FENOMENOLOGIA DELLE CASALINGHE

Marco Costa

Questo articolo si apre con una donna sola e sconvolta, al volante di un fuoristrada, che guida senza meta nel buio della notte americana. E’ il 23 Giugno del 1993. Accanto a lei, sul sedile del passeggero, in una pozza di sangue larga come una rosa, c’è un pene reciso, ancora caldo. La donna non sa bene cosa fare, è furiosa e disperata. Rallenta, poi abbassa il finestrino e, ghermito il flaccido membro violaceo, lo getta fuori dall’auto in corsa, allontanandosi a gran velocità.
Poco tempo dopo il pene sarà raccolto e ricucito là dove era stato reciso, ed insieme al suo leggittimo proprietario, si ritaglierà una breve parentesi nel mondo del porno. Ma questa è un’altra storia. A noi interessa quella donna che ha fermato la macchina in un parcheggio buio e deserto e piange con la fronte poggiata sul volante. Il suo nome è Lorena Bobbit ed è, oltretutto, una casalinga.
Su questa mogliettina allo sbando, che subiva reiterate violenze domestiche da parte del marito John Wayne, è stato detto tutto: ai tempi del suo processo si scatenò un circo mediatico da far spavento; fu trasformata in un simbolo di emancipazione, la rivoluzionaria del lavello che brandiva un affilato coltello contro le turgide pretese del maschio dominante, una superstar per emarginati e sovversivi di ogni tipo. Improvvisamente evirare i propri mariti viziati, maneschi e prepotenti era diventato leggittimo, e culturalmente rilevante.
La non colpevolezza della signora Bobbit, dichiarata solennemente da una giuria popolare, fece epoca. Il modello patriarcale delle famiglie occidentali stava entrando in crisi. I mariti arroganti scoprivano d’un tratto di aver perso i loro privilegi gastronomici e sessuali. Le casalinghe rivendicavano protezione, tempo libero e dignità professionale. Dopo tutto si trattava del secondo mestiere più antico del mondo. Sforbiciare un prepuzio insomma si rivelò un argomento piuttosto valido.
Ma cosa è davvero cambiato nell’ultimo decennio per loro? Quanto l’immagine della casalinga del terzo millennio differisce dallo stereotipo italico unanimaente digerito della verdognola e fumettosa mogliettina tuttasorriso del Dado Star?
Una risposta, sia pur parziale, ce la offre il nuovo telefilm “Desperate Housewifes”, in onda in Italia da qualche tempo su Fox Life e già campione d’ascolti e polemiche negli Stati Uniti.
“Mi chiamo Mary Alice Young, e nella mia vita non c’è nulla che faccia notizia. Almeno fino a quel giovedì, quando ho aperto il cassetto dell’armadio e ho preso un revolver che non era mai stato usato.” Così, con un colpo di pistola alla testa ed una spruzzata di materiale cerebrale sulla linda tappezzeria fiorata del salotto si apre la serie. Altro che le diabetiche smancerie del Mulino Bianco.
Creata dallo sceneggiatore e produttore Mark Cherry (dichiaratamente gay e repubblicano), la serie racconta le vicende personali di cinque donne sposate, amiche tra loro che vivono nel placido quartiere residenziale di Wisteria Lane, tipica provincia americana con prati ben curati e candide villette a due piani.
Ad introdurre i telespettatori nelle vite di queste donne è proprio la voce narrante di Mary Alice, che anche dopo il misterioso quanto inaspettato suicidio continua a stare vicino alle sue amiche, descrivendo i risvolti più segreti delle loro vite apparentemente consuete.
Abbiamo Bree, la perfezionista ossessiva i cui capelli non si muovono da vent’anni (interpretata da Marcia Cross, la già perfida Kimberly di “Melrose Place”) cui il marito poco prima di mollarla grida: “Sono stufo di vivere come in uno spot del detersivo! Rivoglio la ragazza di cui mi sono innamorato, quella che bruciava i toast!”; Lynette l’ex manager prodigio che si ritrova casalinga inetta con quattro marmocchi infernali a carico; Gabrielle l’ex modella insoddisfatta con il giardiniere minorenne e palestratissimo come amante; Susan infine, mollata dal marito per la segretaria, mamma impacciata e immatura con figlia adolescente come punto di riferimento.
Una regia intelligente ed elegante, una minuziosa cura delle sceneggiature (serio debito di riconoscenza verso i Simpson, con i quali hanno in comune anche il compositore della sigla, quel Danny Elfman alter ego musicale di Tim Burton), un ottimo cast e delle situazioni ai limiti del paradosso ma metaforicamente credibili danno vita ad un risultato avvincente ed innovativo per i soporiferi attuali standard televisivi. L’iniziale difficoltà d’immedesimazione in casalinghe tanto diverse dall’immaginario collettivo italico: irascibilità, caviglie gonfie, difficoltà economiche contro fisici scolpiti, capelli imbalsamati e patinatura all’americana non devono trarre in inganno. Tenendo a mente il primo comandamento della comunicazione statunitense: “il bello vende, il brutto non vende”, possiamo provare ad analizzare questo delizioso tassello di cultura popolare catodica.
La vera innovazione di “Desperate Housewifes” sta nell’aver spazzato via la posticcia nostalgia delle single incallite e vincenti di “Sex and the city” - le cui uniche preoccupazioni in una Manhattan rutilante erano le scarpe costose e rimediare orgasmi multipli - e di aver rivalutato il modello della casalinga sull’orlo di una crisi di nervi come specchio non troppo deformato dei ceti medi americani, abbandonati dalla cultura alta in quei ghetti della perfezione dove i bambini attraversano la strada in fila indiana dandosi la mano: “Mi trovavo a lustrare la mia routine come ogni giorno”, dice Mary Alice, la casalinga suicida “affinché brillasse di perfezione”.
In una recente intervista il creatore della serie ha raccontato come gli venne l’idea. Stava guardando la tv con sua madre quando al telegiornale raccontarono la storia di quella donna che aveva affogato i suoi tre figli perché disperata. Di fronte al canonico stupore di Mark per un delitto tanto efferato ed inspiegabile, se non nei termini della più cupa follia, sua madre fece un’ammissione che lo lasciò di stucco: “Tu non lo puoi capire, ma a volte nella vita di una donna, di una casalinga, arrivi ad un tale livello di esaurimento, saturazione, sfiducia nel tuo piccolo mondo che senza accorgertene potresti fare qualcosa di orribile ed irreparabile. Anch’io mi sono sentita così un paio di volte nella mia vita”. Quella micidiale ammissione fu per Mark come un pugno in pieno volto. Lui che aveva sempre considerato sua madre come una donna felice e soddisfatta improvvisamente capiva quanto difficile e frustrante potesse esser la vita di una donna di casa.
Se è vero che furono proprio le casalinghe, con la loro economia domestica e la multiforme capacità di rimediare ad ogni problema a dare un impulso decisivo per la stabilità e la crescita del nostro paese nei decenni pre e post boom economico, e se è vero che negli ultimi tempi la categoria è uscita prepotentemente allo scoperto (vedi il susseguirsi di sexy Calendari e l’invasione televisiva di casalinghe ai fornelli) rivendicando maggior rispetto, attenzione e, perché no, una legittima dose di ribalta, c’è da chiedersi: cosa succederà alle nostre future entità domestiche? Le figlie di oggi, emancipate, vanitose ma incapaci per larga parte di cucinare due uova, riusciranno a coniugare le ambizioni lavorative con il difficile mestiere di casalinga? In attesa di conoscere la risposta possiamo trovare conforto nel telefilm di Mark Cherry, che dall’alto della sua convenienza televisiva, l’aver acceso i riflettori su panorami domestici finora considerati di scarsa rilevanza commerciale, può insegnarci a guardare le nostre madri con un orgoglio tutto nuovo. Perché a volte, tra le quattro mura di casa, tra battitappeti difettosi e sottilette che si sciolgono su catene montuose di pasta al forno, queste piccole grandi donne combattono atroci guerre silenziose di cui forse, nessuno, parlerà mai.

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