Taking Matters into Common Hands. Contemporary Art and Collaborative Practices.

Ed. Johanna Billing, Maria Lind, Lars Nilsson

(Libro, Black Dog Publishing, 2007)

Mentre Claire Bishop mette la ciliegina sulla torta delle “estetiche relazionali” pubblicando con MIT Press e Whitechapel un collected papers dal titolo Participation (collana Documents of Contemporary Art), Black Dog Publishing pubblica invece una raccolta di saggi, frutto della ricerca che Johanna Billing, Maria Lind e Lars Nilsson hanno condotto come parte di un gruppo di studio. Interessante notare come la Bishop tende ad accumulare testi di Benjamin, Brecht, Guattari, Nancy, Agamben… che secondo lei rappresentano la genealogia di un discorso che parte dal mito di Eco dell’opera aperta e arriva alle participatory art practices (quasi un happy ending). Di contro ad un discorso sulle estetiche come “emancipazione dello spettatore passivo”, però, c’è oggi un pensiero continentale delle pratiche di cui il bellissimo titolo Taking Matters into Common Hands chiarisce da subito le posizioni. Insomma, la critica che Bourriaud e Bishop hanno fatto al white cube e agli spazi deputati si basa ancora sulle premesse di quel white cube, seppure assunto come termine negativo. Billing, Lind e Larsson, invece, pensano “di nuovo” le estetiche come distribuzione (in delle mani comuni), dal basso, prendendo posizioni che fanno invece un sacco di pieghe! Questo perché i tre curatori della pubblicazione hanno riunito artisti e operatori culturali che non hanno solo teorizzato la partecipazione del pubblico, ma l’hanno prima praticata: vedi Marion von Osten, Nav Haq, 16 Beaver, Copenhagen Free University, per citarne solo alcuni. Il libro non offre alcuna visione utopica, né alcuna fiducia nelle “zone d’urgenza” (quanto dadaismo machista c’è ancora dietro queste ideologie post-strutturaliste?). La dittatura dello stato d’eccezione non li seduce per niente. Al contrario, quest’importantissima ricerca ci presenta delle strategie che sono rilevanti nelle pratiche collaborative recenti, perché testimoniano un lavoro “già fatto” fuori dallo spazio artistico come “safe place”. Produrre lo spazio dalle interazioni quotidiane, lavorando sulla “distribuzione del sensibile” attraverso forme d’integrazione, e non solo interazione.

(francesco ventrella)