C O C OO N

by Michele Manfellotto

HEAVEN IS KNOWING WHO YOU ARE

Il mandolino, il ragtime, le basette di Elvis e la folgorazione ‘billy. Le occupazioni, il Dams, il punk come inclinazione naturale, culto filologico, modo definitivo per leggere l’hip hop, il movimento skinhead, la vita di tutti i giorni. È la storia di Anto, lavoratore, compositore, guitar hero, punk rocker nel senso più autentico del termine.

Il mio simbolo sono la pinza e la chitarra.
La pinza è il lavoro.
Cioè ventiquattro ore bastano per lavorare e per suonare.
La musica si studia.
Voglio sottolineare che se poi ti devi mantenere da solo la rotta in culo è al quadrato.
Il talento, la selezione naturale e tutti i pompini che volete: ma devi far capire alla gente quello che suoni.
Quindi l’esecuzione deve essere esatta.
Ora mi beccate in pieno studio rockabilly.
Studio Gene Vincent.

C O C OO N Skit
Featuring Anto of Ufo Dictators, Bier Kampf, Diodi, Digital Junkie & G’.

Era un film, Cocoon?
Io sono della provincia di Foggia, e ora comincio a stare più fattino.
Mi vengono battute che possono fare i vaccari: Cocoon, “co’conn”, quando passa una col culo grosso.
Ah, certo.
Il film con la piscina: ci stanno i baccelli dentro, e alla fine si ringalluzziscono tutti i vecchietti.
Beh, mi piacerebbe farci un tuffo con G’.

Sono nato a Milano, nel 1967, da genitori emigrantissimi.
Dopo un anno di asilo sono tornato al paese dei miei, nel Gargano.
Cagnano Varano, bellissimo paesello.
Ho conosciuto subito la strada. Da bambino di cortile a bambino di strada.
Famiglia non ricca: ma sono contento, quanto meno mangiavo da paura.
Non voglio fare il ragazzo di strada, è un’immagine sfruttata.
Ho vissuto un periodo con gli skinhead, tutta l’esperienza Bier Kampf.
Tanti soggetti purissimi, tantissimi purissimi, proprio persone di serie A.
Tanti invece dovevano fare per forza i ragazzi di strada.
Mi imbarazza un po’ la definizione.
Chi la strada la conosce, con tutta la sofferenza, magari non gradirebbe che io me ne appropri con tanta facilità, perché c’è chi muore di fame e deve rubare per forza.
Cagnano Varano.
Gente rude, molto ruvida.
C’eravamo noi e le anguille.
La chitarra l’ho presa in mano a undici anni, ma ero già sposo promesso al pianoforte.
Mio padre è un tenore, mio nonno suonava il mandolino, e in famiglia c’abbiamo un po’ l’accademia e cazzi vari.
I maschi, tutti musicisti. Mio nipote se i giocattoli non suonano non li vuole.
Da pischello mi divertiva un botto la musica delle comiche.
I vari ragtime, Scott Joplin, Maple Leaf.
Il far west, i tipi che suonavano il piano nei saloon, i bicchieri che andavano in mille pezzi. Mi arrapavano le donne.
Ma non sapevo cos’era un ragtime, né in che punto fosse esattamente la fregna. Era sotto l’ombelico, con un’ubicazione da stabilire.
Il piano, e dal primo superiore il conservatorio, contemporaneamente a ragioneria. Bocciato una volta, e sempre, sempre rimandato.
Le superiori, un periodo stupendo.
E mi dispiace per chi se le è vissute male, perché significa che i compagnetti lo pigliavano a calci in culo o chissà che sevizie gli facevano.
Io ero un seviziatore. E qui senza modestia.
Ho fatto il modesto come ragazzo di strada, mi vanto come seviziatore di scuola.
Al bagno chiedevo le tangenti. Sono sempre stato alto un metro e un cazzo: ma se non mi davi le sigarette, almeno una a testa quando si entrava in bagno, questo metro e un cazzo te lo infilavo tutto nel culo.
E gli spinelli, le gnocchette, le varie precocità.
Il conservatorio mi ipnotizzava.
Influenze musicali spettacolari, perché quando un pezzo te lo ricordi ti infetta.
La musica è altamente infettiva, perciò si parla di contaminazione e tutta quella roba là.
Mi piaceva Elvis. Mi piaceva come gli luccicavano i capelli, e le basette, le mosse che faceva.
Sarà stata la forma dei capelli, ma Elvis mi piaceva da morire.
Da piccolissimo mi colpì Rondò Veneziano.
Studiavo, e per un ragazzino è troppo impegnativo capire la roba sinfonica. Non sa discernere, gli sembra che quella è musica e il resto è come la suoneria del telefonino.
Rondò Veneziano era più o meno sinfonico, ma aveva una batteria che avevo già sentito in musiche altre, un altro ritmo.
Al che comincio a capire pure i Sex Pistols.
L’accademia si era infettata. Le note esatte si erano infettate.
Me ne sono andato appena ho potuto. A Bologna, a fare il DAMS. Era il 1987.
Sapevo cos’era il punk, ma al mio paese non c’erano negozi di dischi: le informazioni erano una specie di riciclaggio turistico.
Ti vivevi l’istinto musicale, ma eri ignorante. E forse quello è il vero punk.
Tanti il punk lo recitavano.
I pischelli del sud, rozzi, ignoranti, non è che ci facevano. Il punk gli veniva facilissimo.
Ero meravigliatissimo, vedevo tutti questi tipi più strani di me.
Al paese tutti mi guardavano, perché ero proprio punk, tipo Stray Cats, quella roba là. Punk, rockabilly, psychobilly.
Certo, non c’era problema. Mi conoscevano un sacco di criminalotti, per cui mai nessuno si sarebbe sognato di venire a rompermi i coglioni.
Insomma, all’università mi sono detto, No, è troppo da paura questa storia.
Ma dovevo ancora adattarmi alla città.
Non avevo capito che di autobus ce n’è uno che va da una parte e uno che rifà il giro dall’altra.
Come cazzo mai che per arrivare all’università ci metto un attimo e per tornare a casa ci metto tutto questo tempo.
È che prendevo l’autobus sempre nella stessa direzione.
Un giorno, tra una canna e l’altra, ho visto la fermata e ho detto, Cazzo, e l’indomani ho capito come andavano presi questi cazzo di autobus.
Da lì in poi è stato tutto in discesa: voleva dire che la città non era stupida come mi sembrava a me.
Ho cercato di levarmi un po’ di dialetto. Ma quello è un vero tatuaggio. È inutile che ti fai il laser, un accento forte ti resta.
E soprattutto ho cominciato a suonare. Come un pazzo, non so manco io più con chi.
Uno tosto era Aldo Vignocchi dei Kavalla Kavalla. Facevamo esperimenti.
Aveva comprato uno dei primissimi campionatori. Era uno scatolone enorme, campionava un minuto. Un aggeggione cervellotico, difficilissimo tagliare i campioni, non mi ricordo di che marca era.
Facemmo un concerto, purtroppo non documentato, per armadio, sassofono, e Aldo Vignocchi che strillava e si faceva vedere il cazzo. Era grasso, e c’aveva il cazzo piccolissimo.
Un vero concerto-danno.
Il sassofonista era uno che faceva la respirazione circolare, riusciva a suonare il sassofono senza fermarsi mai.
Io suonavo l’armadio, Aldo Vignocchi pisciava addosso alla gente.
Era impazzito, gli era partito il cervello per Pea Brain, quella che disegnava i pulcini sui muri.
Una bella fica, mi sa. Ma allora mi drogavo già abbastanza, e non ho ricordi molto precisi.
Avevamo il motto, A che droga ci diamo, dopo la mensa.
C’era l’occupazione della Pantera, che io non condividevo.
Manco un’esplosione, un incendio: s’era occupato per fare festa.
C’erano vari gruppi di origine improbabile. Troppa droga, e per me un po’ di finzione, un po’ di fiction.
Nei centri sociali vedevo già quella trasformazione che si compie oggi. A partire dalla mia prima occupazione, l’Isola nel cantiere.
All’inizio era il non profit, dopo invece una scuola completamente diversa: Perché non ci devo guadagnare se ci lavoro dentro.
Giusto, ma ha segnato la rovina di quella mentalità, perché è sbagliato trasformare i centri sociali in locali.
Bologna era piccola, controllabile.
Tante guardie, e dispute storiche sempre citate con la scusa di non voler fare succedere ancora cose, brutte, già successe in passato all’università. Ma pure queste erano tutte stronzate, le usavano per mantenere il controllo sui pischelli.
I centri sociali, e i vari spacci di droga, la polizia li teneva d’occhio.
Chi vendeva la roba e dove, chi vendeva i trip e chi se li pigliava. Non venivano presi perché serviva che ci fossero, perché creassero dei ghetti.
I ghetti c’erano, e questa cosa non mi piaceva.
Parlo di certe regole. C’è chi riesce a viverci dentro e chi no.
Sono scappato a Roma, l’esperienza più bella della vita mia.
La prima cosa che ho notato è il cielo, enorme.
Più grande, più luminoso.
Chissà perché. Il cielo è lo stesso.
E quanto è diversa la gente. A Roma ho ritrovato l’odore del sud.
Ho trovato da lavorare, da arrangiarmi. E ho cominciato subito a suonare.
Era il 1993, avevo ventisei anni.
Il primo che ho conosciuto, Pier Paolo De Juliis. In piena infezione punk: rifiutava qualunque forma, un essere tanto improbabile quanto irripetibile. Faceva un po’ da magnete, da catalizzatore, se ho azzeccato il termine. Nel senso che a Pier Paolo si attaccavano un sacco di soggetti improbabili.
È così che è nata l’esperienza Ufo Dictators, favolosa, bellissima.
All’inizio ero un po’ frustrato.
Non avevo un giro ‘billy, per questo mi sono adattato al punk.
Al punk come esecuzione, come stile: come suona.
Punk non è solo provocazione, è un genere di musica: chiaro, preciso, ben distinto.
Pier Paolo pensava che un gruppo punk doveva suonare il peggio possibile.
Tentavamo di riprendere sonorità veramente ruvide, carta vetrata nelle trombe di eustachio.
A Bologna avevo capito l’hip hop, l’atteggiamento dei negri, e la cosa mi piaceva.
Afrika Bambaataa diceva, Io il punk ce l’ho dentro ma sono negro e allora faccio il rap.
C’era un’equivalenza. La strada, la sfida, e pure se mi spacchi la faccia io ti vengo sotto uguale: allora ci capiamo.
Pier Paolo faceva girare un sacco di dischi, tutto il punk del ’77.
È sempre stato un pedofilo musicale. Pigliava i ragazzini e gli metteva i dischi in mano. Non droghe e siringhe e sigarette. Dischi.
Si metteva in mostra mettendo gli altri avanti. Era il primo della scena anche solo per il merito di trovare tante primedonne.
C’erano altri gruppetti, tipo i Punk al muro, sempre parte dell’atollo di Pier Paolo.
Avevamo sposato la posizione politica destra/sinistra.
Nel senso che volevamo essere di destra, di sinistra e anarchici: tutte e tre le cose insieme, e a seconda della situazione sceglievamo quella che rompeva più il cazzo.
Eravamo sempre tutti ubriachi. Troppo alcol. Veramente troppo alcol.
Io lo facevo un po’ anche per presa di posizione: tentavo di non fregarmene un cazzo, e il punk quando fai così ti viene veramente bene.
Abbiamo cominciato a picchiarci, a darci un sacco di botte l’uno con l’altro.
Io ho rotto il naso a Pier Paolo, Pier Paolo mi ha rotto un dente, il chitarrista voleva farsi la mia donna.
L’autodistruzione più totale. Alla fine abbiamo sciolto il gruppo.


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