DOPE, GUNS N’ FUCKIN’ IN THE STREETS

by Francesco Farabegoli

Quella della Amphetamine Reptile è quasi un’epopea. Intervista al fondatore Tom Hazelmyer sull’ascesa, la caduta e le possibili eredità di un’etichetta che ha scritto una pagina a sé nella storia del rock.

In parziale ottemperanza alla politica di sobrietà che ne ha definito l’operato per un decennio, Amphetamine Reptile ha di recente ricominciato a pubblicare materiale inedito con il proprio marchio. L’etichetta che aveva chiuso i battenti nel ’98, nell’indifferenza generale, riapre timidamente al pubblico e pubblica una serie di 7”, più un LP di Heroine Sheiks, distribuiti solo attraverso il sito ufficiale.
“La ragione per ricominciare? Non c’è proprio una “ragione”. Dopo aver finito con il progetto A Purge Of Dissidents avevo ancora voglia di fare musica, e per ora le cose che ho fatto uscire sono state fatte solo per divertimento, o per avere l’opportunità di lavorare con amici tipo Lydia Lunch o Billy Childish. Non ho assolutamente in programma di rimettere AmRep nella posizione in cui era. I dischi sono una sorta di documento di vari progetti, più che lavori messi sul mercato con l’intenzione di cambiar il mondo o cose così. Di base si tratta solo di tirature minuscole, vendute attraverso il sito web. Mai dire mai, mi conosco abbastanza bene per poterlo dire, ma per ora questo è l’unico piano." Chi parla è Tom Hazelmyer, leggendario fondatore ed unico tenutario dell’etichetta oltre che chitarrista di Halo Of Flies. Se ve lo state chiedendo, il progetto A Purge Of Dissidents è una cosa messa insieme in combutta con Dalek, in cui il rapper cura le immagini e Tom la musica. Ne vien fuori un disco, uscito per Ipecac nel 2007, a testimonianza di quello che si pensava un fugace ritorno di Haze alla musica, in quella freak scene che è la corte di Mike Patton. “Buzz (Osbourne, chitarrista dei Melvins, ndr)raccomandava Ipecac dicendo che era un’etichetta che avrebbe potuto sostenere un progetto così bizzarro, ed aveva ragione. Comunque è stato una cosa estemporanea: posso prendermi cura di un progetto singolo, ma la dimensione di questo progetto era troppo grande da sopportare per una sola persona.”
La storia di Amphetamine Reptile è quella di un’etichetta che prova a mettere in fila un catalogo di dischi fatti da amici, e finisce per disegnare i confini di un mondo nuovo. Le ragioni della fine di AmRep, al termine degli anni ’90, sono le più ovvie e giustificate: non necessariamente i soldi, più che altro la fine di un ciclo ed il cambio d’aria all’interno del giro della musica indie tutta. Qualcosa che dopo un po’ di tempo s’incrina e ti fa pensare che sia il momento di togliere le tende e di mettersi a fare altro.“Ho smesso di stare dietro ad AmRep come lavoro a tempo pieno nel ‘98, perché era ovvio che l’intero mondo delle indie label stava per cambiare, e non per il meglio. Guardando a questi dieci anni, direi che è stata una buona scelta.” Negli anni di silenzio Haze non è rimasto fermo. Ha continuato ad occuparsi di grafica e a vendere i dischi del catalogo via web.
Erano altri tempi ed altri modi di stare dentro al rock. Amphetamine Reptile nasce nel 1986, nella Minneapolis sfavillante del successo indie di Hüsker Dü e Replacements, senza un piano preciso alle spalle. Nel giro di pochissimo incontra un pubblico di fanatici devoti e decide di rilanciare. AmRep era sinonimo di un rock americano slabbrato e distorto, brutto, inflessibile, sferragliante. In AmRep funzionavano cose che, né prima né dopo, lo faranno più: la normalità, l’informale, l’incomunicabilità, la radicalità. Il roster dell’etichetta si componeva di gente tipo Cows, Hammerhead, Unsane, Melvins, Janitor Joe, Love 666, Guzzard, Tar e decine di altri artisti: gente che aveva una propria visione del mondo, o che in attesa di una visione continuava a macinar dischi e chilometri in furgoncino. Lo spietato approccio degli artwork ridisegnava un mondo anche oltre quel che riusciva a fare la musica in sè. Estetica del brutto, talmente ostentata e dozzinale da diventare cifra stilistica: foto di pezzi di ricambio di motori scattate alla bell’e meglio, copertine di dischi jazz rivedute e corrette, layout presi di peso dal punk rock. Se ne occupava lo stesso Tom, sotto qualche pseudonimo. “Sono sempre stato un grosso fan del design, principalmente per quello che si rivolgeva alla musica punk/rock. In realtà ho iniziato a fare gli artwork delle mie uscite semplicemente perché non conoscevo nessun altro che li potesse fare. Poichè il mio gruppo stava rallentando l’attività ed AmRep era in crescita costante, cercai di incanalare la mia creatività nella grafica piuttosto che nella musica. Andando avanti nel tempo mi divertivo molto di più a realizzare copertine che a suonare.” Come se Peter Saville fosse vissuto a Minneapolis e lontano dalle scuole d’arte: un bagno di sobrietà, e forse un acido di troppo ogni tanto. “Il mio approccio nel progettare l’aspetto grafico è quello di cercare di rimanere il più attaccato possibile al progetto stesso, di concepirlo su misura. Siccome non ho mai frequentato scuole d’arte e non ho mai avuto l’ardire di perseguire un mio “stile” personale, è sempre stato facile trovare roba che si sposasse bene con il disco, piuttosto che avere uno stile unico e forte da sposare ad ogni progetto. Le mie influenze vengono da ogni parte, dalla grafica porno alla pessima pubblicità, fino ai grandi designers come Jaime Reid o CSA Design.”
Quel che rese vincente AmRep, guardando le cose dall’oggi, fu la chiara impressione che chi ci stesse dentro, a qualunque livello, facesse parte di un club. Che i dischi siano belli è certo importante (e lo erano), ma l’attitudine esclusivista che animava il baraccone era il salto di qualità. Da questo punto di vista l’etichetta di Tom Hazelmyer è stata davvero l’ultimo depositario della tradizione di etichette come Sub Pop (cui agli inizi era legata a doppio filo) ed SST, un suono ed un’attitudine, gente talmente simile che l’avresti scambiata, nessun disco brutto. La label aveva una politica serratissima per quello che riguardava le release: singoli a pioggia per gruppi che gravitavano attorno ad essa a qualsiasi orbita, ed album per una schiera di eletti. Ed album-raccolta di singoli ogni tanto, la gloriosa serie Dope, Guns n’ Fucking in the Streets. Sembra quasi, visto il tutto in prospettiva, che AmRep esprimesse apprezzamento dei singoli gruppi con gli LP/CD e si riservasse di formare una visione del mondo attraverso i singoli. Ma Haze non è d’accordo, per lui le cose sono sempre più semplici di così. “Non saprei, penso che viste in prospettiva e da altre persone le cose possano acquistare molti più significati di quello che potevo attribuire ad esse mentre le facevo. Insomma, dieci anni fa c’era più libertà di fare cose meno commerciali in 7”, fare CD o LP era semplicemente una spesa troppo grande da mettere a budget per tutti. Mi mettevo a pensare ad un CD o ad un LP solo se si trattava di gruppi molto attivi, che avessero intenzione di andare in tour e continuare a registrare nel futuro.”
Sia quel che sia, la gigantesca scritta NOISE che campeggiava nel logo dell’etichetta sembrava per un breve periodo di tempo aver contagiato il mondo. Dire noise è come dire niente: Thurston Moore e gli anni ’90 hanno permesso di porre la parola in calce a quasi tutto. Alle infinite teorie del rumore che il mondo andava snocciolando, in ogni caso, Tom decise di apporre una chiosa fatta di dietrologie blues con la schiuma alla bocca, come le armoniche a tradimento che entravano nei dischi degli Unsane (o i fiati dei Cows) per far quadrare il cerchio. Ed oggi tutto questo è semplicemente andato perduto, soffocato da ipotesi più arty e gratuite. A sentire oggi i dischi, e a vedere le foto di copertina, pare di avere avuto a che fare con degli alieni. Haze ha una sua idea su quello che è capitato: “…succede semplicemente che la spinta creativa, nelle correnti musicali, si esaurisca dopo un po’ di tempo. Manca il ricambio generazionale ed ai vecchi non interessa più fare cose nuove. Alla fine degli anni ’90 è successo anche al noise.” Chiaro e semplice: le cose sono finite perché non c’era più niente da portare avanti. Tom, forse saggiamente, decise di non incaponirsi. “Ero totalmente cotto, e non sentivo molti nuovi gruppi che mi attizzassero abbastanza per continuare. Oltretutto, nel ‘98, la maggior parte delle mie band si sciolsero o cessarono l’attività. Per certi versi fu positivo: avevo l’opportunità di chiudere senza lasciare i gruppi nelle pezze, così colsi la palla al balzo e mi tirai fuori. Non fu mai una questione di soldi, avevamo anzi appena avuto un bel successo con Nashville Pussy.”
In ogni caso il mondo ha fatto in fretta a dimenticare quella stagione. Il successo di vendite di Helmet e derivati è stato inglobato all’interno del crossover e poi del nu-metal, il postrock ha preso una direzione più melodica e popolare, gli estremismi si sono chiusi in se stessi e hanno generato compartimenti stagni. L’ala oltranzista di AmRep si accasa su Relapse, gli altri gruppi si sciolgono per dissidi interni o finiscono semplicemente la benzina. Di lì a un paio d’anni la musica cambia volto: qualcuno infila l’ennesima dietrologia post-punk ed ogni indierocker sulla terra decide che Gang Of Four è il miglior gruppo mai esistito. Non è solo l’eredità AmRep a lasciarci le penne: il math-rock smette di rilanciare sullo stesso canovaccio, Chicago smette di esistere nelle cartine del post e Dischord punta tutto su Black Eyes ed El Guapo. “Non ho visto o sentito molto negli ultimi dieci anni da farmi pensare di essermi perso un sacco di gruppi interessanti: è davvero piuttosto evidente che i gruppi d’oggi si accontentano di scavare nel passato e non di curarsi del futuro. Quello che cerco in un gruppo, personalmente, è invece ciò che fa di nuovo e di differente dal passato, quelle caratteristiche di ‘sfida’.” Cosa che i gruppi da lui sfornati avevano scritta in faccia. “Chi copia i Joy Division non lo fa certamente per soddisfare me. Le cose che mi hanno maggiormente colpito negli ultimi anni vengono da gruppi tipo A-Frames di Seattle, i giapponesi Polysics, i texani White Drugs, Clockcleaner da Philadelphia e The Horrors, dalla Gran Bretagna.” Un po’ una versione aggiornata del suo catalogo, a pensarci: visioni pop allucinate, noise cattivissimo, revisioni wave per nulla calligrafiche, psichedelia strafatta Y2K e rock’n’roll degli anni ‘50 riveduto e corretto per le nuove generazioni. Cambiano gli attori, cambiano le musiche, rimangono le attitudini. E qualcuno che ascolta c’è, anche al di là di Tom Hazelmyer. Dal 1998 ad oggi si sono riformati Helmet ed Unsane, Shannon Selberg fa dischi con Heroine Sheiks, Steve Austin assume pose da dio dell’estremismo sonoro, Hammerhead si è diviso tra Todd e Vaz. Successi se vogliamo marginali, ma abbastanza clamorosi se messi nella prospettiva di un mercato della musica indie che tira da tutt’altra parte. E se Amphetamine Reptile non pare avere (ahimè) avuto molta influenza nella storia del rock, sembra paradossale che molta della musica che più ci piace, ancor oggi, giri attorno alle sue scorie. E per Tom Hazelmyer questo non è affatto positivo. “La musica dei gruppi ex-AmRep dà il giro alla maggior parte della roba “nuova” che esce. Due grandi esempi: Vaz (ex Hammerhead) ed Heroine Sheiks (ex Cows). Anche le cose di Troy (von Balthazar, leader di Chokebore ed ora titolare di un bizzarro solo-project di matrice indiepop, ndr) sono molto diverse dal suo ex-gruppo, ma comunque bellissime. Ed è davvero deprimente il fatto che non ci siano gruppi più giovani, là fuori, pronti ad insegnare un nuovo trucchetto o due ai vecchi.” Ipse dixit.


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