L.A. GUN CLUB

by Alessandro Zuek Simonetti (foto incluse)

Quello che segue non è solo un reportage, né un diario di viaggio. Potrebbe anche essere la storia di un viaggio andato storto, almeno in apparenza. Alessandro Simonetti, fotografo italiano residente a New York, si è ritrovato quasi per caso a ritrarre una giornata tipo in un poligono di tiro di Los Angeles. Questo ne è il resoconto su carta, il backstage letterario.

Sono capitato a Los Angeles per caso.

Dovrei essere in Brasile a fotografare una pratica religiosa legata alla magia nera assieme ad un’amica giornalista. Ahimé, anziché acquistare il biglietto per Salvador de Bahia, in Brasile, dove la giornalista mi sta aspettando, ho comprato per errore su Internet un biglietto per Salvador, nello stato del San Salvador... Non sapendo cosa mi aspettava, ho cambiato meta senza uno scopo particolare, e ora mi ritrovo a Venice Beach, Los Angeles, a due passi dal mare, in un residence con la piscina piena di vecchi a mollo tipo il film Cocoon, a pensare a quanto sia stato distratto e a rimuginare sulle mie lacune in geografia. A New York, dove vivo ora, in questa stagione giro con il piumino, qui perlomeno fa caldo, probabilmente quanto in Brasile. Ma, oltre al clima, un altro aspetto che differenzia Los Angeles da New York è il fatto che non puoi girare a piedi, e io non ho un’auto. Ho provato ingenuamente a camminare per la città, ma le distanze sono mostruosamente dilatate rispetto a Manhattan e solo dopo tre giorni, annoiato, riesco ad affittare un’auto. Non ho una storia da fotografare, giro a caso, ma ho con me rulli e macchina, come sempre. Alcuni amici italiani che casualmente visitano Los Angeles in questo periodo mi invitano ad andare a sparare con loro in un poligono di tiro al coperto. Io sono molto lontano dall’idea di impugnare un’arma – tant’è che mi sono fatto dieci mesi d’ufficio al WWF piuttosto che indossare la divisa ed “abbracciare” il fucile – perciò declino l’offerta, colto forse da uno stato d’apatia dovuto alla mancanza d’aspettative. Uno di questi miei amici, il giorno seguente, mi mostra dallo schermo di una digital point shoot camera la foto di una bambina, forse di 5 anni, che tiene stretto il suo pupazzo di fronte ad una vetrina, di quelle basse tipo “alimentari”, con allineate in ordine di calibro una trentina di pistole. Scioccato ed esaltato allo stesso tempo, in quel momento capisco che il “L.A. Gun Club”, a Downtown, può essere un luogo interessante anche per me, fotografo.

E’ venerdì, il parcheggio dello shooting range è praticamente vuoto, ci sono tre auto e la mia PT cruiser in affitto. Il Gun Club è situato in una zona nel mezzo, tra i palazzi della Los Angeles finanziaria ed East L.A., che invece è decisamente più povera. Appare ai miei occhi come la zona industriale di Bassano del Grappa, vale a dire capannoni di cemento.
“Can I help you Sir?!” Una vecchia signora che sta alla cassa dietro un bancone ad “L” abbastanza lungo da ospitare migliaia di pistole, mi accoglie appena entro nel Club. Alle sue spalle, sul muro, per la stessa lunghezza che occupa il bancone, sono appesi altrettanti “shot gun”. Dal fuclile a pompa all’ M16, al quale però è stata tolta la funzione di ripetitore – che è una caratteristica esclusiva delle armi da guerra e non da civile.
Le dico che ho sentito parlare del poligono di tiro e che mi piacerebbe poter sparare, anche se non l’ho mai fatto prima d’ora. Quello di cui ho bisogno è solo il passaporto che attesti la mia maggior età. Mi dice però che senza un accompagnatore non posso affittare armi, perché non vogliono prendersi la responsabilità nel caso in cui volessi togliermi la vita nello stabile. Fotografare questa realtà mi intriga sempre più, in maniera proporzionale al mio disprezzo per le armi da fuoco. Diventa una sorta di partita a scacchi con il personale. Voglio fotografare all’interno dei booths, ma in genere la gente è diffidente rispetto all’idea di essere catturata da un occhio estraneo... Mi dimostro entusiasta dello spazio, dell’idea di ritornare l’indomani con una persona che possa farmi da “tutor” e finalmente di sparare. La mia proposta di fare una foto di gruppo al personale rompe il ghiaccio e trasforma le loro facce crude in visi timidi. Atteggiamenti adolescenziali animano il retro del bancone, in un’insolita spallata generale per chi deve mettersi in posa per primo. A questo segue la guerra per chi impugnerà il fucile più fico nella foto ricordo. Dopo due minuti sono dentro ad una delle quindici cabine a fotografare Bob, taglio di capelli alla marine, pistola sul polpaccio e pantaloni dentro i military boots neri. Impugna una Bull Rider, la pistola più grossa che per ora hanno a disposizione, ha preso solo 5 proiettili perché il calibro così grosso è molto costoso. Ne infila due e gira il tamburo come nei film e mi dice “…are u ready to shoot man?!”, sposto l’occhio dal mirino della mia Nikon, lo guardo dal basso e con la testa faccio come per aiutare le mie parole ad uscire dalla bocca e gli dico: “Go ahead man! Go ahead!”, rimetto il mio occhio nel view finder e lo vedo ridere attraverso la lente... “…I mean, ARE U READY TO SHOOT WITH THE GUN?! NOT WITH UR CAMERA!” mi fa, e porgendomi la pistola dalla parte del manico continua nella sua grassa risata...





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Il servizio fotografico completo potete vederlo anche sul sito web di Alessandro Zuek Simonetti www.zuekphotography.com

(01/12)