C O C OO N

words and illustration by Michele Manfellotto

HEAVEN IS KNOWING WHO YOU ARE

Riassunto. Anto cresce in un paese del Gargano. Il padre è un tenore. Al paese, l’infezione rockabilly è la sola alternativa alle anguille. Nel 1987 Anto se ne va a Bologna. La città cambia: troppa finzione, troppa polizia. 1993, è a Roma a resuscitare il suono del ’77 con gli Ufo Dictators. Un’avventura che si chiude con il classico rituale dell’autodistruzione. Deluso, Anto incontra gli skinhead.

SECONDA PARTE
Sono stato fermo un sacco di tempo, niente mi faceva effetto come gli Ufo.
Ho cominciato a suonare con gli skinhead.
Sul disco dei Bier Kampf ci sono le foto: tre skin e io, un essere improbabile con la frangia, pure abbastanza tossichetto.
Avevo detto, Voi siete rigidi, duri, io sono elastico a livelli allucinanti.
La mia impostazione è rock’n’roll. Non usavo, come cazzo si chiamava il distorsore di moda in quel periodo, il metal zone. Per me l’overdrive era già troppo moderno, mi piaceva il fuzz, il wah-wah. Ma con loro non potevo usarli: decisi di mantenere il rock’n’roll e di saturare la chitarra, per darle corpo.
I concerti erano nei centri sociali. Tutti. Lo spirito era un altro, Non regalo un momento di buona musica, perché di regalare buona musica non mi frega un beneamato cazzo.
Lo scopo era stare con gli amici e tornare a casa più a pezzi possibile. Sempre sperando che questi non facevano a botte, se no si finiva a litigare.
Gli skinhead. Alcuni avevano un po’ la posa, ma i veri skin erano un problema. La rabbia negli occhi, e poi quell’espressione di felicità, La rissa, e vai! Gli cambiava la faccia e usciva questo bisogno, Ti spacco il cranio. Mazzate pesanti, e chi passava a destra, chi passava a sinistra.
E la perdita di Banana, il fottuto 23/01/01. Mi sono tatuato la data.
Se fossimo stati più lucidi magari Banana sarebbe ancora qua. Ma forse pure lui, da lassù, mi direbbe, Cazzo dici, te lo sei scordato quanto ci divertivamo con la violenza?
Troppo vero, ricordi meravigliosi.
Ripenso sempre a quanto ci siamo potuti divertire a picchiare lo sportello di un frigorifero. Una cosa indescrivibile. Questo sportello l’avevamo trovato per strada, a San Lorenzo, da qualche parte. È stato nostro amico per tutta la serata. Ce lo portavamo dietro, lo lanciavamo sui segnali stradali... Sfasciamo quella macchina, eccetera. Era questo bisogno di farsi male.
Questo bisogno di farsi male.
Forse si può dire che noi siamo sopravvissuti, e a lui gli ha detto peggio.
La rabbia si esaurisce, e per una volta non è, Piove, governo ladro! In questa cazzo di società ci dobbiamo stare tutti.
La rabbia di Banana l’ho vista accumularsi nel tempo. Le difficoltà, il problema di riuscire a vivere, e trasloca a destra e poi a sinistra. Lo stress, forse tutte le sostanze, e alla fine la cosa è andata come è andata.
Mi ha fatto passare la voglia di fare lo stronzo.
Il suo è stato un gesto che, patetica come frase, ha pagato con la vita. Da parte mia non bastava il gesto poser del tatuaggio.
Suona un po’ fascista, ma dovevo osservare l’insegnamento che è venuto da questo sacrificio. Non faccio più lo stronzo.
E anche allora c’era G’, altra pietra miliare insieme a De Juliis.
L’ho conosciuto quando ancora suonavo con gli Ufo. Centonovanta centimetri di splendore, rockabillissimo. Non lo tolleravo, gli avrei dato una sediata nella schiena.
Parlare della forma che abbiamo dato alla nostra musica è tipo spiegare come abbiamo fatto a essere imprenditori per un mese.
Insieme abbiamo fatto di tutto, le cose più improbabili.
Ci divertivamo a metterci in mezzo a vicenda. Sempre con un minimo di etica, senza farsi troppo male. Sempre in modo sportivo.
E l’esperienza musicale era molto simile a come vivevamo.
G’ è proprio uno che gli fuma il culo. Un po’ il più tutto di tutto, uno che quando indossa un personaggio lo veste con eleganza. Il più grande sfaticato della terra ma anche il più grande lavoratore della terra. Si mette a fare l’idraulico? Non fa l’idraulico: si mette l’abito, da idraulico. Se lo tiene finché gli serve, poi diventa un’altra cosa.
Per lui facevo delle basi per cui mi ero imposto lo studio del modello Morricone. Un lavoro incompleto, perché poi ci siamo persi.
Ho fatto delle orchestre finte, con il computer, ho composto nota a nota, niente campioni, e c’ho messo dentro un DJ, ma sempre virtuale, con batterie che non si ripetevano.
DJ: Digital Junkie, il Rottame Digitale.
L’esperimento era comporre il testo e la base in contemporanea, a seconda dell’ispirazione.
G’ è uno che rende tridimensionali le parole. Sa essere lapidario: dopo che ti ha vomitato una frase, un’altra cosa tu non gliela aggiungi. O ripeti o parli fuori luogo.
Su quei pezzi non è che rappava: graffiava. Sussurrava, con la voce cattiva. Incuteva timore.
Digital Junkie si era evoluto.
Io facevo il restauratore e avevo trovato un lavoro in Portogallo. Una cattedrale spettacolare, gotico manuelino, favolosa, piena di riccioletti, nervature da tutte le parti.
C’avevo appresso una groovebox della Roland, questo affare grezzo con i bottoni, cervellotico.
Lo chiamo, e lui, La vita è una merda, e cazzi vari.
Mi ha raggiunto, e laggiù abbiamo composto, Figli della strada che la strada chiama a sé, G’ che vie’ da Roma e co’ Rottame famo tre.
Dal Portogallo lui è finito in Inghilterra.
In seguito abbiamo avuto gli Addiction. Era un gruppo esplosivo, ionosferico, e l’abbiamo fatto morire.
Era giusto che quel gruppo morisse, era giusto che G’ e io ci separassimo litigando.
È giusto semplicemente perché è andata così.
Abbiamo una passione in comune che io chiamerei amore: quando suoni questa cosa esce fuori. E questo deve restare nel tuo, di cuore, non deve diventare per forza esibizione. Certi valori vanno oltre un brano pubblicato.
G’ e io non abbiamo mai litigato per i soldi. Abbiamo litigato per la musica.
Non ci sono gli infami. Con tutto il corredo di roba che prevede questa parola.
Quando due si incontrano di nuovo da vecchi, conta se il calore era vero all’origine.
Un po’ come la rota di eroina.
Sei arrivato che ti facevi tipo due grammi al giorno, e ci si arriva a certe cose, poi smetti? Riprendi dopo cinque anni e in tre giorni ritorni a quelle quantità.
Devi essere sincero come la roba, perché è una cosa violenta che ti ammazza, come ammazza la passione: come io mi stavo ammazzando con gli Ufo.
Non vorrei recitare un film spettacolare, ma l’amore brucia l’anima. G’ e io ci mancava solo che facevamo un omicidio premeditato.
Volevamo dimostrare a noi stessi che potevamo rientrare in un’altra categoria sociale. Diventare ricco, uno col macchinone, è solo un lavoro in cui ti concentri a rispettare certi parametri, perdi certi valori per acquisirne altri.
Quando sentivamo che il nostro, di valore, si perdeva, allora mollavamo tutto.
Abbiamo gestito un locale al centro. Ce l’aveva uno che faceva quarantamila lire al giorno, e in meno di un mese di lavoro siamo arrivati al punto che questo non sapeva più dove mettere i cristiani.
I volantini, le puttanate, le canne, a volte pure droghe più schizogene. Era la nostra voglia di fare.
Poi abbiamo scoperto che il tipo si imboscava i soldi.
L’abbiamo chiuso dentro, abbiamo sequestrato casse, mixer e cazzi vari per i ragazzi che avevano lavorato. Che divertimento vedere il terrore tridimensionale negli occhi di quell’uomo.
Tu da qua non esci vivo, lo sai, sì.
Bello, mi è piaciuto una cifra.
Gli abbiamo levato quei soldi che erano rimasti, ma per come erano andate le cose ci potevamo prendere il locale, e non abbiamo voluto.
Come con tutto, arrivavamo a un certo punto, mozzicavamo e poi mollavamo.
Una volta stavamo sotto trip e abbiamo beccato Massimone, personaggio storico, punk da sempre. Pure lui stava schizzato come un pazzo.
Abbiamo deciso di suonare insieme: il tale giorno alla tale ora alla tale sala prove.
Fatto sta che il tale giorno alla tale ora stavamo in sala e abbiamo registrato, alternandoci ai vari strumenti.
Quattro tracce. Abbiamo suonato solo quella volta.
Questo era il nostro spirito.
Parlo di persone che magari viste dal di fuori, Che cazzo dici, senti di chi cazzo stai parlando.
Tra i migliori che ho potuto incontrare.
C’ho avuto culo.
E la ciliegina sulla torta è la mia donna. Ho beccato questa fregna rigida a cui piace il rock’n’roll, le piacciono i tatuaggi.
È voluta andare in Sicilia, da un tatuatore siciliano.
Orgogliosissima, mafiosa. Una donna pericolosa.
Io l’ho accompagnata, ho conosciuto il tatuatore: Tu mi tocchi la femmina, io devo vedere.
E sai cosa si è tatuata? Made In Sicily.
L’anno prossimo ci sposiamo.
La musica? State lontani dalla musica.
Perché uno si droga quando suona?
È lei, la musica, la puttana che ti porta a drogarti. Perché la vuoi, la vuoi assaggiare.
È come quando c’hai una bella fregna con la FRE maiuscola.
Dopo la trombata, quella di serie A, e chi la conosce ha capito dove voglio andare a parare, dopo che ti innamori, ma parlo dell’amore vero, l’amore pieno di sperma, sperma e buco di culo una cifra, OK, moriamo assieme, dopo tutto questo sperimenti: con un’altra donna, a tre, il pissing, inizi a fare porcate che non racconti neanche agli amici.
Con la musica è la stessa cosa. La puoi solo amare.
Ti piglia l’anima: è lei a decidere, tu conti poco.
Ti svegli una mattina con la fissa che devi suonare in un modo: non l’hai deciso te, è lei che ti suona in testa. Magari uno ti parla e tu non capisci un cazzo perché c’hai quella cosa in testa. È una vita parallela.
La musica allora te la cominci a condire in tutti i modi.
Prendi Jimi Hendrix. Dopo un po’ ci arrivi da solo, Questo si fa le pere.
Suonare fatto dà questo effetto.
E allora, Suoniamo fatti, suoniamo sotto trip, suoniamo sotto quest’altro, suoniamo con un cardo nel culo.
Ora sono drogato di tante altre cose, che non sono sostanze che mi ficco in corpo, ma tutte le passioni.
Ho cambiato quantità e qualità: prima facevo rumore, adesso organizzo incazzatura.
La musica ti spinge sempre a sperimentare altro. Ti svegli alle cinque, come faccio io per studiare la chitarra che ho sempre sognato.
Mi drogo così. Mi alzo rovinato che ancora non ci capisco un cazzo, caffè, cannone e attacco a studiare fino a quando devo andare a lavorare.
Non riesci a fare una vita normale, se sei intrippato di musica.
E il mio sentimento quando mi sveglio alle cinque non è diverso da quello del pischello che se non c’ha la cuffietta in testa muore.
Il sentimento è identico, perché non esistono i geni e non esistono i fichi.

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(canificio.blogspot.com)

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