SATURNO, ASHBY E LA MELANCONIA

Lorenzo Micheli Gigotti

Per una coincidenza incrociata di incontri, visioni, consigli e download il destino ha fatto si che, in un breve lasso di tempo, avessi a che fare con uno dei più significativi e sottovalutati registi americani degli anni ’70: Hal Ashby. Il presentimento è che Ashby sia stato una persona discreta e malinconica. ‘Discreta’ quanto lo è la sua fama che, guardando ai ‘70, è offuscata dai soliti noti (Coppola, Scorsese, Altman, Kubrick, Rocky, Superman...e il Cacciatore); e ‘Malinconico’ come un demone buono nato sotto l’influsso di Saturno. Sarà per questo, per quella sua espressione da cane bastonato e per l’attitudine da fedele cortigiano della sensibilità, che io a lui e al suo cinema mi ci sono affezionato.
Così raggomitolando la matassa celluloide di Hal Ashby, abitata da inetti, ingenui sognatori e disadatti, ho scoperto sempre più evidenti nel suo cinema le proprietà dualistiche del pianeta Saturno. Cerco di spiegarmi. Gli antichi credevano che gli umori fossero caratterizzati da influenze astrali, secrezioni organiche, stagioni ed età. La melanconia derivava, secondo loro, dalla ‘bile nera’, dall’influenza astrale di Saturno (nella tradizione platonica il più alto dei pianeti, nero, freddo e secco), dall’autunno e dalla maturità. Allo stesso tempo la tradizione vuole che Saturno, il dio punito dal proprio figlio che porta sventura ai suoi stessi figli e a coloro che sono nati sotto il suo segno, sia protettore degli storpi e dei predoni; ma anche il dio dei filosofi, degli artisti e di chi ha una mente profonda. Con il tempo la melanconia prese un’accezione eroica e fu idelaizzata come la sorgente della più alta esaltazione dello spirito profondamente conscio di sè e dei propri limiti. Vien da pensare ad una certa ambiguità intorno a Saturno, Ashby e la melanconia. In loro risiede la stessa dubbiosa opposizione tra principi irriducibili: gioia e tristezza; profondità e leggerezza; inettitudine e risolutezza; dolcezza e asprezza; sogno e realtà. Intorno ad Ashby e alle sue creature aleggia un’aura misteriosa tipica delle figure ‘sfigate’ e mostruosamente ‘folli’ che hanno qualcosa di ‘profondo’ dentro. Del tipo “lo sai...la natura compensa” o “...è un mostro ma così intelligente e affascinante...”. Se dovessimo ricomporre la pista cifrata di Ashby, probabilmente, congiungendo i numeretti che vanno dall’ 1 all’infinito, apparirebbe la figura sbiadita di un angelo nero con il viso corrucciato e lo sguardo visionario del sapiente creatore rassegnato. La sua stessa vita (stroncata precocemente da un tumore) e il suo cinema sono venati da queste ambiguità umoristiche e antitetiche di pessimismo e allegria, ottimismo e tristezza.
“Sono nato nello Utah ed ero l’ultimo di quattro figli. Mamma e papà divorziarono quando io avevo sei anni. Papà si suicidò che ne avevo 12. Sono cresciuto, come altri, totalmente confuso. Mi sono sposato e divorziato due volte prima dei 21 anni. E ho fatto l’autostop per Los Angeles quando avevo 17 anni. Ho avuto circa 50 o 60 lavori fino a quando ho trovato lavoro come operatore di Multilith ai buoni vecchi “Republic Studios”. Non ha avuto certo vita facile il nostro Hal che ha esordito come regista alla tenera età di 40 anni, dopo anni di formazione al montaggio - il posto migliore da dove esaminare ogni cosa della creazione di un film - diceva. Il suo primo successo cinematografico arriva per caso. Protetto forse dall’egida di qualche dio nero, gli viene assegnata la regia di Landlord.
Fate conto: la storia, abbigliata ‘seventy’, del bianco ricco con la puzzetta sotto il naso che diventa proprietario di una palazzina abitata da neri. Un anno dopo la Paramount decide che Colin Higgins, lo sceneggiatore di Harold e Maude propostosi anche come regista, era troppo giovane per dirigere quest’opera che venne così assegnata alla più matura conduzione di Ashby. Il film, che per tematica sembrava ai produttori molto simile a Landlord, è la storia di un dolcissimo incontro d’amore tra un ventenne aristocratico avvezzo a simulare scenografici suicidi e una donna prossima agli ottant’anni. Letteralmente e metaforicamente è una vicenda di trasgressione quotidiana contro l’ordine precostituito: la famiglia, l’esercito, lo psichiatra e il prete. Maude (interpretata da Ruth Gordon l’inquietante vecchietta di Rosemary’s Baby) è una donna che non crede nelle patenti, ruba le macchine agli sconosciuti, sgomma in faccia ai poliziotti e frequenta spesso i funerali di sconosciuti con il fare di chi sta ad una festa. Ora ha deposto l’ombrello, quello nero con cui da giovane manifestava in strada e combatte per la roba grossa ma lo fa nel suo piccolo. Harold è invece l’austera incarnazione del giovane disadatto e ingabbiato nel formalismo aristocratico della madre che, con tanto di cuffietta e andatura da papera, non indugia di fronte al figlio affogato, impiccato, sgozzato, mutilato e infuocato. Questi paladini della libertà microcosmica da camera non sono certo dei rivoluzionari della collettività. La loro è una lotta intestina con le proprie costrizioni e contro i loro stessi limiti; una masturbazione pubblica che è l’evidente esibizione di una vita ‘diversa’ possibile. Così ai nostri occhi finiscono per assomigliare a dei folletti allucinati nella coraggiosa esplorazione (senza filtro) dell’esistenza. Come ha intuito lo stesso Wes Andersson, uno dei più attuali estimatori di Ashby, il nostro Hal contrappone al mondo ‘apparente’, dominato dal cinismo e dal decadimento, l’innocenza e la meraviglia della favola; all’oppressione e al disumano interesse economico, la libertà e l’integrità individuale. Fino all’80 il cinema di Ashby non abbandona l’andatura sorniona, allo stesso tempo eccentrica, dal passo malinconico e ironico degli esordi. E il nostro viaggio nostalgico nel suo cinema prosegue con Last Detail (L’ultima Corvée) la storia di due navigati sottufficiali della marina (uno di questi è Nicholson) con un giovane marinaio cleptomane in consegna che deve scontare 8 anni di prigione perchè reo di furto: 40 $ trafugati da un fondo dell’esercito. Ancora una volta la pellicola passa severamente da momenti di vana illusione - quella imprevedibile dei due sboccatissimi consegnatari che decidono di fare godere al giovane cleptomane gli ultimi giorni di libertà - ad istanti di cruda realtà che, nel suo tragico corso, porta alla prigionia e all’assoggettamento gerarchico.
I personaggi del film sono sognatori profondi e favolosi edificatori di libertà individuali; ma sono anche incapaci di rendere le loro aspirazioni personali concrete realtà. L’intenzione impacciata del baffuto ‘somaro’ (Nicholson), castrata dalla sua inettitudine, si concretizza in fiumi di birra, risse, bordelli e nel borbottio di chi - perdente - si rivolge al proprio passato imprecando una rivincita o un’altra occasione che il tempo non gli può scontare.
Si sorride con Ashby, ma di quel sorriso amaro inacidito dalla ‘bile’. Si ride fino all’epilogo; come nella vita così nel cinema, distratti dalle scene, dalle passioni, dagli imprevisti grotteschi che sono nulla di fronte al senso di vuoto e alle lacrime della fine. Come quelle di George il parrucchiere armato di phone e bigodini in Shampoo. La sua è un’esistenza fatta di espedienti, di piccoli fallimenti ed effimere soddisfazioni, di amori e tradimenti di ex che vanno via e tornano indietro. Il cuore malato di George - che in quanto ad erogazione non fa invidia ad un pozzo petrolifero - disperde la sua economia in mille direzioni (feste, festini, scopate, telefonate, intrighi effimeri e risate), ma quando è ora di rimettere la testa a posto, quando il getto diventa sottile e vigoroso ed è diretto verso un ‘Lavoro’ e un ‘Amore’ è ormai troppo tardi. Tanto che l’unica consolazione davanti alla fulminea presa di coscienza di un mondo in caduta e corrotto, è un pianto disperato.
Il caleidoscopico mondo di Ashby è apparentemente sobrio ma intimamente eccentrico. Ad affascinare, delle sue orchestrazioni, non sono le trovate flashione o i giochi linguistici alla Almodovar, ma la dolcezza e la malinconia di ciò che è vero e puro nella realtà di tutti i giorni. Sicchè a commuovere è quell’inconsumata passione, a volte cieca, dei suoi eroi di sorvolare sulle brutture e le ineffabili contingenze della vita. Ecco perchè Chance il ‘Giardiniere‘ (Peter Sellers) di Being There (Oltre il Giardino), disadattato e analfabeta, viene scambiato, pure a causa dell’egemonico potere dei media, per un genio della finanza. In realtà Chance ha vissuto la sua intera vita, servo di un padrone, all’interno di quattro mura domestiche e di un giardino recintato. Tutto quello che sa lo ha imparato dalla Tv e dalla cura delle piante. Catapultato nella vita di tutti i giorni appare un disadattato, scambiato per una macchietta e sbeffeggiato dai poveretti, ma considerato un grande saggio dai doppi petti della businness class. Solo quelli come lui lo riconoscono per la sua vera natura: quando cerca di cambiare l’atteggiamento violento degli sconosciuti con il telecomando della televisione; quando ferma un poliziotto per rassicurarsi che qualcuno si prenda cura di un albero morente sulla strada; quando s’incanta di fronte al feedback televisivo di una telecamera esposta in vetrina. Per tutti gli altri la sua estrema semplicità e genuinità, qualità che sembra non facciano più parte del nostro mondo, vengono travisate per perle di saggezze ‘classica’. Resta il fatto che, da qualsiasi parte la si guardi sia dall’esterno che dall’interno, la vita è uno stato mentale. Ed è per questo che Chance nell’epilogo del film, passeggiando in un bosco e accarezzando i rami degli alberi, distrattamente come fosse una qualità naturale dell’uomo, inizia a camminare sull’acqua di un lago. La comica innocenza e l’elevata ‘purezza’ del tonto Chance sono le qualità che lo rendono capace di tutto.
Nell’ennesima reincarnazione, riappare il goffo storpio di cui si parlava all’inizio. E’ lo stesso saltimbanco protetto da Saturno che nel cinema di Ashby ci ha fatto ridere, commuovere e credere che dopo tutto si può guardare il mondo con malinconia quando si è appagati e rattristati dalla ‘sicura’ coscienza di sè.
Nei vecchi settanta Ashby costruiva i suoi plastici in cantina. Forse più di altri ha incarnato lo spirito ribelle e anticonformista degli anni settanta. Il mito era anche intorno alla profonda debolezza dell’uomo, intorno alla delicatezza di un gesto vergine e alla veridicità di una ribellione personale che si contrapponeva alle false ragioni del progresso.

click... Voci fuori campo dall’altoparlante della tv. La nenia iniziale continua.
- Kretino!? Stupido devi dargli addosso!! -
- Argh! Stai scherzando! Chiunque cerchi di fermarmi con il mio superschiacciapiedipiatti deve essere completamente idiota. -
- Ehi Madley. Zhew!! Zhew!! Torna indietro...ti ho detto di tornare indietro. Hai capito o no??! ...

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