BOYS DONT'CARE

Rudi Borsella

Nel multiforme e colorato palcoscenico della musica rock, che ha attraversato gli ultimi cinquant’anni, molti sono stati i primi attori che hanno goduto delle luci abbaglianti del successo; chi per anni, chi per una sola stagione . Accanto a questi, centinaia di altri personaggi, più o meno importanti, hanno contribuito, con l’apporto fondamentale di migliaia di comparse nascoste nell’ombra, alla creazione di questo enorme spettacolo sonoro. Dai suoi albori con Elvis Presley, passando ai Beatles nel decennio successivo, sino ad arrivare ai tanti recenti eroi “da Mtv”, la figura dell’artista di successo, che riesce a catalizzare la fascinazione di migliaia di fans, risulta quasi ovvia, viste le possibilità di esposizione mediatica, che permette loro di quantificare in moneta sonante la propria (o presunta) gloria e di imporla sulla base dei dischi venduti (che so!? Mi viene in mente un gruppo artisticamente mediocre come gli U2); altri al contrario devono aspettare anni (se non sono morti prima…) per vedere rivalutato, almeno storicamente, il loro lavoro e divenire, magari a posteriori, artisti di culto (i Velvet Underground, Nick Drake sono solo alcuni degli esempi più clamorosi). Ci sono poi artisti come i Boys, gruppo della primissima stagione del punk britannico -condivisa al fianco dei maggiori nomi dell’epoca- che, nonostante l’ottima qualità dei lavori, non sono riusciti ad uscire dal cono d’ombra nel quale erano, offuscati da più furbi e reclamizzati compagni d’avventura. Nemmeno il tempo ha restituito il giusto rilievo alla musica della band, causa persistente otite e/o perdita di memoria dei maggiori critici-esperti del ‘77sound (mai presenti nelle varie commemorazioni giornalistiche di quel periodo, mai un loro disco o canzone in articoli tipo “i primi 100!!!! Album punk” e stronzate simili) relegando il ricordo (ed il piacere) a pochi nostalgici carbonari (dalla mente lucida e dall’udito cristallino). La genesi del combo è rintracciabile nei primi anni ’70, nella line-up degli Hollywood Brats, sorta di risposta inglese delle New York Dolls, travestitismo trash e ruvido fuzz-rock da strada, dove Casino Steel, giovane pianista venuto dalla Norvegia muove i suoi primi passi. Dissoltasi la band, dopo un solo album “Grown up wrong”, uscito postumo nel ’74, Steel incontra Matt Dangerfield ed insieme aprono un piccolo studio di registrazione, divenuto celebre per aver ospitato le prime sessions dei Sex Pistols, Damned e Clash. Nel 1976 i due entrano a far parte dei London S.S., vera leggenda sotterranea della scena pre-punk; il gruppo, che non inciderà mai nulla su disco, vede passare tra le sue fila, Mick Jones, Paul Simenon, Terry Chimes e Topper Headon futuri Clash, Brian James e Rat Scabies dei Damned, Tony James poi nei Generation X di Billy Idol. Per Steel (piano e voce) e Dangerfield (chitarra) il seguito di quell’avventura è la nascita dei “The Boys”, il gruppo è completato da Jack Black (batteria), John Plain (chitarra) e Duncan “kid” Reid (voce e basso). Sono la prima band della scena a firmare un contratto per un album, con la Nems rec. sussidiaria Poligram, che nel febbraio del ’77 dà alle stampe il loro primo incendiario singolo “I don’t care / Soda pressing”. Veloce come un pezzo dei Ramones, stile rock’n’roll alla Heartbreakers e spirito menefreghista dei Damned, “I don’t care”,contrappuntato dai riff di piano di Steel, che percuote lo strumento con la stessa dolcezza di Jerry Lee Lewis, resta come un esempio del più “perfetto” stile punk-rock, degno di figurare accanto alle varie “White Riot”, ”New rose”, ”God save the Queen” tra le canzoni più eccitanti dell’epoca. Nel settembre dello stesso anno, esce il brillante debutto su 33 giri “The Boys”, dove la band amplia le sue influenze al pop-beat degli anni ’60, regalandoci un ibrido sonoro irresistibile -anche grazie ad una tecnica strumentale superiore alla medi-, fatta di effervescenti ed anfetaminici assalti elettrici come solo i Sonics, 10 anni e dall’altra parte dell’Atlantico avevano fatto prima. Dalla caustica “Sick on you”, alla ripresa beatlesiana di “Call your name”, dal rock’n’roll di “No money”, alla già citata “I don’t care”,sino alla conclusiva “Living in the city”, l’album è un concentrato di pura energia e melodia, come potrebbe esserlo, ai giorni nostri, un c.d. degli Hives. Dopo un tour di supporto all’ex Velvet, John Cale ed un singolo natalizio “run Rudolph run” uscito con l’alter ego “The Yobs”, nel ’78 i Boys incidono il loro secondo LP, “Alternative chartbuster”, dove vengono stemperate (solo un po’) certe asperità punk e messe in risalto maggiormente le influenze sixties, producendo un gioiellino di power-pop, simile nella forma alle produzioni che nello stesso periodo negli Stati Uniti, proponevano un manipolo di giovani bands innamorate di Alex Chilton e i suoi Big Star quali: Plimsouls, Real Kids, Beat e Knack, con questi ultimi assurti alla fama planetaria con la celebre “My Sharona”. I successivi due album, “To hell with the Boys” del ’79 e “Boys only” dell’80, usciti per la Safari, ricalcano la strada intrapresa e confermano una scrittura sempre scintillante; ma oramai i nuovi suoni e le mille proposte della New Wave imperante, scavalcano la band che si scioglie dopo l’ennesimo flop commerciale. Il resto sono occasionali reunion che continuano sino ad oggi, malinconiche rimpatriate, un po’ tristi e un po’ romantiche ormai comuni a molti antichi eroi del “No future”. Negli ultimi anni diverse etichette hanno ristampato i loro lavori ed ora con la doppia raccolta “I don’t care (the Nems rec. Years)” stampato dalla Recall, potrete avere l’occasione di scoprire
musica eccitante e regalare finalmente ai Boys le luci della ribalta della vostra personale play-list. Alla faccia di tutti “quei” sordi, we say I don’t care!!!!