INTERVISTA CON CARLO MARIA MARIANI

by Pier Vittorio Tondelli

Carlo Maria Mariani è nato a Roma nel 1931. Ha frequentato l’Accademia di Belle Arti. La sua pittura si ispira alla forma ideale della bellezza neoclassica. La imita, la ripropone, la ricalca; in qualche caso, rifacendola, la corregge. Per questo, fin dagli inizi, i critici hanno parlato di “pittura colta”, di “anacronismo”, di “citazionismo”, anche se, probabilmente, la definizione più appropriata è quella data dallo stesso Mariani: “Pittore come storico dell’arte”. In questo atteggiamento risiede la natura concettuale dell’opera di Mariani, la sua idea dell’arte e del lavoro dell’artista.

Conversazione con Carlo Maria Mariani nel suo appartamento romano, a due passi da Piazza Navona. Tardo pomeriggio di novembre. La casa è al buio. In una grande stanza adibita a studio si scorgono, nella penombra, addossate alle pareti, alcune grandi tele. Sono coperte da drappi, lenzuola, o mostrano il retro. Si tratta degli ultimi lavori che Mariani, scaramanticamente, non intende, per nessuna ragione, mostrare. L’intervista avviene in un angolo della stanza, sotto la finestra, davanti a un piccolo tavolo ingombro di carte, appunti, lettere, fogli, agende. L’unica fonte di luce è data da una lampada da tavolo. Mariani risponde alle domande molto lentamente, con diffidenza. Fa lunghe pause. Parla con una voce profonda, nitida, da attore. Superato il disagio iniziale si lascerà andare a qualche sorriso e a qualche ironia, continuando tuttavia a dare l’impressione di un discorrere controllato e sorvegliatissimo.

“Prima di venire a questo appuntamento, mi sono trovato a passare davanti a San Luigi dei Francesi. Sono entrato per rivedermi Caravaggio. Forse si è trattato di un modo inconscio di prepararmi a questo incontro.”
“Ah sì?... Ogni tanto, se la chiesa è aperta, entro. Mi piace molto riguardare… Caravaggio è stato un mio grande amore.”
“E cosa pensa quando è lì?”
“Mah, c’è sempre gente… Sono giunto a uno stato di idiosincrasia… (Ride.) per la folla. Più vado avanti, più mi isolo. Beata solitudo, vera beatitudo… La mia compagnia me la faccio qui… E’ una compagnia mentale. Non è molto divertente, alle volte.”
“Come si è trovato a identificare nel periodo neoclassico la fonte della sua ispirazione?”
“Vorrei chiarire… Ho sempre voluto chiarire che il mio lavoro, e l’interesse per quel periodo, sono nati nelle biblioteche e negli archivi. Non nelle pinacoteche. Questo è molto interessante, perlomeno credo.”
“Sì, certo. Si tratterebbe di un’ispirazione letteraria.”
“Mentale, appunto.”
“In questo senso, anche concettuale.”
“Indubbiamente concettuale… Nel senso che, attraverso la lettura, non so per quali… misteri, per cui uno, a un certo momento, venga proiettato e vada, così, a interessarsi di leggere testi di Winckelmann, Karl Philipp Moritz e dello stesso Mengs. La cosa mi interessò molto… Sentii… Non so. Mi si aprì un mondo, un universo, un qualcosa che mi faceva appunto riabbracciare il mito della bellezza, dell’armonia.”
“Quando successe?”
“Be’, fine ’74, primo ’75. Quando eravamo in piena… in attività di happening, performance e… (Ride.) Ed era naturalmente peccato mortale dipingere. Non solo, ma poi figuriamoci guardare a…”
“Lei dipingeva già da molto tempo?”
“Molti anni fa, da giovanissimo, ho fatto… ho svolto un po’ di attività per vivere: lavori commissionati, qualche affresco nelle chiese…”
“Dove?”
“Questo fa parte di un lato misterioso che si conoscerà post mortem… (Ride.) Le Accademie di Belle Arti non mi hanno mai voluto… Per me, era il pane… Mi sono fatto le ossa. Svariate migliaia di metri quadri di pareti! Ho affrontato vaste dimensioni. Absidi, catini… Ho dipinto ovunque.”
“Perché non mi dice dove sono?”
“Non si può ancora dire.”
“Veramente?”
“Ancora no. Lo lascerò scritto nelle mie memorie.”
“Forse ha ragione. Bisognerà pur lasciare agli studenti…”
“Vent’anni fa, insomma… Sono cose dignitose, ma…”
“…lasciargli un po’ di materiale su cui fare la tesi di laurea.”
“Ero giovane. Ero interessato a Caravaggio, al Correggio… Ancora prima ai Veneziani. Tintoretto fu, per esempio, il mio primo grande amore. Parliamo, però, di un periodo in cui ero ancora alla ricerca di… La folgorazione è stata, in quegli anni, per un periodo che ho sentito molto vicino al nostro.”
“In che senso?”
“Nel senso che i signori di quel tempo erano… Mi pare soffrissero di molta nostalgia, di senso di impotenza, addirittura, di fronte ai capolavori dei maestri del passato. Sì, c’era in loro questa grande sofferenza nel volersi misurare con l’arte antica, con la bellezza dei classici, essendo però consapevoli di non poter mai raggiungere quella perfezione e quella sublimità. E mi pare, appunto, di accomunare forse anche ai tempi nostri qualcosa che ci rode nell’animo… Non so…”
“Un senso di impotenza?”
“Impotenza, sì, di giungere a questa alta idealità.”
“Mi sembra di capire che per lei l’idea di bellezza sia stata formalizzata una volta per tutte. Si può solo ripetere.”
“Direi di sì… O perlomeno io… credo di aver percepito questo.”
“Come lavora?”
“In genere, eseguo prima un cartone, appunto perché quando vado sulla tela… Insomma, la mia non è una pittura di getto, non affronta la tela così direttamente. C’è tutta una preparazione riguardo al tema, alla composizione…”
“Si tratta di un procedimento classico…”
“Ma sì. E poi è la pittura che va a stesure. Prima abbozzo, poi aspetto che si asciughi un po’, poi torno ancora sopra, poi di nuovo la terza volta, la quarta, fino a che considero… così, che vada bene.”
“Per gli incarnati usa una base di colore?”
“No. Vado immediatamente con una tonalità che, più o meno, può essere quella dell’incarnato. Poi, piano piano, accentuo sempre più la luminosità. E’ un lavoro di gradazioni di luce… Piano piano, fino a intensificare tutto. E’ un lavoro lungo.”
“I ritmi della contemporaneità le sono estranei… Le sollecitazioni dall’esterno, anche del mercato dell’arte?”
“Be’ so di certi artisti… Chia, per esempio, non mi sembra velocissimo. Anche lui impiega tempo. Forse sono i ‘Selvaggi’ tedeschi a essere velocissimi…” (Ride.)
“ ‘Io non sono un pittore, non sono l’artista, io sono l’opera.’ Questa è, probabilmente, la sua affermazione più famosa…”
“Sì… Io sono il quadro stesso. Ci riportiamo qui agli inizi, quando mi sostituivo a un artista del passato per completarne un’opera che era rimasta incompiuta oppure non era, addirittura, mai stata eseguita. E’ il caso della mia testa dell’Arcangelo San Michele di Guido Reni. Nasce tutto da una considerazione di Winckelmann, certamente irriguardosa verso Guido Reni. Winckelmann, insomma, afferma che, se la testa di questo arcangelo fosse stata dipinta da Mengs, il risultato sarebbe stato molto, molto più sublime. In questo caso, diciamo che voglio fare un favore a Winckelmann. Mi sostituisco a Mengs e provo, appunto, a rifare questa testa sublimandola… E, visto il risultato, penso che ora anche Winckelmann sia contento. Ho fatto l’impossibile. In questo caso, sono il quadro stesso. Mariani non esisteva.”
“Eseguirebbe dei falsi?”
“Non lo so… E’ difficile dire… Mi prenderebbe troppo tempo, e io non ne ho. (Ride.) A meno che non si trattasse di una commissione… ben pagata! Mettiamoci pure un tantino di vanità! L’ha fatto anche il Mengs con Giove e Ganimede”.
“Ma in quegli anni un po’ difficili, all’inizio della carriera… Sul serio, non ha mai pensato di eseguire falsi?”
“No. Era già nel mio lavoro questo fatto di sostituirmi a un altro artista. In un certo senso… c’è qualcosa di falso, no?”
“Cosa stiamo ascoltando?”
“Ah, il giradischi?... E’ Händel… Un acquisto fatto pochi giorni fa. Sono concerti per organo. L’organista è Karl Richter… E’ la mia droga. Ascolto musica in continuazione.”
“Quando lavora?”
“Sì, sì… sempre. E’ veramente importante per me.”
“Solo musica classica?”
“Questo fa parte anche un po’ di uno strano fenomeno che mi ha sempre accompagnato fin da quando ero bambino: una misteriosa, fortissima attrazione per il passato… Qualcuno l’ha spiegato in termini esoterici, ha parlato di reincarnazione… Una materia alla quale mi sono sempre interessato. Anche il mio lavoro attorno agli artisti della fine del XVIII secolo non è una cosa che ho affrontato freddamente, ma veramente l’ho vissuta… C’è sempre stata in me questa curiosità di rivivere, di penetrare più che fosse possibile la vita di questi personaggi, per esempio ricercare, nella città, le tracce del loro passaggio o dei loro soggiorni.”
“Qui a Roma?”
“Ho scoperto cose che neppure gli storici sanno!”
“Cosa ha scoperto? Dove abitava Mengs?”
“So dov’è sepolto Mengs… Non lo sa nessuno. Ed ecco qui che si verificano fenomeni stranissimi, perché in alcuni vecchi documenti d’archivio… Io frequentavo l’archivio dell’Accademia di San Luca…”
“Vicino a Fontana di Trevi?”
“Sì, quello. Da quei documenti risultava che Mengs fu sepolto in una tal chiesa ‘in Sassia’, qui a Roma. Ma non specificava dove. Allora mi sono messo alla ricerca. Mi ricordavo che c’era una chiesa, vicino a San Pietro, che si chiamava Santo Spirito in Sassia. Purtroppo non era quella. Cominciai a girare lì intorno, nei negozi anche. Andai nei bar. La gente mi guardava come uno strano animale. (Ride.) Io chiedevo: ‘Sto cercando una chiesa al cui interno dovrebbe trovarsi… eccetera.’ E loro: ‘Ma è morto? Da quanto tempo? Dieci anni? Due anni?’ ‘No, no,’ dico, ‘molto tempo fa…’ (Ride.) Insomma, alla fine… io sono stato… Ad un certo momento… ho sentito proprio il bisogno di fare un giro intorno al colonnato di San Pietro. C’è una scala di un grande edificio, una scala molto ripida che porta in cima, dove adesso c’è una scuola privata, ma che io a suo tempo… Frequentai lì le elementari! E davanti a questa scuola, c’è un cortile, e lì una chiesa piccolissima, minuscola, che era la chiesa della scuola che io frequentavo. Lì è sepolto Mengs.”
“Ricorda come si chiama?”
“Aspetti… No, non ricordo precisamente… E’ cosi, insomma. Ho avuto molte altre cose stranissime, direi sul piano magico. Si è stabilito con taluni artisti del passato… veramente un rapporto.”
“Cosa ha scoperto ancora?”
“So dove ha abitato Angelika Kauffmann. Oggi è l’hotel Hassler, in Via Sistina. C’è ancora un po’, penso, del suo giardino. Si entra da un’altra strada… I Gesuiti… Ho dovuto chiedere un permesso.”
“E com’è arrivato a questa indicazione?”
“Scartoffie… Andando a scoprire, studiando, rovistando. Tendevo anche a rivivere, avere certi ricordi, calpestare la stessa strada…”
“Capisco come la definizione di ‘storico’ le vada un po’ stretta. Si tratta più di una lavoro medianico.”
“Tanto per dire… Vede questa brutta stampa inglese? Riproduce un’opera di Angelika Kauffmann: Cupido e Frosina… Il primo giorno, tanto per restare a fatti strani, la mattina, ero riuscito a sapere dove abitava la Kauffmann. Andai a vedere. Rimasi turbato da questa scoperta… Il giardino… Nel tornare, feci Trinità dei Monti e scesi per la scalinata in Piazza di Spagna. C’era lì casualmente… ‘Casualmente’, no… è uno sbaglio. Come diceva Goethe: ‘Il caso è una zuppa fatta dai furbi che mangiano solo gli stolti.’ (Ride.) Il caso non esiste. C’era uno di quei vecchietti che vanno in giro con tricicli pieni di roba vecchia: vecchi candelabri, vecchi ferri… E così ci vado a finire contro e vedo questa stampa. L’ho riconosciuta subito. Era lì… Ho sceso la scalinata e l’opera era lì.”


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(Tratto da Pier Vittorio Tondelli – Un Weekend Postmoderno – Bompiani, 1990)

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