LA LINEA

by Adriano Aymonino

THAT IS THE END OF THE FIEND: FLETCHER HANKS E I BASSIFONDI DELL’AMERICAN COMICS INDUSTRY

Personaggi sconosciuti, illustratori dimenticati, geni incompresi, o semplicemente fatti poco noti nella storia dell’arte.

Nel corso dell’ultimo anno sono stati pubblicati due libri dedicati a due tra i personaggi più agli antipodi nel mondo del fumetto americano. Il primo è una lunga monografia piuttosto noiosa e pedante su Jack Kirby, il gigante della Marvel che più d’ogni altro ha contribuito a formare il linguaggio del fumetto moderno, creando o co-creando tra gli altri Hulk, gli X-Men, i Fantastici Quattro e Silver Surfer. Il secondo raccoglie alcune delle opere di Fletcher Hanks, un oscuro personaggio che lavorò dal 1939 al 1941 su infime testate come Jungle Comics e Fantastic Comics. I due non hanno praticamente nulla in comune. Kirby, “the King”, è il rappresentante per eccellenza del metodo di produzione industriale del fumetto americano, costretto a lavorare per quattordici ore al giorno in un seminterrato senza finestre che lui aveva ribattezzato “the Dungeon”, per produrre i disegni a matita che altri avevano il compito di inchiostrare, colorare e completare con il lettering. Hanks fu un completo outsider, un artista alcolizzato che picchiava regolarmente moglie e figli e di cui non si sa praticamente nulla, a parte il fatto che nel 1930 abbandonò casa e famiglia e che a metà degli anni settanta fu trovato morto assiderato su una panchina in un parco al centro di New York. Tutto ciò che è rimasto di lui è questo piccolo gruppo di fumetti prodotti per brevissimo tempo durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale: grezza, lisergica e personalissima visione di un universo parallelo popolato di improbabili eroi e assurdi criminali.
Hanks ebbe chiaramente totale libertà d’azione e la possibilità di gestire autonomamente l’intera catena produttiva, dall’invenzione dei personaggi al lettering. Le sue storie sono crude, elementari, semplificazione radicale del mondo in bianco e nero del fumetto americano di quegli anni. I suoi villains, i cattivi, ricordano scimmie o perfidi felini e spesso tramano per portare alla distruzione totale la razza umana o la civiltà, pagando alla fine i loro crimini con punizioni terribili, dantesche, a volte di una violenza estrema. I suoi due personaggi principali sono Stardust, “the Super Wizard” e Fantomah, “Mistery Woman of the Jungle”. Stardust è un eroe più tradizionale che interviene dallo spazio per risolvere e punire ogni volta che la civiltà americana è in pericolo. Fantomah è invece un’incredibile eroina, una bionda alla Veronica Lake in gonnella trasparente che si trasforma in una sorta di morte vendicativa per difendere l’integrità e la purezza della giungla minacciata da speculatori e criminali. Ciò che li accomuna è solamente un’efferata e complicatissima raffinatezza nelle punizioni inflitte ai criminali e alcune virate psichedeliche nelle ambientazioni e nell’intreccio delle loro storie in cui viene fuori la completa libertà creativa di Hanks: mani rosa che assaltano e distruggono tutto ciò che trovano, polipi d’oro, giganti senza testa che fluttuano nello spazio e donne tigri che vogliono annientare la restante popolazione femminile mondiale. Tutto ciò ha chiaramente ben poco a che vedere con le logiche del fumetto di massa. Ancora più anomalo è il suo tratto, così grezzo da ricordare più le illustrazioni popolari che il fumetto. Basate quasi tutte su tre o quattro colori, sono immagini eccezionalmente potenti, alcune abominevoli, ma altre di estrema bellezza, più visioni d’artista che prodotti di un uomo del mestiere.
Anni prima Hanks aveva disegnato per lungo tempo un’enorme quantità di strisce che riguardavano la sua vita privata e quella della sua famiglia. Dovevano essere qualcosa di straordinario, visto che erano prodotti intimi, neanche lontanamente destinati alla pubblicazione. Purtroppo quando decise di fuggire per sempre da quella vita che aveva registrato per anni sulla carta, sua moglie, per cancellare ogni memoria del suo incubo personale, decise giustamente di buttare tutto nella spazzatura, destinando questa sorta di diario famigliare alla distruzione. Unica traccia sopravvissuta di Hanks sono così queste poche storie surreali e primitive di eroi ed eroine, che certamente non dovettero fruttargli più di qualche decina di dollari. Se avesse continuato a lavorare dopo il 1941 o se qualcuno si fosse accorto della sua fantasia visionaria, probabilmente il suo destino sarebbe stato completamente diverso. Cosa sia stato di lui nei trent’anni successivi, fino alla morte straziante e solitaria in un parco di New York, è un assoluto mistero.

Mark Evanier, Kirby: King of Comics, Abrams, New York, 2008.

Paul Karasik, Fletcher Hanks. I shall destroy all the civilised planets!, Fantagraphics Books, Seattle, 2007.


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Il sito ufficiale del libro su Fletcher Hanks, con interviste e riproduzioni di ulteriori episodi non ristampati, è: www.fletcherhanks.com

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