RUSS MEYER

Lorenzo Micheli Gigotti

“Signori e signore benvenuti alla violenza. Sebbene la violenza si mascheri dietro un’infinità di pretesti, il sesso ne resta oggi uno dei preferiti. La violenza distrugge tutto quello che tocca. Il suo insaziabile appetito raramente si soddisfa, la violenza non è soltanto distruzione ma è anche provocazione. Esaminiamo allora da vicino questa pericolosa e maligna creatura, questa novità assoluta nascosta sotto la pelle di certe donne. La delicatezza, l’inequivocabile sorriso, l’apparenza, il corpo flessibile e provocante; ma vi raccomando trattatele con molta attenzione e non abbassate mai la guardia, questa nuova stirpe di rapaci in cerca di preda, da sole o in gruppo, opera a qualsiasi livello, a qualsiasi ora, dovunque e contro chiunque…chi sono?…una potrebbe essere la tua segretaria o l’infermiera del tuo medico o la ballerina di un nightclub…”

E’ sabato sera! Non hai un appuntamento? Che ci fai a casa con un giornaletto in mano che illustra tette e culi?
Eviterei di guardarla troppo intensamente (si!..la tettona qua a sinistra)…dovesse chiamarti per nome…proprio il tuo. Magari ti ritroveresti a tu per tu con la tua compagna che ti dice “…e che ci fa questa a casa nostra, dappertutto ma non a casa nostra”.
“Casa mia?!” tu diresti.
E lei amareggiata risponderebbe “No la nostra! …visto che l’abbiamo arredata insieme in due anni …che ho passato tre settimane ad aspettare l’elettricista per l’allaccio della luce e un mese il falegname per il soppalco”. E tu a testa bassa le dovresti chiedere scusa.
Ancora peggio sarebbe se vi trova complici il marito di lei che le spara, poi si suicida e tu vai bevuto dalla polizia.
E pensa se al cesso ti becca tua madre: diventeresti il caso di famiglia.
Tutto questo perché, vedendo la foto di “Vixen” su un giornaletto che non hai neanche comprato, hai viaggiato un po’ troppo con la fantasia. Pensa cosa sarebbe accaduto se questo sabato sera ti fossi ritrovato a casa senza appuntamento a vedere, non le foto, ma i film di Russ Meyer.
L’ambiguità di un tale inizio ludico, ironico, rivolto direttamente agli uomini e indirettamente alle donne, rappresenta un vezzo e un piccolo elogio (spero all’altezza di John Landis) ad uno dei maestri e artefici primi del cinema “erotico”. Una categorizzazione, quest’ultima, conseguente agli standard culturali e morali della nostra epoca, non certo a quelli di allora per i quali il cinema di Meyer rappresentava un universo culturale di nicchia, considerato osceno e scandaloso. Non a caso il suo cinema è nato, cresciuto e morto indipendente dalle major, dall’industria, dai canoni Hollywoodiani. Meyer ha perseguito strade alternative servendosi di metodologie personali (ingegnate spesso anche per sopperire alle mancanze produttive) che sono poi diventate il suo indistinguibile marchio di fabbrica e il suo più grosso contributo al cinema.
Gli esordi del regista risalgono infatti agli anni ’50, epoca in cui a dominare le scene dell’intrattenimento erotico americano erano film soprannominati “nudie”, sketch innocenti e dignitosi, atti a soddisfare le fantasie sessuali di un’America bigotta e moralista. Era comunque un’America in cambiamento, a cavallo di quel decennio che ha rivoluzionato mode e costumi: gli anni ’60. L’atteggiamento sixty dei film di Meyer sta proprio in quel carattere libero e spregiudicato di raccontare e vivere le proprie pulsioni, specialmente sessuali. L’irriverenza di Meyer, approdato al cinema dopo essere stato reporter di guerra e fotografo di punta della famigerata rivista Play Boy, consiste nel disinteresse per il buon costume e il politicamente corretto. I suoi film sono il feticcio visivo di ogni uomo arrapato, di ogni erotomane assillato dall’abbondanza godereccia e sbavona dei seni gonfi, grossi e fecondi.
Erotismo e violenza, spirito di sopraffazione tra sessi e ironia, prorompenti pin-up e reietti sociali sono miscelati all’interno di vicende narrative sconclusionate e demenziali.
Quello di Russ Meyer è uno sguardo provocatorio e burlesco su un’America superficiale e depravata esattamente discordante con quella “a stelle e strisce” di stampo manicheo e moralista. Ma la sua antesignana autorialità è per originalità tutt’altro che becera e superficiale. Dietro l’apparenza libidinosa del suo cinema si nasconde il punto di vista di un autore attento ai cambiamenti sociali, alle realtà sconosciute (trattati a volte in modo ironico - documentario) e profeta di quella donna scandalosamente “vixeniana” che da allora sogniamo e che oggi rappresenta lo stereotipo, pompato (e siliconato) del porno. La donna “Vixen”,“Lorna” o “Tura Satana” e la maggior parte delle protagoniste nei film di Meyer sono prosperose (...tette vere però e enormi!!), dalle curve strabordanti, delicate e sorridenti ma anche insaziabili e violente: “…una stirpe di rapaci in cerca di preda” come vengono definite nel prologo di Faster, Pussycat! Kill! Kill!.
Prende forma la creatura più temuta del nuovo millennio: la donna moderna. Nessuno può contenerla, tanto meno quell’omuncolo storpio, depravato, alcolizzato o minorato che Meyer ha tante volte contrapposto, nella guerra dei sessi, alla femmina. Una caricatura, sarebbe giusto dire, della realtà sociale di oggi, di un cambiamento ormai assopito ma non del tutto metabolizzato che ogni tanto mette in crisi i codici comportamentali. Nei suoi film albeggia una figura femminile, cosciente della sua libido non più condannata e consapevole di un certo servilismo sessuale dell’uomo.
Tutto ciò che rappresenta una minaccia al reticolo sociale supersedimentato dell’America benpensante diventa scenografia fisica e tematica dei film di Russ Meyer. La donna spregiudicata, le bande di motociclisti e i rockers (“Motorpsycho”), i reietti della provincia rurale (“Lorna”) sono le marionette di un cinema che, attraverso l’immagine padrona dell’espressione filmica, rimane spesso, anche per scelta, epidermico. “Niente è più profondo della pelle nell’essere umano” diceva Paul Valery.
La raffinatezza del cinema di Meyer sta nel saggio accostamento di crudeltà, erotismo ed ironia. Troppo insolenti sarebbero state le visioni del regista agli occhi bacchettoni, ma perversi, dell’America da drive-in. Per far ingerire veleno è necessario mischiarlo al caffè o cospargerlo sul guscio di una mela. Così Meyer diluisce la sua pozione viziosa e dionisiaca nei codici di un cinema “light” americano, demistificato e mascherato attraverso la demenza e l’ironia che si serve di accostamenti spregiudicati (Bibbia, tette/culi, politica, magazine scandalistici, fumetti e Play Boy) e di riferimenti formali e tematici alla cosiddetta cultura “bassa”. Il risultato è un spettacolo sadico quanto le lotte tra i due sessi e le violenze senza margini, come le scollature provocanti o i corpi esuberanti appannati dal velo, dal vedo e non vedo, tra l’ambiguo e il simbolico, che fa godere e soffrire.
Inutile nascondere che l’immedesimazione nelle situazioni vissute dai personaggi è una costante inconscia di ogni visione erotica. Tutti i nostri desideri non codificati si cristallizzano nei fotogrammi di un certo tipo di cinema Inutile nascondere che l’immedesimazione nelle situazioni vissute dai personaggi è una costante inconscia di ogni visione erotica. Tutti i nostri desideri non codificati si cristallizzano nei fotogrammi di un certo tipo di cinema immaginifico e surreale, tutt’altro che realista, che ci stuzzica, senza mai soddisfarci, attraverso il nostro “doppio disincarnato”, che sia attore, attrice, oggetto o simbolo. Russ Meyer si è creato questo universo immaginario per lasciare scorrazzare le proprie perversioni mentali e visive che non sono referenziali a niente e nessuno al di fuori dell’insanabile mente che le produce. E sono proprio quest’ultime che rendono il cinema di Meyer un vezzo per cinefili e appassionati. I primi film sono delle perle di fotografia e il bianco e nero restituisce austerità alle inquadrature bizzarre e innovative ispirate anche al fumetto (a detta del regista, “Li’l Abner” di Al Capp su tutti) e al cinema italiano, o meglio alle attrici italiane, degli anni ‘50.
Chi è Russ Meyer e cosa rappresenta il suo cinema è difficile dirlo e certo non mi prendo questa responsabilità. I suoi sono prodotti qualificati in cui ognuno può scegliere cosa trovarci. In un certo senso un cinema per “tutti”: per gli appassionati della materia; per gli amanti del revival anni ’60, ’70; per i fan del camp; per quella “critica” che non si accontenta della superficialità della complessità ma che indaga la complessità della superficialità; per i fanatici del b-movie; per i rockers; per chi (come Tarantino e Burton) adora ripescare nella paccottiglia dell’universo cinematografico i geni incompresi; ma anche per chi si vuole divertire e non ne capisce nulla.
E se mai dovesse succedere che la tua ragazza dopo averti beccato ti manda a fare in culo; che il marito di lei, vedendovi a letto insieme, l’ammazza e poi si suicida; che tua madre inorridisce se ti vede al cesso con il giornale… te ribatti: “ Guarda che questo non è porno… è Russ Meyer”.

(01/4)