ONLY THE BRAVE

by Chiara Costa

Carrara, un posto che davvero solo i più coraggiosi possono vivere fino in fondo. Marmo, arte, anarchia e cibo. Ingredienti molto italiani, anche se, rispetto al resto della penisola, Carrara ha qualcosa di più: è Carrara.

Mettiamo subito in chiaro una cosa: quando avrete terminato di leggere questo pezzo saprete, forse, qualcosa di più su Carrara. Di sicuro non su Massa-Carrara, perché Massa-Carrara non esiste se non sulle targhe e in tutta una serie di cose molto amministrative. Esistono Massa e Carrara, quelle sì: due città diverse, divise da sei chilometri e seimila anni luce. Le strade che le separano sono tre: la costiera, tutta dritta (paesaggio: stabilimenti balneari e discoteche d’ogni tipo, spesso a rischio “Jerry Calà canta i mitici anni ’60”); la SS1 Aurelia, madre di tutte le statali (paesaggio: laboratori di marmo, industrie chimiche create durante il fascismo e il bordeaux inimitabile delle case cantoniere) o la Foce, trionfo di curve frequentata principalmente da autoctoni (paesaggio: boschi di castagno e Ape car). Che percorriate l’una o l’altra, il risultato non cambia: non dite mai a un carrarino che è di Massa, perché si offende.
A Carrara quelli di Massa sono considerati un po’ cialtroni, i cugini parvenu, quelli con meno storia. Mica hanno respirato l’anarchia dalla nascita. I migliori laboratori artistici? Tutti qui. E poi qui c’è l’Accademia di Belle Arti, guarda che ci vengono da tutto il mondo a imparare da noi. E il lardo di Colonnata bianco come il marmo e fatto con il marmo? Se lo scordano.
Carrara è una città orgogliosa e non ama gli intrusi. Se sei un turista ed entri in un negozio, uno qualsiasi, sarai l’ultimo ad esser servito, e guai a te se lo fai notare. Nella terra dell’anarchia (fin dal 1872 il primo sciopero e nel 1874 già armi in pugno) se c’è una regola condivisa è quella di spiazzare chi viene da fuori trasformando le più semplici attività quotidiane in sorprendenti viaggi nella quarta dimensione. Bisogna mandar giù anni di soprusi e umiliazioni prima di capire come sopravvivere. Ma è giusto così: quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare. A me ci sono voluti anni di palestra, non solo estiva, perché altrimenti sarei stata una dei bauscia che vengono ad agosto e basta. Come per il marmo, qui tutto è sedimentazione.
Il marmo: inutile negarlo, gira tutto intorno a quello, dai tempi dei romani. Ci hanno provato in molti: guelfi e ghibellini, conti Malaspina, la sorella di Napoleone. La zona faceva gola a tutti, ma non ce n’è uno che sia riuscito a colonizzarla come si deve. Non parliamo dei tedeschi: durante la guerra i partigiani hanno difeso la città con la testardaggine tipica del luogo, basta andare nei bar frequentati dagli anziani per sentire le storie più assurde (anche un po’ inverosimili, ma se il narratore è dotato, ne vale la pena). C’è pure un ristorante, da Ometto (il proprietario non è quel che si dice un marcantonio): pare che Ometto, se sei tedesco, non ti faccia sedere al tavolo. Il ristorante prima era un circolo dei partigiani, quindi qui i tedeschi, alla faccia dei revisionismi, non entrano punto e basta. Che vadano da un’altra parte a mangiare i taiarin ‘n ti fasoli (pasta e fagioli strepitosa) o la torta di riso. E occhio a ordinare una discreta quantità di vino: se non lo fate, vi guardano come degli sfigati e, ammettiamolo, hanno anche un po’ ragione.
Bisogna dirlo: qui si beve e si mangia da competizione. Tutta roba leggera, naturalmente: baccalà, lardo, fritti. Dicono che è perché si lavora duro, e al cavatore un’insalata mista in pausa pranzo non può bastare. Cibi poveri e buonissimi: la pizzeria al taglio propone cose tipo “focaccina ripiena di pizza e calda calda”. Tradotto: pezzo inferiore di focaccia tagliata in due, fetta di pizza, fetta di farinata di ceci, chiusura con pezzo superiore della focaccina. Una specie di grattacielo a merenda. E se dopo avete ancora fame, a cena non potete non assaggiare i muscoli ripieni, cioè le cozze con ripieno di carne. Assolutamente geniale e sprezzante d’ogni bon ton culinario. E poi testaroli, panigacci, sgabei.
Tradizioni acchiappate da tutti i vicini e mescolate alle proprie, perché Carrara è una città indecisa tra Liguria, Emilia e Toscana. Sta lì in mezzo, e vuol essere lasciata in pace. Da una parte il mare, dall’altra le montagne più bianche di quelle innevate. Alla fine c’è tutto, potete scegliere tra mille cose da fare e vedere, ma attenzione: a meno che non sposiate la causa, lo troverete brutto. Non ci sono le piazzette ripulite, le aiuole curate e il punto informazioni (o meglio, questo c’è, ma lascerei perdere). Forte dei Marmi e le Cinque Terre sono lì accanto, ma è un altro pianeta. Qui si trovano pochi turisti, molti dei quali tedeschi, forse attirati dall’inquietante gemellaggio con la città bavarese di Ingolstadt che ha prodotto addirittura una mitica festa della birra (la September Fest: altro colpo di genio). Dovete andare in giro a stanare il genius loci, magari al Buco della Luna, un buco, appunto, scavato nelle cave, dove le notti di luna piena sembra di stare nella Terra di Mezzo, oppure in piazza Alberica, sempre di notte, quando dai bar cercano di spedirvi a casa e voi non ne avete alcuna intenzione. La vera fortuna sta nell’imbattersi in qualche artista straniero che incurante della marginalità del luogo ha deciso di trasferirsi qui: fatevi spiegare da loro perché questo posto è unico. C’è Robert, americano di mezza età che gira su una Vespa 125 bianca in cerca di sassi levigati dall’acqua di fiume. Oppure Stephanie, artista tedesca che vive con i suoi due figli in una piccola casetta vicina a quella della Esterina, una vecchietta arcigna che continua all’età di 80 anni a raccogliere castagne per farne la farina fuoriporta.
Tutti spiantati, ovvio, perché qui il sistema dell’arte non è arrivato, nonostante Biennali di scultura, Simposi internazionali e cose simili. In un certo senso è una zona ancora pura, ingenua. Nei giorni feriali il principale corso d’acqua della città, il Carrione, sembra fatto di latte a causa della polvere di marmo; dai laboratori artistici la stessa polvere fuoriesce come nubi, e se sbirciate dai buchi della serratura vedrete gli artigiani al lavoro. Cappellino di carta di giornale in testa per i più vintage, occhialoni da motociclista per i giovani: sono loro che prendono in mano i bozzetti dell’artista newyorkese che il marmo non l’ha mai sfiorato e ne tirano fuori sculture perfette. Sarà anche un materiale un po’ demodé, rispetto a quelli che trovate nelle installazioni a Basilea e a Miami, ma porca miseria, è bellissimo adesso come lo era duemila anni fa.
Magari è proprio tutta questa tradizione a spaventare gli artisti, perché quelli che ci provano sono pochi. Ci sono dei laboratori incredibili, come lo Studio Nicoli, dove sono passati tutti i più grandi: Melotti, Martini, Pistoletto, Bourgeois, giusto per fare qualche nome. Qui durante la guerra i partigiani nascondevano nei gessi ottocenteschi le armi, arrivavano in studio i soldati tedeschi, giravano, chiedevano che opera è questa, che opera è quell’altra, poi se ne andavano soddisfatti e ignari dell’arsenale travestito.
Carrara è così, sempre un po’ per caso. Il tempo scorre lentamente, magari anno dopo anno non trovate più i bucatini storici degli anni ruggenti; il Vincè credo sia morto, ma nel solo internet point della città, retto dai tifosi della Carrarese, sono esibiti a tutta parete i due miti locali: Gigi Buffon e il Lauro, capo degli ultras prematuramente scomparso nonché intramontabile icona dei giovani della zona, senza risorse perché non hanno trovato impiego nel settore lapideo. Anche Gogliardo, partigiano anarchico classe 1930, se n’è andato. Uno che nel 1957 progettò un attentato contro il caudillo Franco. Arrestato e incarcerato in Spagna fino al 1965, è stato poi estradato in Italia dove è rimasto in prigione fino al 1974, in caso non avesse afferrato bene il concetto. Una volta libero, è tornato a Carrara per intraprendere il lavoro d’archiviazione e catalogazione dei manifesti anarchici. Il catalogo si intitola, ovviamente, Gli anarchici non archiviano. Non so se mi spiego. Adesso tocca a voi.

(01/7)