MUSICIANS OF THE AIR

Valerio Mannucci





Lo giuro. Una delle ultime cose che avrei mai pensato di fare era di trovarmi a parlare di volatili. Ancor meno avrei mai immaginato di scrivere a proposito di un tipo che suona insieme agli uccelli. Roba da circo avrei detto. Ma siccome quello della musica, pur nella sua estrema varietà, può essere considerato un sistema con delle regole e dei campi di riferimento ben definiti - e per certi aspetti un pò chiusi - quando si incontrano degli individui che si muovono ai limiti di questi campi d’azione e con il loro movimento mettono in moto una serie di dinamiche suggestive e inaspettate, allora tocca parlarne. Uno di questi è proprio David Rothenberg, con il quale ho scambiato qualche battuta via mail a proposito del suo lavoro e sulla sua particolare inclinazione. È un filosofo-musicista-ricercatore che - oltre ad essere anche il fondatore di una collana della MIT press chiamata Terranova - da diversi anni tenta di dimostrare tutte le possibili vie di congiunzione fra l’uomo e la natura. Una figura come quella di Rothenberg ha secondo me l’incredibile pregio di fungere da nodo ad un fazzoletto che ci ricorda che la musica - per esempio - è qualcosa che va oltre l’uomo e lo trascende. La cosa importante quindi è cogliere, in un esempio del genere, quelle suggestioni che possono aiutarci ad intendere il suono, e la sua organizzazione, come un universo ancora poco conosciuto che rimane inesauribile proprio perché in buona parte inesplorato e tremendamente sfuggente.
Rothenberg è un personaggio per certi aspetti spigoloso, per altri apparentemente grottesco, ma sicuramente è un tipo a tutto tondo. Nel senso che la sua multiforme attività - di filosofo, saggista, professore universitario, poeta e musicista - una volta presa sul serio aprirebbe squarci di dubbio in ogni campo della cultura e - probabilmente - metterebbe in questione il concetto stesso di ‘cultura’, cosa che non è il caso di affrontare in questa sede. Lo so: uno che suona con gli uccelli e scrive libri dal titolo ‘Perchè gli uccelli cantano?’ potrebbe apparire ridicolo. Se lo prendessimo però come un caso esemplare, diciamo anche una specie di profeta - tutti i profeti possono essere in qualche modo essenziali e ridicoli allo stesso tempo - allora anche in poche righe lo potremmo far diventare un punto di vista da cui vale la pena di guardare...

Per iniziare comunque è sempre bene seguire le proprie malsane idee. Di solito, in modo molto spontaneo, diciamo di sentire il canto degli uccelli. Poi però, se qualcuno ci incalza con pretese scientifico-razionalistiche, ribattiamo che lo sappiamo che non cantano davvero; che lo sappiamo che quello in realtà è solo il loro modo di comunicare, è il loro linguaggio. Va bene, così evitiamo di sembrare degli sprovveduti romantici, ma in fondo andiamo anche a contraddire quanto intimamente (e ingenuamente) avevamo pensato fino a poco prima. Mettiamo quindi che le circonvoluzioni di un uccello siano solo espressioni della loro forma di linguaggio: non è questa una specie di positivistica ammissione? Per dire ‘vorrei fecondarti’ servirebbero forse ore ed ore di cinguettio perfetto e studiato (?) (perchè è noto che gli uccelli il canto lo imparano col tempo e con l’imitazione degli esemplari più adulti)? E sull’altro fronte: quella che noi chiamiamo musica non è in fondo una determinata (e neanche troppo) forma di linguaggio? Non è forse fondamentale anche l’aspetto ‘musicale’ del nostro parlare quotidiano? L’intonazione, le pause, i sussulti non sono, a volte, le cose che più notiamo nelle persone che ci parlano e quelle che - per esempio - ci fanno innamorare di una persona?
In fondo forse è nello spazio che si insinua fra tutti questi semplici punti interrogativi che si muove il lavoro di un tipo come David Rothenberg, che - a quanto pare - non è per niente sicuro del fatto che il cinguettare sia una forma di linguaggio ‘strettamente funzionale’:

“Beh, il canto degli uccelli è presente nel mondo da milioni di anni, da prima ancora che apparissero gli esseri umani. E’ un tipo di musica piuttosto antica. E io la considero proprio musica - possiede forma, bellezza, melodia, contorno, timbro, una ricca qualità di tono. Non dice nulla di specifico come la lingua. Il significato risiede nel canto stesso, la canzone deve essere fatta bene per funzionare...”

E’ come se Rothenberg dicesse: vogliamo chiudere gli occhi? Vogliamo far finta che i versi di alcuni uccelli che compiono evoluzioni sonore misteriose e strabilianti - che neanche un Miles Davis impasticcato avrebbe potuto pensare - siano dei codici ‘essenziali’? Perchè non dovremmo invece accostare tutto ciò a quello che comunemente consideriamo musica?
Detto questo, sarebbe divertente ricercare, all’interno della storia della musica, tutti quei casi in cui l’uomo ha inglobato nella sua espressione musicale l’elemento esterno, quello naturale, in tutto e per tutto indipendente dall’uomo. Forse così si metterebbe in luce la volontà, in un certo senso inarrivabile, di raggiungere la materia musicale nel suo essere prima dell’uomo e quindi nel suo più profondo essere mistico.
Anche Rothenberg - secondo il mio personale punto di vista - è alle prese con questo stato pre-umano, ma il suo lavoro slitta facilmente fuori dalle linee guida entro le quali si tenta di instradarlo; anche perchè il suo approccio è multiforme, da una parte incentrato sull’improvisazione ‘dal vivo’ con gli uccelli e gli animali in genere, e da una parte con l’utilizzo delle registrazioni di questi versi all’interno di una composizione fatta in studio. Sono due tipi di lavoro simili ma in fondo molto differenti:

“Quando suono con gli uccelli dal vivo e in modo diretto, cerco di creare un ponte che copra l’intervallo fra le due specie, tentando di fare musica da qualche parte a metà fra l’estetica umana e quella degli uccelli. Quando invece trasformo il canto degli uccelli e compongo musica con queste registrazioni trasformate, in realtà sono in cerca di una nuova estetica musicale, ma devo ammettere che facendo così modello la canzone in modo da avere qualcosa che io possa ‘usare’...”

Dopo aver girato il mondo suonando con esponenti provenienti da culture molto lontane fra loro (egli racconta infatti che in molti casi, a causa della totale incomunicabilità linguistica, l’unico mezzo di interazione con gli aborigeni erano delle interminabili, quanto indimenticabili, sessions musicali improvvisate), David Rothenberg si è trovato dunque a duettare, nel vero senso della parola, con diverse specie di animali, uccelli in particolare.
Ci si potrebbe chiedere che senso abbia tutto ciò, ma - facendo un salto - basta ricordare quello che diceva Murray Schafer, ossia che l’uso del rumore è un potentissimo sistema di controllo delle masse. Egli pensava che, per esempio, il rumore delle fabbriche contribuiva pesantemente all’alienazione dell’individuo. Pur non essendo così sicuro di questo occulto ruolo del suono (o meglio del rumore) ho posto comunque a Rothenberg il problema della ‘coscienza uditiva’, proprio perchè mi sembrava che nel suo tentativo ci fosse una primordiale voglia di riscoprire il suono della natura:

“Murray Schafer è più critico di me per ciò che concerne il paesaggio sonoro moderno. Il rumore per quanto mi riguarda può essere anch’esso un materiale musicale. Ma non dobbiamo intorpidire le nostre orecchie, questo è senz’altro da evitare. Io mi sforzo da sempre di proporre una “nuova coscienza uditiva”, come tu l’hai definita. Voglio che le persone ascoltino e afferrino il suono del mondo degli uccelli, per trovare una via d’ascolto all’interno di un’incredibile e vicinissima parte della natura. Volendo si può usare la scienza, la poesia, e anche la musica per fare questo. Ogni approccio ti può dare qualcosa di differente...”

La sua è infatti anche una sorta di antropologia filosofica che fa uso della musica per raggiungere uno stadio pre-linguistico di scoperta. Un dubbio però rimane, quello del senso di fondo di tutto ciò. David Rothenberg fa di questi strani esperimenti la sua ragione di vita e li porta avanti sia come filosofo che come musicista e direttore di una collana editoriale. Noi che ne dobbiamo trarre? In che senso dobbiamo veder tesi i suoi sforzi? E’ la volontà di conoscere meglio la musica e il suono a spingere David verso il rapporto con gli animali - ossia con la parte non-umana della questione - o è la volontà di conoscere gli animali e la natura a spingerlo ad usare la musica come mezzo di ‘scambio’? La sua risposta a questa serie di interrogativi è velata, ma in fondo chiara:

“Io desidero raggiungere gli animali con la musica, sia ascoltando la musica nei loro suoni, sia cambiando la mia musica attraverso questo incontro. Per questo ho scritto un libro che cerca di rispondere alla domanda “Perchè gli uccelli cantano?” usando la scienza, la poesia e la musica per illuminare la domanda da differenti punti di vista. Solo in seguito a tutto ciò la risposta può apparire più completa. Ma allo stesso tempo, nella mia musica, io voglio espandere i miei orizzonti attraverso l’energia giocosa e la resistenza che c’è nel canto di certi uccelli. C’è così tanto da imparare da loro...”

E c’è tanto da imparare anche da David Rothenberg, quanto meno c’è da ammirare quella dose di umiltà intellettuale che lo ha portato a confrontarsi con la natura sul suo stesso campo da gioco, cercando il più possibile di portare avanti una teoria che - proprio per questo - è solo il racconto di una serie fortunata di incontri e di ricerche. E poi c’è la musica, che nel suo comporsi, anche grazie agli animali, diventa un grido di riappacificazione con il mondo. Ma ora torniamo a noi...

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