SIAMO DONNE

by Serena Caramitti

Donne e stampa femminista

Il femminismo non è più di moda, ma quella che segue è una testimonianza diretta di come lo si viveva nei primi anni ’70, quando in Italia si sapeva a mala pena cosa fosse. Serena Caramitti nel 1976 intervista alcune protagoniste dell’editoria italiana: Adelina Tattilo, titolare della casa editrice omonima – a cui apparteneva anche Playmen – e direttrice di Libera; Grazia Francescato, direttrice di Effe e Dacia Maraini, scrittrice. Uno scontro di idee quasi originario, che tocca pornografia, moda, collettivi e attivismo politico.

“Mio marito non vuole che legga Libera, dice che è un giornale pornografico.”
La signora che sotto il casco del parrucchiere pronuncia queste parole senza accorgersi di portare un ennesimo ex-voto all’altare dell’Uomo, è quella che mi decide a iniziare la mia inchiesta proprio con Adelina Tattilo, direttrice di Libera. 


Mi riceve in uno studio lussuoso, all’ultimo piano della sua Casa Editrice.
“Signora Tattilo lo sa che molte donne considerano il suo giornale stampa pornografica?”
“E’ vero. Ma questo avveniva soprattutto agli inizi, quando il giornale era diretto da un uomo, io ne ero soltanto l’editrice. Quando ho deciso di prenderne la direzione ho cambiato completamente il giornale, senza però escludere nessuna immagine che potesse sembrare... Mai pornografica, comunque: semmai di nudo”
“Ma lei sa che il nudo è spesso scambiato per pornografia, e in questo caso, venendo dall’editrice Tattilo...”
“L’editrice Tattilo non è un’editrice pornografica, anche se quando mi definiscono così non mi disturba affatto. L’importante per me è che ogni discorso sia nuovo, di rottura.” 

“Come è nata la rivista, e perché?” 

“E’ nata per occupare uno spazio mancante ed anche per un’esigenza mia personale di donna che lavora, di donna femminista. Sono femminista più in pratica che in teoria, non faccio parte di nessun movimento. Per me il femminismo significa solidarietà fra donne e quindi portare avanti questo discorso attraverso la stampa. Ma siamo ancora agli inizi, siamo talmente lontani da un’effettiva emancipazione della donna! Oggi c’è un’idea molto confusa di femminismo: questo giornale nasce per iniziare il discorso e portarlo avanti nel tempo.”

“Io considero Libera di uno pseudo-femminismo pericolosissimo, perché impostato tutto su una falsa liberazione sessuale.”
Seduta su un cuscino sul pavimento, Grazia Francescato, direttrice di Effe, si scaglia contro quelli che secondo lei sono i nemici del femminismo.
 Sembra una ragazzina, forse non ha più di 25 anni, e vive in questa casa buffa e accogliente insieme ad altre cinque persone: hanno costituito una piccola comune in cui ciascuno, senza distinzione di sesso, svolge i lavori casalinghi che preferisce, avendo facoltà di cambiarli ogni mese. Ci tiene a non essere considerata ‘direttrice’ perché nella redazione di Effe si vive come in questa casa, in assoluta parità di diritti e di doveri.

“Secondo me l’unica novità apportata dalla Tattilo è che invece della donna oggetto ha fatto anche l’uomo oggetto. Per il resto conserva i miti della società capitalistica: campo libero a chi ha successo. Non è questa la direzione in cui si deve andare, il femminismo non vuole capi, non vuole successo, è una filosofia rivoluzionaria di cui la direttrice di Libera ha captato alcuni temi, primo fra tutti la liberazione sessuale. Perché non tratta, che so, della lotta per il salario alle casalinghe? No, ha scelto la liberazione sessuale come pretesto per sbattere su pagine patinate tanti bei corpi che poi, nota bene, non sono nudi, non è sessualità sana, gioiosa: è contorta, in mezzo a veli e calze. Poi, per dare un’aria di cultura, sotto queste immagini ci stampano i versi di Baudelaire o di Lorca, pensa sotto queste imbecilli con la gambetta alzata!”
“Adesso calmati, dài. E fammi un po’ di storia di Effe”
“Parla tu, Agnese, che la conosci meglio.”

Agnese De Donato è la fotografa del giornale, una donna dall’apparenza di tranquilla signora borghese, ma con la voce e lo sguardo di chi sa quello che vuole.

“Venivamo da diversi Collettivi femministi, eravamo un certo numero di giornaliste e di fotografe quasi tutte professioniste: c’erano la Parca, la Cambria, le due sorelle Francescato. Era il ‘73 e il femminismo era ancora in una fase spontanea, con gruppi che nascevano qua e là. Ci siamo accorte che mancava uno strumento di comunicazione, non solo fra noi ma con le altre donne: ci dicevamo tante belle cose ma non c’era modo di farle uscire, perché la stampa si occupava, sì, di noi, ma dava l’immagine delle femministe arrabbiate che strappano il reggipetto, cosa che qui non è mai successa. Ancora oggi in tutte le interviste salta fuori questa storia del reggipetto: su lavori seri come il rapporto fra marxismo e femminismo nemmeno una parola, su nessun giornale. Al sistema è scomodo riconoscere il femminismo rivoluzionario, ecco perché cercano di farci passare per pazze o per lesbiche in modo da spaventare eventuali nuove simpatizzanti. Dunque abbiamo pensato di creare un giornale, che fosse fatto da donne e che trattasse i problemi della donna, e abbiamo costituito una cooperativa.”
“Perché ci sembrava la forma di lavoro più corretta – interviene Grazia Francescano – ma fu una fatica tremenda trovare un editore, dei fondi. Mettendo insieme i soldi di tutte noi abbiamo pubblicato il numero zero e su quella base siamo riuscite a trovare l’editore.”
“Adesso però la rivista non è più edita da Dedalo: perché avete scelto l’autogestione?
”
“Ci è sembrato più opportuno dal punto di vista politico, e poi così il giornale diventava una cosa più nostra. Ora ci occupiamo di tutto e la collaborazione è aperta a tutti i gruppi femministi che nascono in continuazione e ovunque. Lavoriamo gratis perché quello che ricaviamo dalle vendite e dalla pochissima pubblicità che stampiamo basta appena a coprire le spese.
”
“Perché poca pubblicità? Ti pare questo il momento di snobbarla, per voi?”
“Dobbiamo rifiutarla nella misura in cui offende la donna. Al novanta per cento la pubblicità tratta la donna come una demente da conquistare con l’ideale più bianco del bianco. E rifiutare tutta la pubblicità significa rifiutare milioni.”

“Signora Tattilo, posso chiederle le cifre di tiratura di Libera
“Perché no? Tiriamo dalle novanta alle centomila copie, qualche volta abbiamo raggiunto le centoventimila, ma certo siamo a livelli bassi, se si pensa che Grand Hotel tira un milione di copie.”
“Nella redazione vi sono anche uomini: come avviene la collaborazione tra voi?”
“Le dirò che l’uomo non sa parlare di femminismo, alcuni vorrebbero ma sbagliano l’angolatura perché non hanno capito a fondo il problema. Ho un redattore-capo uomo e devo sempre intervenire per modificare le sue interviste e le sue annotazioni.”
“Ho visto un discreto numero di pagine dedicate alla moda: non pensa che siano troppe?”
“Ho già ordinato di ridurle, a meno che non sia il periodo della moda, quando il servizio diventa di attualità. Non è detto che perché si è femministe si debba vestire male.”
“Come è accolta Libera nei vari strati sociali?”
“Noi abbiamo un pubblico di élite, non tanto costituito da donne preparate culturalmente, quanto perché evolute: donne che nella società hanno raggiunto un loro posto e una loro emancipazione. Arrivare ai ceti inferiori è più difficile perché sono ancora a certe riserve mentali e a certe strutture sociali. Le donne della media borghesia che comprano Libera non sono molte, e questo per un atto di comodità, perché hanno paura di perdere la copertura sociale data dal nome e dalla posizione del marito, lo contesto questo tipo di donna, e le dirò che contesto anche le femministe militanti perché sono le meno femministe.”
“Mi spieghi meglio, signora Tattilo.”
“Prima di tutto ignorano l’uomo e lo contestano a tutti i livelli. Se all’inizio questo può essere servito per attirare l’attenzione sul Movimento, ora però urta la sensibilità dell’uomo e attira molte critiche.”
“Lei sa che andrò a intervistarle, le femministe militanti, e le devo dire onestamente che scriverò quello che diranno di lei.”
“Se ho intrapreso una vita di lavoro nella società accetto ciò che si dice di me, positivo e negativo. Le cose negative mi servono per correggermi. Se sono da correggere.”

“Grazia Francescato, veniamo a un punto delicatissimo e forse incompreso dall’opinione pubblica: la vera posizione della femminista nel suo diretto rapporto con l’uomo.”
“Ci spacciano sempre per odiatrici del maschio. Ebbene, nella nostra redazione vi sono solo due nubili, le altre sono mogli e madri. Noi non siamo contro il maschio, siamo contro i ruoli: contro il ruolo maschile e il ruolo femminile che questa società ci impone, contro il fatto che l’uomo debba essere aggressivo, competitivo, guadagnare il pane, uscire, ‘farsi strada’, e la donna occuparsi della casa e dei figli. Il mondo è gestito da uomini e, si sa, è gestito male. Per questo vogliamo cambiare, e non solo i compiti della donna: vogliamo arrivare ad una società di uguali dove non ci sia più né lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo né quello dell’uomo sulla donna. Il nostro discorso è diretto verso una struttura marxista della società, ecco perché non è accettato dalla moglie del capitalista che dovrebbe rinunciare ai vantaggi economici e sociali che le vengono dal marito; le nostre idee le conosce, ma al massimo le ha trasformate in elemento snob. Il pubblico di Effe è costituito da insegnanti, impiegate, operaie, casalinghe frustrate che vorrebbero far qualcosa e non ci riescono, da donne che hanno dato più importanza alla cultura e alle ideologie che alla vita esteriore e mondana.”

Dopo Effe sono nate in Italia molte pubblicazioni di impegno femminista, ormai non c’è che da scegliere fra le varie testate. Ma preferisco che ne parli la scrittrice che è considerata la portabandiera del Movimento: Dacia Maraini.

“Di riviste veramente femministe ce ne sono parecchie: Effe, Sottosopra, Rosa, c’è la rivista del Collettivo Internazionale ed altri giornali che escono sia pure con frequenza non regolare. Le altre, come Liber o Cosmopolitan, non possono dirsi femministe, anzi costituiscono un enorme equivoco perché sono riviste commerciali (in genere dirette o almeno redatte da uomini) che si servono del femminismo per ottenere nuovi compratori.”
“Non potrebbero servire da trait d’union fra le riviste più impegnate e la stampa femminile della quale tu hai detto che “ti fa vomitare”? Potrebbero allontanare le donne da quelle letture deleterie e avviarle a una stampa più intelligente e costruttiva.”
“No. Quelle riviste fanno peggio delle pubblicazioni femminili tradizionali, perché danno a chi legge un’impressione di liberazione, di far parte di una élite di persone moderne, spregiudicate, mentre in realtà propongono un’immagine di donna, anche se più moderna, sempre alienata, borghese, assolutamente non libera. Quindi sono peggiori delle riviste vecchio stile che almeno sono chiare, in quanto propongono uno schema di donna vecchio e tradizionale ma facilmente riconoscibile.”
“Tuttavia anche la stampa femminile tradizionale non è più quella di dieci anni fa.”
“Ah, certo, si sono un po’ aperti, ma non perché improvvisamente abbiano scoperto la libertà. Hanno cambiato impostazione perché è il pubblico femminile che è cambiato: c’è una presa di coscienza, anche se larvata, sotterranea. Le donne non vogliono più essere turlupinate, e certi modi antichi di vedere la donna, la maternità, l’aborto, non sono più accettati. La massa delle donne ha fatto un passo avanti e tutta la stampa ha dovuto adeguarsi.”
“I giornali femministi sono tutti d’accordo nel volere l’uguaglianza con l’uomo: non lo vogliono sopraffare, non è vero?”
“E’ vero: la donna femminista chiede solo l’uguaglianza, sul piano politico, economico, sociale.”
“Bene, hai appena nominato l’aborto. Se passerà la legge tanto auspicata dal femminismo, non credi che sarà una limitazione per l’uomo? Si è in due a concepire, ma sarà solo la donna a decidere della vita del figlio.”
“Tu dici giustamente che si è in due a concepire, ma poiché è la donna che paga col suo corpo è giusto che decida lei. La società non l’aiuta e a un certo punto lei deve poter decidere, perché è lei che sconta le conseguenze con la paura, le sofferenze, le responsabilità di una gravidanza. E anche di un aborto. Si legge continuamente di donne che muoiono per aborto, pare che siano sulle duemila all’anno, e tutto questo perché? Perché non interessa quello che succede alle donne, possono pure morire tranquillamente. Ecco, noi vogliamo una legge subito perché le donne non debbano più morire d’aborto. L’ideale futuro è che non ci sia nessun aborto: non è davvero un piacere. E’ solo il minore dei mali. Ma oggi non ci si occupa nemmeno a fondo del sistema contraccettivo: fino a qualche anno fa si andava in galera solo a parlarne!” “Dunque più che parlare di aborto sarebbe opportuno condurre una campagna per la diffusione dei contraccettivi.”
“Sì, sì, però le due cose non si escludono. Anche perché gli anticoncezionali ricadono sempre sulla donna: è lei che deve imbottirsi di ormoni.”
“Adesso ci sarebbe la pillola per l’uomo...”
“Voglio vedere quanti sono, gli uomini che la prendono. Già cominciano a dire che rende impotenti, che fa venire il cancro... Le solite paure.”
“Si diceva questo anche per la pillola femminile…”
“Appunto: c’è un allarmismo appositamente creato da chi ha interesse a non cambiare le cose.”
“Dacia, mi sono spesso domandata perché tu, scrittrice fra le prime a occuparsi di femminismo in Italia, non abbia pensato a fondare un giornale”
“Io ho fondato un teatro, gestito da donne.”
“II Teatro della Maddalena, lo sappiamo tutti. Però il teatro è limitato a una minoranza esigua, mentre un giornale può arrivare a tutti.”
“C’è una questione economica. L’avrei fatta volentieri, una rivista, ma non ho mai trovato i soldi. Col teatro riusciamo a cavarcela, mentre vedo che i giornali in autogestione come Effe navigano fra mille difficoltà.”
“Col teatro è stato subito facile?”
“Non subito. Quando ebbi la prima idea, nel ‘69, non trovai rispondenza perché il femminismo non era ancora bene accetto, e il progetto cadde nel vuoto. Ripresi l’iniziativa nel ‘71-’72 e l’idea fu accolta con entusiasmo. Ora siamo al terzo anno di attività, abbiamo un locale piccolo e modesto, ma è importante perché è un ‘centro’ ed abbiamo un pubblico vario: molte donne e molti giovani, perfino intere scolaresche che hanno partecipato ai nostri dibattiti.”
Dacia Maraini, che ha sempre un modo di parlare molto dolce, quando parla di questa sua creatura si trasforma: le si sono colorite le guance e la voce è leggermente più vibrante. Mi piacerebbe continuare il discorso sul suo teatro ma devo chiederle ancora molto sulla stampa femminista:

“E’ più diffusa, all’estero?”
“Mah. Sì, forse. In America e in Francia vi sono molte riviste, in Francia hanno addirittura una casa editrice, Editions des Femmes, che aiuta le donne che non riescono a pubblicare in quanto donne, e accoglie argomenti ignorati da altri editori, come inchieste sul lavoro femminile o relazioni sui rapporti sessuali.”
“I periodici sono più letti che da noi?”
“Senz’altro.” “Forse perché hanno cominciato prima...”
“Non solo, ma perché le società sono molto più organizzate dal punto di vista culturale. Qui c’è la cultura accademica, quella delle Università, dei Licei, che ha un’aria togata, con un gergo suo, chiusa. Tutto il resto, niente. Da parte del governo, assoluto disprezzo per una cultura viva che non sia quella ufficiale della grande cattedra. Vediamo alcune piccole città dove non c’è nulla, non c’è alcun centro culturale, e non parliamo dei quartieri nelle grandi città. Se viene fatto qualcosa si deve all’iniziativa privata o ai partiti di sinistra. In altri paesi, dove l’organizzazione della cultura è più capillare, specialmente in Francia e in Inghilterra, per le donne c’è maggiore possibilità di avvicinarsi alle pubblicazioni femministe che possono contare su uno spazio ben organizzato, mentre qui sono affidate al caso, alla curiosità della gente. Ma la curiosità va e viene.” “Come mai le sinistre, che pure dovrebbero essere aperte a certi problemi, pur approvandola non sostengono la stampa femminista?”
“Naturalmente sostengono quella gestita da loro, riviste come Noi donne che nascono all’interno di un partito e che in un certo modo sono femministe, anche se non vicine al Movimento. Comunque si battono per la liberazione della donna in maniera analoga alla nostra, e in ogni modo onesta, non commerciale.”
“Sui giornali femministi si dà abbastanza spazio alla poesia. Vuoi dirmi il tuo parere sulla poesia femminista?”

“Si sta molto sviluppando. Bella l’antologia americana uscita quest’anno. Una mia amica, Bianca Maria Frabotta, sta curando una raccolta uguale per l’Italia: trent’anni di poesia di donne, non proprio femministe, ma che in qualche modo hanno sentito il problema della discriminazione economica, sessuale, culturale. Ma anche lei ha incontrato grandi difficoltà: inizialmente volevamo fare insieme un’antologia della poesia femminile del ‘300, ma non abbiamo trovato un editore disposto a pubblicarla. Finalmente ne ha trovato uno che però pubblicherà solo l’ultima parte.”
“E’ sempre la solita storia degli editori restii...”
“Quando si fa un discorso femminista dall’interno è difficile trovare l’editore. Diventa più facile quando se ne parla in maniera commerciale. Se si tratta un argomento in modo volgare, consumistico, allora sì che si trova da pubblicare. Si trova tutto.”

“Mi dà un giornale femminista? Uno qualunque.”

Il giornalaio mi guarda con aria di sufficienza:

“Scelga qui, non vede quanti? Gioia, Bella, Gra...”
“No, no – lo interrompo – ho detto ‘femminista’, non ‘femminile’! Non ha DWF, Sottosopra, Effe...?” 

Finalmente ha capito, si volta e pesca Effe da un mucchio, in cui si trovano anche certe riviste culturali, nascosto nel retro dell’edicola.
 Decisamente, la cultura e il femminismo hanno ancora molto bisogno di essere ‘portati avanti’.


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(Intervista originariamente pubblicata, nel 1976, su Fermenti n.1/2, Fermenti Editrice – www.fermenti-editrice.it – con il titolo originale di “Donne e stampa femminista”)

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