NEUROTRANSMITTER

Francesco Ventrella

neuroTransmitter (Angel Nevarez e Valerie Tevere) lavorano insieme dal 2001. I loro progetti sfruttano le potenzialità di macchinari per la trasmissione radio attraverso azioni pubbliche, interventi urbani e audio-installazioni. Lo spazio sonico (piuttosto che sonoro) funziona come un campo attraverso il quale riappropriarsi di una comunicazione fluida, molecolare e localizzata.

Come si presentano neuroTransmitter? 
neuroTransmitter è una collaborazione artistica interessata all’intersezione tra arte concettuale e tecnologia radiofonica. L’attivazione degli spazi dell’etere e l’occupazione delle frequenze -accanto agli interessi artistici- rappresentano gran parte del lavoro e della ricerca di neuroTransmitter.

Quali sono le leggi che regolano le trasmissioni via etere negli USA?
Attualmente negli Stati Uniti è richiesta una licenza di trasmissione per ogni forma di diffusione radiofonica. Comunque ci sono dei “buchi di ripetizione” nel sistema che possono essere manipolati e riattivati, permettendo di trasmettere legalmente. Per esempio, è possibile attivare una trasmittente da 1 a ½ Watt di potenziale per brevi lassi di tempo, prima che gli agenti federali inizino ad intercettarla. Negli Stati Uniti gli agenti federali sono soliti confiscare e, alle volte, distruggere le apparecchiature radio che appartengono a quelli che sono etichettati come trasgressori delle leggi dettate dalla Commissione Federale per le Comunicazioni.

Rispetto al progetto com_muni_port avete parlato di “broadcasting on the fly”. Come riescono queste performance foniche a creare una rete nel paesaggio urbano?
com_muni_port è uno zaino-trasmittente portatile che contiene un mixer multicanale, un lettore cd, un microfono, una trasmittente FM: fondamentalmente è una stazione radio low-tech.
Utilizzando delle unità com_muni_port multiple immaginiamo delle “performance di frequenza” pubbliche in cui un network di performer, trasmettendo da una micro-radio, possa andare in giro per le strade di una data area, creando e trasmettendo un diagramma sonico che mappa lo spazio urbano, attraverso un missaggio, un movimento e una trasmissione del suono sul luogo stesso.

Penso alla Guide Psychogéographique de Paris di Guy Debord (1956). Debord non ha usato la città come un set, ma come un mezzo processuale per attivare la dérive situazionista. Ma la sintesi proposta da Debord resta nel visuale. Come può, invece, il sonico diventare una deriva?
Assolutamente! Per noi le “performance di frequenza” operano attraverso i limiti imposti dalle trasmissioni commerciali e usano l’invisibilità delle onde radio-soniche per restituire una forma urbana che sia alternata. L’occupazione simultanea dello spazio dell’etere e di quello urbano (grazie alla trasmissione e al movimento) apre un potenziale slittamento verso il posizionamento di chi trasmette e di chi riceve, del suo corpo, del suono e del paesaggio socio-spaziale attorno. Dato che è una trasmissione in FM, il suono può essere ricevuto da chiunque sia nelle vicinanze della performance. Ciò vuol dire che se uno sta al quinto piano di un palazzo può potenzialmente diventare un partecipante, se sintonizzato sulle stesse frequenze, per essere poi casualmente ricevuto in maniera intermittente dal giro di segnale (e questo è interessante pensando alla deriva).

La città contemporanea è divisa orizzontalmente in diverse aree, che spesso definiscono le appartenenze sociali di chi le abita. Ma la pubblicità e la comunicazione oggi ha sezionato la città anche a livello verticale: pubblicità e brand si sovrappongono sulle superfici dei palazzi e sembra che il consumismo sia sempre “in onda”. Se negli anni Sessanta si parlava di un inquinamento pubblicitario visuale, oggi la città sembra ridefinita in quella che Sarat Maharaj chiama “see-hear economy”.
Questo termine “see-hear economy” è molto rilevante per l’interpretazione e l’interazione della città contemporanea. Appena ci muoviamo attraverso l’ambiente urbano, i nostri corpi incontrano una miriade di segnali cellulari e radio, che circolano attraverso e attorno i nostri corpi. Il nostro campo visivo è inquinato da corpi pubblicitari ambulanti e beni non necessari… Noi vediamo e udiamo frammenti di cultura e di conversazioni… è eccitante, frustrante e stancante.
Allora, come resistere a ciò? Ma possiamo? Certamente attraverso i graffiti, i blocchi segnaletici, le triangolazioni e altri tipi di blip temporanei. Ma questi interventi hanno una lunga durata? O anche questi modi di resistenza cadono nell’inquinamento della vita urbana?

I vostri progetti sono sul limite tra arte e attivismo. Megafoni, parate, striscioni spostano la comunicazione da una dimensione visiva ad una orale più fluida e disseminata…
Il limite tra arte e attivismo per noi è molto sottile, i nostri processi fondono le pratiche concettuali con le trasmissioni di frequenza e i modelli dell’attivismo. La semplice attuazione di una trasmissione radio può essere vista come un gesto politico o un atto di resistenza. Possono essere un riferimento le storie di radio pirata degli anni ‘60 e ‘70 come Radio Alice, Free Radio Berkeley, Radio Caroline (tra le altre).
The Low Power to High Power broadcast media tour è stata una street action iniziata durante la convention nazionale dei repubblicani del 2004, ed è diventata una protesta che ha mappato i luoghi fisici ed architettonici legati ai 5 maggiori monopoli della comunicazione globale.
Questi 5 (e altri) confezionano politiche e valori sociali attraverso la disinformazione, l’omissione e la rappresentazione distorta delle politiche governative. Usando un com_muni_port in ognuno di questi luoghi abbiamo svelato la loro attività di monopolizzazione, e l’influenza da loro operata nella deregolarizzazione delle politiche della Commissione Federale per le Comunicazioni, nonché le strette relazioni mediatiche con la politica conservatrice (Partito Repubblicano).

Nel 1977 Radio Alice trasmetteva da Bologna, usando la radio al posto del volantinaggio. La loro guerrilla informazionale partiva dallo slogan “Informare non basta. Chi emette e chi riceve? Radio Alice trasmette di tutto: potete esprimere la vostra opinione chiamando 271428…” Utilizzare i mezzi tecnologici (radio e telefono) per una riappropriazione dei mezzi di produzione della conoscenza. Che rapporto avete con esperienze come questa? E cosa è accaduto negli altri paesi?
Certamente la tua domanda si riferisce a Brecht e poi a Guattari che, in diverse forme, hanno parlato della possibilità della radio come apparato di comunicazione (questo è anche il titolo di un saggio di Brecht del 1932). Negli anni ‘30 Brecht pensava a come impiegare le nuove tecnologie e a come incorporarle nella società. Tecnicamente la radio ricevente ha anche la possibilità di trasmettere: Brecht, sebbene solo in maniera concettuale, parla della possibilità di trasformare l’apparato per la distribuzione in uno per la comunicazione, cioè permettendo all’ascoltatore di parlare così come ascolta. Quella possibilità è esattamente ciò che Radio Alice ha realizzato attraverso la connessione tra telefono e radio.
Poi Guattari ha parlato di trasmissione a onde corte per il cambiamento della natura della comunicazione. Per Guattari le trasmissioni a bassa potenza costruivano una programmazione locale, tenendo conto del contesto della trasmissione e del rispettivo ascoltatore.
E’ di enorme importanza combattere la regolamentazione sulla comunicazione e ri-chiamare i media non più come una massa, ma come localmente prodotti. Dal momento che i 5 maggiori monopoli della comunicazione globale continuano a rafforzarsi, l’acceso alle onde radio a livello locale rimane sempre più difficile. Creare dei media locali, trasmissioni su onde brevi, riprendersi le onde radio (potrebbe dire qualcuno), permetterebbe alla “trasmissione, alla rivoluzione trasversale di imbattersi liberamente in un pubblico molecolare”.
Gli artisti degli anni ‘80 hanno guardato a Guattari, alle radio libere italiane e alle cosiddette mini-FM, adottandone i modelli. In Giappone le mini-FM hanno permesso di lavorare all’interno dei limiti posti al pubblico accesso alle trasmissioni. L’acceso alle onde radio era permesso solo a trasmissioni sotto i 15 microvolts per metro alla distanza di 100 metri – ovvero solo ai microfoni senza filo, alle macchine telecomandate, ecc. – Mentre molte stazioni mini-FM emulavano le radio commerciali più popolari, artisti performer come Tetsuo Kogawa e altri hanno fatto attenzione ai loro ascoltatori che non erano molto lontani, guardando alla radio come un mezzo per legare assieme delle persone.

Qual è uno dei vostri ultimi progetti?
12 Miles Out è stato presentato nella mostra in absentia curata da Stephen Wright e presentato al Centre de Art Passerelle a Brest. 12 Miles Out è un’installazione visuale e sonora che si fonde con la tecnologia radio analogica e il disegno di linee. Questo lavoro è uno di una serie di progetti che esplora la storia delle radio pirata offshore, prevalente in Europa tra gli anni ‘60 E ‘70 e poi anche negli USA. La radio pirata è una tattica che mina il dominio dei media istituzionali e occupa lo spazio privatizzato dalle radio a banda larga per interessi non commerciali. 12 Miles Out nello specifico si riferisce all’episodio di Radio Caroline, la più malfamata nave radio offshore. Installato, il disegno ‘rappresenta’ una nave Radio Caroline del 1964 circa e funziona come antenna di trasmissione sulla quale sono sintonizzate delle radio diffuse nello spazio della mostra. L’audio trasmesso è un missaggio di registrazioni sonore ambientali di un viaggio fatto sull’oceano attraverso le acque internazionali, con materiali d’archivio dalle trasmissioni di Radio Caroline…

(01/5)