un altro che era morto vai a capire perché e che di fatto portò alla chiusura del posto. All’ultima festa che si tenne lì dentro, eravamo una decina di persone in tutto.

Mi fai venire in mente che, soprattutto verso la fine dei ’90, i rave illegali assunsero dimensioni colossali. Tanta, tantissima gente, che stava lì a ballare questa musica durissima, martellante, ostile, e contemporaneamente raggiungeva uno stadio di sfascio fisico inaudito. A mezzogiorno il fabbricone di turno era una distesa di zombie. Ti veniva da chiederti come avevi fatto a uscirne vivo.
Sì, era l’apoteosi del devasto chimico. Mischiavi un po’ di tutto: mdma, cocaina, speed, oppio, lsd, ketamina, sempre in quantità industriali. A un certo punto tornò anche l’eroina, che in alcuni ambienti era scomparsa da tempo.

Credi che sia stato l’avvento della ketamina a sdoganare di nuovo il “buco”?
Sì, può darsi. Probabilmente la ketamina iniettata intramuscolo ha avvicinato parecchi alla siringa, ma non so... devi anche calcolare gli effetti della cocaina, e il fatto che l’eroina serve un po’ da paracadute quando non riesci a dormire o cose di questo genere. Gli effetti di quella stagione sono ancora tutti da capire. In giro si vedono parecchi “rimastini” (“rimasti sotto” alle droghe, ndr), e certo il ritorno dell’ero non ha aiutato.

Se non ricordo male la Fintech ospitò anche un mega-party con ospite qualche dj del “suono di Roma”, vale a dire Lory D, Passarani, Leo Anibaldi, Max Durante, Andrea Benedetti… Che rapporto c’era tra la scena illegale e quella più legata alla techno “da club”?
Guarda, molti provenivano dal fenomeno dei rave commerciali di inizio ’90, ma devo dire che, nelle rare occasioni in cui mi è capitato di conoscerli, li ho sempre trovati disponibilissimi e aperti. Va detto che, rave a parte, negli anni ’90 Roma è diventata la città della techno soprattutto grazie a loro. Hanno fatto conoscere il suono di questa città in tutto il mondo, hanno creato una scuola, uno stile, e insomma, non posso che dire bene di Lory D, Passarani e gli altri. Max Durante capita spesso di vederlo suonare anche in centri sociali e situazioni di questo tipo. Ho conosciuto Andrea Benedetti al Forte Prenestino in occasione della presentazione del suo libro, Mondo Techno, e mi è sembrato una persona corretta.

Tu sei stato tra le anime di Torazine, che ai tempi è stata interpretata come una specie di rivista semiufficiale della Roma rave…
Ci fu un editore che ci propose proprio questo: diventate la rivista “dei rave” e io vi pubblico, sicuro di poter vendere almeno tremila copie a numero. La cosa non ci interessava, e non se ne fece niente. Torazine non è mai stata la rivista raver ufficiale, anche se non è difficile capire il perché dell’accostamento. Tra i fondatori c’erano, a parte il sottoscritto, Cikitone, Matteo, Rota Masada… tutta gente piuttosto nota nel circuito raver. Alle feste stavamo lì con il nostro banchetto e giocavamo a fare un po’ l’elite della scena, una specie di aristocrazia festaiola tutta vizio e droghe. Era una posa e lo facevamo per scherzo, ma alla fine la gente ha finito per crederci. Una volta, durante un party, arrivò un tipo che in cambio di un vecchio numero della rivista ci mollò un grammo di cocaina, tra l’altro di primissima scelta. Il Manuale di Cultura Industriale della Shake infilò Torazine accanto a Fintech e Peti Nudi, la fanzine di Anna Bolena, proprio in un capitolo dedicato alla “scena di Roma”. Però voglio dire: non intendevamo in alcun modo “dare l’esempio”, non è che stavamo lì a dire che farsi male fa fico. La buttavamo molto sul privato, figurati che la mattina tiravamo fuori le casse dal camper e ci mettevamo da una parte a ballare l’exotica, tanto per schiumare tutte le droghe che ci eravamo fatti durante la notte.

L’epoca d’oro della Roma “illegale” coincide con la chiusura della Fintech alla fine degli anni ’90. Cosa è rimasto dopo?
All’inizio ci fu una specie d’esplosione. Perché, chiusa la Fintech, tutte le tribe che lì si erano formate cominciarono ad organizzare feste per conto proprio, quindi capitava che il sabato ti trovavi con tre, quattro party in contemporanea, ciascuno di questi in un posto diverso della città. Però c’era già parecchia gente che cominciava ad allontanarsi dal giro, stanca dei morti, delle tensioni, di una situazione che cominciava a farsi pesante. È intervenuta una nuova generazione, ragazzini formatisi col mito della Fintech e con quello delle tribe, e fino al 2003/2004 si è andati avanti così. Ma a questo punto non m’interessava già più. Continuo a frequentare i party, ci capito spesso, e conosco un po’ di gente che li organizza. Ma per approfondire la situazione attuale devi chiedere a loro, non a me.

Che impressione ti fanno i rave di adesso?
Ci sono meno sorrisi. Sembrano tutti incazzati. Non è più come quando da uno sguardo nascevano i grandi amori di una notte…




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Il nuovo romanzo “d’amore droga e lotta di classe” del Duka, scritto assieme a Marco Philopat, si intitola Roma K.O. ed è uscito per Agenzia X.

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