JAMMING WITH THE ARTIFICIAL: MATTHEW YEE-KING

Emiliano Barbieri

Organizzi una serata con un musicista inglese che per mestiere lavora come programmatore di applicazioni software. Ti ritrovi a scambiarci due chiacchiere e scopri che questa passione è totalmente diversa da come tu ti eri immaginato potesse essere in una persona che vuole insegnare alle macchine ad improvvisare; aiutarle a rubare all’uomo uno di quegli ambiti di cui crede di essere il legittimo ed esclusivo proprietario: la creazione artistica. Ti fai un veloce esame di coscienza scoprendoti totalmente impastato di uno schema mentale - un preconcetto - che vede l’ispirazione figlia di un qualcosa di preesistente all’uomo, qualcosa con cui si può entrare in contatto solo attraverso il sublime fuoco dell’ispirazione...beh, non ci siamo, le cose non stanno proprio così...
Partiamo da una piccola analogia: la ricerca del nuovo può essere assimilata alla corsa all’oro nel Klondike e questo per vari motivi.
Primo motivo: la rarità. L’oro è poco e difficile da trovare.
Secondo motivo: l’isolamento. L’oro è distribuito in piccoli spazi non distanti tra loro.
Il terzo motivo è diretta conseguenza del secondo: la concentrazione degli spazi in cui è presente l’oro porta ad esplorare e sfruttare in modo intensivo queste specie di oasi tanto da esaurirne in fretta le risorse disponibili.
L’improvvisazione in questo modo diventa l’esplorazione di questo spazio.
“La creatività può essere divisa in due fasi, una preparatoria e una spontanea. Per un musicista jazz ad esempio, la fase preparatoria consiste nella sua abilità tecnica e nella conoscenza delle regole che governano la composizione musicale, mentre quella spontanea è concentrata nel momento in cui, suonando, prova a produrre qualcosa di nuovo modificando continuamente ciò che uno si aspetta di ascoltare dopo una determinata sequenza di note. Se io volessi insegnare ad un sistema di intelligenza artificiale la prima fase, dovrei inserire tutti i dati possibili di un determinato stile e poi costringerlo a sbagliare per produrre delle novità interessanti. E’ molto meglio lasciare questa fase all’uomo, e lasciare che il sistema esplori la seconda, avendo il computer la capacità di elaborare tutte le possibilità presenti nello spazio che si è deciso di fargli esplorare.”
Domanda: “Credi sia possibile razionalizzare così tanto un processo, come quello creativo, così specificatamente umano?”.
Risposta: “Se per creatività intendi l’ispirazione non lo so, ma se pensi al processo creativo, questo è frutto al novanta per cento di duro lavoro e solo il restante dieci forse è determinato da qualcos’altro...un sacco di persone hanno un’idea della creatività simile ad un genio che arriva con le idee già pronte. Un sistema informatico può aiutarti sia nella fase del duro lavoro preparatorio, sia, e qui mi sembra molto più interessante, a trovare nuove soluzioni. Per rispondere alla tua domanda quindi, io ti dico che si, il processo creativo è qualcosa di totalmente razionale e può essere formalizzato all’interno di un sistema computazionale.”

Permettete un piccolo ragionamento
Un discorso molto vecchio dice che se io lavoro con una drum machine, la sua interfaccia influenzerà notevolmente la mia creatività. Questo vale per quasi tutti gli strumenti musicali, dal pianoforte all’ultimo gioiello digitale. I musicisti nella maggioranza dei casi non fanno troppo caso all’influenza che la strumentazione usata ha sulla loro libertà compositiva. Hanno con la tecnologia una rapporto molto utilitaristico: uso questo perchè mi permette di fare quest’altro, sfrutto questo per trovare quest’altro. Yee-king rompe questo circuito poichè obbliga il sistema a pensare come un uomo mentre la maggioranza dei musicisti elettronici spende molto del suo tempo a programmare la propria apparecchiatura piegandola alle umane esigenze. Quando suona, Matt percuote pad elettronici come un batterista, e batterista lui lo è veramente tanto da suonare i tamburi per i Supercollider di Jamie Lidell. Il computer lo aiuta nell’accompagnamento inventando giri melodici random su cui lui poi interviene decidendo di soffermarsi o meno su questo o quell’elemento, ridefinendo in continuazione la parte di Klondike da esplorare ed esercitando semplicemente la migliore capacità che il cervello umano possiede: il giudizio.
Risultato? Un informatico che fa la musica elettronica più umana che uno abbia mai ascoltato. Per un paradosso – ma neanche troppo se ci si pensa bene – un profondo conoscitore del linguaggio artificiale ha trovato la chiave per rendere umanoide la tecnologia, senza rinunciare alle sue abilità musicali e capacità critiche. Se a qualcuno capita d’ascoltare il suo ultimo ep intitolato The Egg Abuser, sicuramente resta stupito della varietà delle strutture ritmiche, piene di slittamenti e controtempi jazzy, le quali al primo ascolto rivelano immediatamente la natura umana che le ha generate. Nessun sequencer digitale, per quanto sapientemente manipolato, riesce a far pensare all’ascoltatore che il suono prodotto nasca da un’attività fisica come percuotere i pad di una batteria elettronica. L’influenza che si sente è quella del jazz nelle sue forme maggiormente sperimentali, certamente non quella della musica elettronica d’ascolto di matrice intelligent. Semmai siamo più vicini ad alcune incursione dello Squarepusher che improvvisa a ruota libera sul basso freetless. Comunque è qualcosa da ascoltare attentamente perchè rappresenta una strada per uscire da alcune innegabili caratteristiche standardizzate della sperimentazione elettronica: l’utilizzo dei sequencer e le tecniche standard di sintesi del suono. La ricerca del nuovo, aiutata dalla selezione che possiamo attuare noi come esseri umani giudicanti, è interamente affidata ad un elaboratore che ci propone cambiamenti casuali. Come un cerchio che si chiude, l’uomo e la macchina possono apprendere vicendevolmente qualcosa l’uno dell’altro ottenendo risultati fortemente originali, lontani da un seppure minimo sapore di già sentito. Il tutto con un grado di interazione reciproca molto elevato e diretto, proprio perchè si svolge nei termini sopra descritti.

Appunto
Siamo abituati a vedere persone smanettare suoi loro computer e sintetizzatori vedendo negli umani i musicisti e nelle macchine gli strumenti. Non pensiamo mai alla tecnologia come un qualcosa che possa sostituirci nell’impulso creativo. Forse siamo presuntuosi. E se un software invece di metterci a disposizione le infinite possibilità della composizione digitale, suonasse insieme a noi? e se fosse anche lui un musicista?
“Non dimenticare che, alla fine, devi saper scordare tutto quello che sai mentre ascolti o componi musica. Solo così riuscirai a sentire o ad immettere un valore emozionale in quello che stai facendo. L’arte non è obbligatoriamente qualcosa di concettuale che puoi riuscire a decifrare solamente se possiedi determinate conoscenze.” Appunto.
Una cassa corre sbilenca sotto a uno shuffle di rullanti che accelera e rallenta. Una melodia triste, malinconicamente aliena, emerge piano piano fino ad occupare tutto lo spazio possibile. Matt e il suo computer suonano insieme come da sempre fanno tutti i musicisti del pianeta Terra. Una sorta di jam session tra l’umano e l’artificiale in cui entrambi gli elementi si influenzano reciprocamente e continuamente. Cos’è naturale? Cosa non lo è? A chiunque voglia ascoltare, il consiglio è di non pensarci proprio...