CLEVELAND, CALIFORNIA

by Chiara Costa

INTERVISTA AD ALLEN RUPPERSBERG

L’aggettivo ‘concettuale’ fa sempre un po’ paura, soprattutto quando si parla d’arte. Allen Ruppersberg è un artista della vecchia scuola, ma a differenza di molti dei suoi compagni è stato sempre un tipo allegro e intimista, forse per il sole e l’aria limpida di Los Angeles, città dove è cresciuto artisticamente. Ama i libri più d’ogni altra cosa e ne realizza sempre di bellissimi.

Allen Ruppersberg è un signore alto coi capelli grigi, e oggi si è messo le prime cose che ha trovato nell’armadio. Anzi, in valigia: è a Milano per una mostra allo Studio Guenzani, in cui espone con il suo vecchio amico Allan McCollum, altro padre del concettuale U.S.A. Inutile elencare i musei dove ha esposto durante la sua carriera: 40 anni di mostre in tutto il mondo, portati benissimo. È curioso come un bambino, non usa l’ombrello e la prima domanda la fa lui:

Piove sempre così tanto a Milano?

No, solo durante il Salone del Mobile: è una tradizione, lo facciamo apposta.
Ah. Bello questo Nero magazine, e tiene bene l’acqua. C’è bisogno di giornali nuovi, non ne posso più di leggere le solite riviste d’arte.

Bene, allora cerchiamo di fare un buon lavoro. E partiamo dall’inizio: sei nato a Cleveland, OHIO nel 1944. Sai che pare che Cleveland, insieme a Pittsburgh, sia una delle città più vivibili degli Stati Uniti?
Davvero? E chi lo dice?

L’Economist.
Quindi dobbiamo crederci. Cleveland è una città carina, e lasciami dire che la Rock and Roll Hall of Fame è davvero un bel posto, ci sono un sacco di cose interessanti, insomma è da vedere. Ad essere sincero, per quanto riguarda la mia esperienza, il mio unico desiderio è sempre stato di salire su un autobus e andarmene. Cosa che effettivamente ho fatto appena compiuti i 18 anni, nel 1962. Ero stato accettato al Chouinard Art Institute di Los Angeles (che adesso è diventato il California Institute of the Arts), quindi avevo una buona scusa e i miei genitori non hanno fatto troppa resistenza. In California c’era il sole, il surf, le ragazze più belle... quale posto migliore?

Avevi le idee chiare fin da allora? Sapevi già di voler diventare un artista?
Assolutamente sì. L’ho sempre saputo, fin da quando ero un bambino. Non c’era altro che volessi o potessi fare, nonostante provenga da una famiglia in cui non ci sono artisti; io sono il primo. Per esser preciso, da bambino volevo diventare un cartoonist, volevo essere Walt Disney! Adoravo i fumetti e ne leggevo a palate.

Hai ottenuto il Bachelor in Fine Arts nel 1967: com’era allora la California? Possiamo immaginarci qualcosa in stile Zabriskie Point?
Esattamente. Era così. I germi di quel momento storico incredibile c’erano già anche quando sono arrivato nel ’62, ma era tutto più sussurrato. Poi presero piede lentamente fino ad esplodere in quella stagione. Avevo la netta sensazione (e ora lo posso confermare) di essere nel posto giusto al momento giusto.

A quegli anni risale uno dei tuoi progetti più significativi, Al’s Cafè (1969): un’installazione temporanea durata tre mesi in cui ricreavi il clima di un qualunque caffè americano e servivi piatti-sculture. Qual era lo scopo di quel progetto?
Fondamentalmente volevo portare l’arte fuori dagli spazi ad essa dedicati. Adesso potrà sembrarti scontato, ma allora c’era molta più libertà, più cose da sperimentare.
Al’s Cafè era pieno zeppo di classici dettagli americani, con autografi di divi del cinema, sportivi e tovaglie a quadretti. Però i piatti erano “toast e foglie”, oppure “aghi di pino bruciati alla Johnny Cash, serviti con felci vive”. Un’avvenente cameriera prendeva le ordinazioni e io mettevo insieme i piatti in cucina. Credo che questo renda l’idea del clima di allora.

Se dovessi consigliare adesso ad un ragazzo di 18 anni di Cleveland dove trasferirsi per poter intraprendere la carriera di artista, cosa diresti? East Coast o West Coast?
Penso che nella West Coast ci siano le migliori scuole d’arte del paese, sono almeno cinque quelle che raggiungono un ottimo livello e secondo me dipende dai professori. Poi è ovvio che a New York ci sono ottime gallerie, ma ho davvero l’impressione che la vita nella Grande Mela stia diventando sempre più difficile a causa dei prezzi che salgono in continuazione. Considera che a New York, nonostante la mia vocazione nomade, ho avuto uno studio per 15 anni al 611 di Broadway. Sono stati anni fantastici e a quel posto ero davvero molto legato, ma ho dovuto lasciarlo perché era diventato economicamente insostenibile. E non solo per me: tutti gli spazi più interessanti si sono dovuti spostare dalla zona per sopravvivere. Ho ancora un appartamento a Brooklyn, perché New York rimane una città straordinaria, e vivo parte dell’anno in California perché da cinque anni insegno: mi piace moltissimo ma è impegnativo, non riuscirei a fare avanti e indietro. Poi ti confesso che ho spostato molte delle mie cose in uno studio a Cleveland, quindi vedi che alla fine sono anche tornato a casa.

I tuoi studi devono avere pochi angoli liberi. Sei un vero appassionato di collezionismo: possiedi 20.000 cartoline, 2.000 film, migliaia di diapositive, libri, pellicole di film, poster, fumetti... perfino TUTTI i numeri di “Life” dal 1938 a buona parte degli anni ’60. Come nasce questa “perversione”?
Me lo chiedo sempre anche io.

Io in questi casi do la colpa a mia madre. Funziona sempre.
Lo so, infatti anche a me piace pensare che sia colpa dei geni. E mi piace tenere da parte tutto ciò che cattura la mia attenzione, lo metto via con la segreta speranza che un giorno ne avrò bisogno o semplicemente saprò cosa farmene. In effetti, spesso è stato così, quindi in un certo senso il mio è un archivio vivo.
A proposito, quando ho lasciato lo studio di Broadway, ho fatto una serie di fotografie che poi sono confluite anche in un progetto on-line del DIA Center for the Arts: The New Five Foot Shelf. In qualche modo anche lo studio sopravvive pur non esistendo più.

Hai mai letto la tua biografia su Wikipedia?
Oddio, no.

Io sì. Nelle prime tre righe si legge: “i suoi lavori sono dipinti, stampe, disegni, fotografie, sculture, installazioni, libri”.
A mia discolpa vorrei specificare che di dipinti ne ho fatti proprio pochi. Per la maggior parte disegno, creo installazioni e utilizzo e rielaboro libri. La fotografia, che ho iniziato a praticare negli anni ’70, mi piace perché la uso in modo amatoriale, mi serve come tutti gli altri mezzi, ma non sono assolutamente un fotografo.

E i libri? In alcuni lavori li esponi come oggetti; nel 1974 sei persino riuscito a ricopiare interamente Il ritratto di Dorian Gray...
Io adoro i libri. Mia madre (ecco vedi...) era una divoratrice di libri e la casa ne era piena. I libri raccontano storie, gli artisti anche.

Anche la storia e la memoria hanno un ruolo fondamentale in diversi tuoi lavori. Perché?
Questa è una domanda complicata. In parte l’interesse per la storia è collegato alla narrazione, che come ti dicevo prima è al centro di tutta la mia produzione. In realtà penso anche che gli artisti siano ossessionati dall’idea di memoria: è una questione d’egocentrismo. “Qualcuno si ricorderà del mio lavoro in futuro?” Comunque a pensarci è vero, due dei progetti che amo di più sono delle vere ricerche storiche. Uno è Siste Viator (Stop Traveller), del 1993: l’ho realizzato ad Arnehm, in Olanda, dove nel settembre 1944 in una settimana persero la vita 8.000 soldati. Ho ripubblicato venti libri che all’epoca erano best sellers nei paesi più coinvolti: mi piaceva l’idea di evocare tutti quei morti attraverso i libri che leggevano al tempo, libri che probabilmente erano nel loro zaino insieme alle provviste o alle armi. Volevo fare un memoriale alla memoria individuale.
L’altro è quello ideato per Skulptur Projekte Münster del 1997, The Best of All Possible Worlds; in questo caso il mio era un omaggio diretto al Candide di Voltaire. Immaginavo che Candide avesse aperto una agenzia di viaggi a Münster. Per il progetto ho pubblicato, tanto per cambiare, un libro, Tourguide, con testi, mappe e foto di undici siti raccontati dai cittadini: anche in questo caso il mio intento era intraprendere un viaggio nella memoria di una città attraverso la memoria dei singoli abitanti.

Usi moltissimi mezzi espressivi. Uno dei pochi che non utilizzi è la musica.
È vero, non ho mai creato pezzi legati alla musica, ma ho sempre frequentato musicisti e negli anni ruggenti penso di aver visto i migliori concerti della storia… Mi accontento di questo!

Sai come finiscono tutte le interviste a cittadini statunitensi in questo periodo?
Hillary o Obama? Obama! John McCain è pazzo e pericoloso. Non posso pensare che dopo Bush vinca un altro repubblicano, sarebbe la fine. Anche Hillary è in gamba, sarebbe un ottimo presidente e sa quello che fa, ma i coniugi Clinton sono o amati o detestati: la sua elezione provocherebbe troppi nervosismi. Comunque lascia che ti dica che Uncle Bill in fondo ha la stoffa della rockstar.

La storia dell’ultima domanda era finta. Ne ho ancora una seria, quasi troppo. È cambiato molto il ruolo dell’artista rispetto a quando hai iniziato?
Eccome se è cambiato. Non c’è più l’ingenuità di prima, adesso è un vero business. Ma questa è una considerazione che lascia il tempo che trova. Io faccio quello che ho sempre voluto fare: non mi lamenterò mai.

Didascalie foto (dall'alto): Al’s Café,  1969, Los Angeles, Al’s Café , 1969
Los Angeles, CA, Courtesy: Margo Leavin Gallery; Al’s Café , 1969, Los Angeles, Al’s Café ,  1969, Los Angeles, CA, Courtesy: Margo Leavin Gallery; The New Five Foot Shelf, 2001. 50 libri facsmile e 44 stampe a getto d’inchiostro. Edizione di 10 Dimensioni Variabili Courtesy: Margo Leavin Gallery; The Singing Posters, 2003 posters e fotocopie, installazione allo Studio Guenzani, 15 novembre - 23 dicembre 2003; Siste Viator , 1993, 20 libri facsimile, Edizione di 50, Lunghezza della mensola: 56 cm, Courtesy: Margo Leavin Gallery

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