SKUC GALLERY

Ilaria Gianni

E’ difficile incontrare curatori giovani a capo di spazi interessanti e affermati nel mondo dell’arte. Alenka Gregori?, neo-direttrice della Škuc Gallery di Ljubljana, rappresenta invece un’eccezione. Parte dello ŠKUC Cultural Centre -uno dei pilastri della cultura non-governativa, attivo in Slovenia da oltre trent’anni- la Škuc vanta ormai una tradizione nel campo artistico sloveno, portando avanti dal 1978, progetti di sperimentazione e ricerca; la continua attività culturale -dibattiti, mostre e conferenze- lo ha imposto come controaltare alla politica espositiva dominante delle gallerie e istituzioni affermate in Slovenia e spazio alternativo tra i più importanti nel settore artistico dei paesi dell’Est Europa. Uno degli elementi che hanno contribuito a determinarne la connotazione anti-accademica e, per così dire, antagonista rispetto ad un sistema predefinito e istituzionale dell’arte è stata, senz’altro, la scelta, decisamente programmatica, di porre alla direzione della Galleria figure sempre molto giovani. Con il continuo ricambio generazionale, rimanendo fedele ai principi di spazio critico e laboratoriale, la Škuc mette continuamente in discussione la propria metodologia di lavoro, gettando le basi per la creazione di una rete culturale in grado di estendere le sue sfere di competenza e i suoi interessi sempre più verso il confronto con il territorio e il dialogo con la scena artistica internazionale.

La Škuc sembra più interessata allo sviluppo di un “programma culturale”, piuttosto che a diventare un’istituzione potente ed affermata. Il vostro modo di affrontare l’arte contemporanea sviluppa i presupposti per creare un attivo dialogo con gli artisti, mostrando interesse verso ciò che l’arte contemporanea “potrebbe essere” in opposizione a ciò che il pubblico pensa “dovrebbe essere”. È possibile una coincidenza, seppure in termini dialettici, tra l’aspettativa del fruitore e il prodotto dell’artista?

Penso che l’arte abbia sempre a che fare con ciò che “dovrebbe essere” e ciò che “potrebbe essere”. Dipende solo dal punto di visto di osservazione e approccio. Ci sono sempre commenti pro e contro e ciò che risulta importante è rispondere con la stessa spinta ad entrambi. Mi irrita molto l’affermazione “dovrebbe essere così o colà” perché nessuno dovrebbe avere il diritto di decidere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, tanto in arte, quanto nella vita. Bisogna lasciare libertà creativa e interpretativa alle persone. L’arte è presentata al pubblico in modo che ogni singolo spettatore possa formare la propria opinione rispetto a ciò che vede nella galleria. Mi piace ascoltare i commenti negativi tanto quanto quelli positivi, ma devono essere argomentati per stimolare, non rimanere commenti fine a se stessi. Non è obbligatorio aver studiato arte o documentarsi sull’arte per capirla; basta davvero leggere e interrogare l’opera che si ha davanti. Dialogare con l’opera e trovare il giusto modo per comunicarvi.

Il programma espositivo della Škuc è molto vasto, copre diversi periodi storici e aree geografiche: ha proposto retrospettive storiche, ha dato spazio alle nuove correnti artistiche, ospita mostre internazionali, è sede di conferenze che affrontano temi attuali nel settore dell’arte contemporanea, centro di ricerca e soprattutto vetrina per giovani artisti. Puoi parlarci in particolare di quest’ultima attività?

Quando ho ricevuto l’incarico di direttore artistico della Škuc Gallery, mi sono sentita gravata di una grande responsabilità. Come giovane curatrice, ero molto ottimista – e lo rimango tuttora – pensando che tutti i miei desideri si sarebbero avverati. Subito tuttavia mi sono trovata a guardare in faccia la realtà e fare i conti con il fatto di essere diventata direttrice di uno spazio con una storia lunga e significativa alle spalle. Un luogo continuamente messo in discussione, soggetto a critiche, aspettative; un luogo che ha sempre getto le basi per l’avvenire culturale e artistico in Slovenia. Sebbene negli ultimi dieci anni molti “grandi” nomi dell’arte siano passati per la Škuc, una delle critiche maggiori era l’esiguità, negli ultimi anni, di presentazioni di giovani artisti emergenti sloveni. Si era un po’ perso quel carattere di spazio di ricerca e sperimentazione. Ciò che ho voluto fare è stato creare un equilibrio tra eredità storica dello spazio, richieste del pubblico, aspettative riposte nella Galleria e infine le mie personali idee e concezioni, che, per l’appunto, contemplano il ri-avviamento del lavoro con i giovanissimi artisti e designer sloveni.

Non siete una Galleria inserita nel mercato culturale. Non avete solo fini commerciali, ma create opportunità per gli artisti, promuovendo e producendo i loro lavori, dando loro stimoli e proponendo confronti. Potete essere considerati una sorta di Mecenate della contemporaneità. Questo non è un ruolo molto diffuso all’interno della cultura contemporanea…

Non ci definirei committenti, piuttosto combattenti. Siamo un’istituzione non-governativa che lotta per sopravvivere. Cerchiamo di fare del nostro meglio, ma abbiamo un grande problema economico che rende abbastanza difficile portare avanti il nostro lavoro.

La Škuc è molto legata al territorio in cui vive. Ho notato che in questi ultimi anni molti artisti dei Balcani sono “emersi”. Il loro lavoro è molto denso di contenuti, pregno di storia vissuta, di memoria e di confronto con il presente. Ci puoi parlare un po’ della scena artistica balcanica?

Direi che le persone stanno diventavano sempre meno sensibili ad una nozione autentica di tempo e spazio. Gli artisti che vengono etichettati come balcanici, o dell’Est, nel loro lavoro affrontano la realtà, situazioni quotidiane, cercando di comunicare una possibile risposta. Lo slogan “work–buy–consume–die (The Designers Republic, Sheffield, UK)”, è sicuramente assente nella maggior parte dei lavori, che risultano essere critici nei confronti di quel tipo di approccio all’arte e alla vita. Questo tipo di critica sociale, nei lavori provenienti da questa parte dell’Europa, ha molto a che fare con la storia della regione. Alla fin fine siamo tutti vittime della geografia.

Puoi parlarci di qualche mostra ospitata alla Škuc in questi ultimi anni?
Più che una mostra in particolare, preferisco nominare qualche artista che ha esposto da noi negli ultimi venti anni, attivo a livello internazionale: Ingold Airlines, Maja Bajevi?, Raimond Chaves, Attila Csörg?, Tacita Dean, Leif Elggren, Olafur Eliasson, Vadim Fishkin, Carl Michael von Hausswolff, IRWIN, Antal Lakner, Juri Leiderman, Maja Licul, M+M, Olaf Nicolai, Cesare Pietroiusti, Tadej Poga?ar, Marko Peljhan, Goran Petercol, Marjetica Potr?, Nebojša Šeri?-Šoba, Nika Špan, Apolonija Šušterši?, The Designers Republic, Elulalia Valldosera, Sislej Xhafa e molti altri.
Credi che questa maniera alternative di fare cultura funzioni? Confrontandomi con il mondo dell’arte, ritengo sia importante creare degli spazi piuttosto che entrare in quelli ufficiali. Se l’obiettivo è portare avanti la promozione della cultura e la sua diffusione, in modo serio e non commerciale e cercare, al contempo, di renderla il più possibile accessibile, è molto difficile individuare spazi preesistenti. La società presente costringe i giovani alla creazione di spazi alternativi: molti non si riconoscono nelle istituzioni, non trovano un dialogo e un confronto con esse. Data la vostra esperienza, in questo senso, esemplare, cosa consiglia a chi sente l’esigenza di operare, nel mondo della cultura, secondo questa modalità di lavoro non-istituzionale?

La Škuc Gallery ha subito adottato una linea di condotta un po’ provocatoria nominando direttori artistici molto giovani per gestire lo spazio. E’ un grosso rischio che però diventa anche un vantaggio: i giovani portano idee fresche, energie e mantengono la galleria viva. E’ una linea sottile tra caos creativo, successo e disastro quella che viene percorsa dalle giovani generazioni. Da questo punto di vista lo spazio può risultare alternativo ma rimane comunque una forma di istituzione con le proprie regole e la propria identità. Non credo di potervi dare dei consigli; posso solo dire che il mio modo di lavorare nel campo dell’arte e nella galleria come direttrice, curatrice, organizzatrice è divertirmi e godere del lavoro. Seguo il mio istinto e ciò che mi piace portando tutto avanti con la massima serietà e impegno; cercando di apportare del mio nel programma della Galleria; contribuendo alla sua crescita nella maniera più coerente possibile con il suo passato.

Adesso portate avanti anche un’attività commerciale. Come riuscite a integrare coerentemente questa attività con la storia, i principi e le idee originarie della Škuc Gallery?

La Škuc ha sempre avuto una struttura molto organica e tutti i suoi direttori artistici hanno apportato un loro contribuito attraverso un pezzo della propria storia personale. Questo è il principio, o meglio il concetto, di come lo spazio ha funzionato negli anni. Ogni storia individuale, nella storia collettiva della Galleria, è importante e parte indispensabile dello spirito e dell’immagine dello spazio. Espandersi nel campo del commercio non toglie nulla allo spirito storico e combattivo della galleria. Preferisco pensare la nuova attività come un capitolo aggiunto. Dato il cambiamento economico, politico e sociale del paese era logico conformarsi. Gli artisti in Slovenia devono pagare gli affitti, i costi della loro vita e del loro lavoro e noi cerchiamo di creare le condizioni per agevolare tutto questo. Il Governo ha tagliato drasticamente i fondi per la cultura e noi stiamo cercando di creare un sistema che possa venire incontro alle esigenze materiali, purtroppo esistenti, della galleria come spazio e degli artisti. Attraverso gli introiti delle vendite, cerchiamo di mettere gli artisti nelle condizioni migliori per lavorare e la Galleria nelle condizioni di portare avanti la sua attività di polo culturale. Non vogliamo assolutamente diventare un macchina produttrice di soldi, trasformando gli artisti in meri esecutori e le opere in merci, ma purtroppo dobbiamo fare i conti con la realtà: per far funzionare la nostra attività e diffondere, nel nostro modo, la cultura, abbiamo bisogno di risorse.

C’è una tendenza che noti nella critica d’arte e nella curatela dei balcani?

Si. Una posizione piuttosto critica nei confronti del Ovest.. J

Grazie

(01/3)