REMO E ROMOLO

curated by Valerio Mattioli

IL BAGAGLINO SECONDO PINGITORE

Da oltre quarant’anni il Bagaglino è una presenza topica dell’immaginario italiano. Ed è una presenza controversa: ai margini della rispettabilità “colta”, politicamente discussa e costantemente bersagliata, la compagnia romana tradisce insospettabili radici, a metà tra eredità futuriste e cabaret popolaresco. Pier Francesco Pingitore – uno dei suoi fondatori – continua a guidare come autore e regista una creatura che è stata di Gabriella Ferri come di Valeria Marini. A lui la parola.

LO SPECCHIO

Quando nacque il Bagaglino, nel 1965, lavoravamo tutti come giornalisti. Luciano Cirri era redattore capo del Borghese; Mario Castellacci era vice caporedattore del Giornale Radio Rai; e infine Piero Palumbo e io venivamo dal settimanale Lo Specchio. Lo Specchio era nato alla fine degli anni ’50: si occupava principalmente di politica, costume e società, ma ragionava anche su un tipo di cronaca mondana molto legata alle sue radici d’inizio secolo, se non di fine ‘800: pensa alla Cronaca Bizantina di Sommaruga, o a certe cose di D’Annunzio… Era insomma una cronaca molto diversa da quella che gira oggi: gli articoli suonavano estremamente ragionati, divertenti anche nell’uso dell’aggettivazione, della scrittura che li teneva in piedi… Quando con Castellacci, Cirri e Palumbo fondammo il Bagaglino, pensavamo a poco più che un passatempo. Non immaginavamo che, di lì a breve, sarebbe diventata la nostra principale attività.

BRAGAGLIA

Fu allo Specchio che conobbi quel grande uomo di teatro che era Anton Giulio Bragaglia. Figura chiave del Futurismo romano, regista e fotografo d’avanguardia, ispiratore di serate assieme a Marinetti e Depero, Bragaglia fu anche e soprattutto il fondatore, nel 1922, del Teatro Sperimentale degli Indipendenti. Tra gli anni ’20 e gli anni ’30 (vale a dire in un periodo in cui, secondo alcuni, “tutto era proibito”) fu il primo a portare in Italia la grande cultura drammaturgica europea: parliamo delle avanguardie tra le due guerre e di autori come Jarry, Apollinaire, Brecht, oltretutto inseriti in un contesto di grande rottura rispetto al paludato panorama teatrale del tempo. Alla fine di ogni spettacolo, dopo la pièce vera e propria, il palcoscenico girava e lì, nei sotterranei di via degli Avignonesi, cominciava la festa: musica, canti, danze, cibo… Qualcosa che, semplicemente, non si era mai visto. Dopo il Teatro degli Indipendenti diresse il Teatro delle Arti, e questo fu il motivo per cui, nel dopoguerra, si ritrovò automaticamente emarginato. Ora non ricordo bene che ruolo ricoprisse all’interno di quale corporazione fascista, fatto sta che, negli anni ’50, venne reclutato dallo Specchio come critico teatrale, e per combinazione diventammo amici: provava grande simpatia per me, e le sue teorie sull’improvvisazione furono determinanti per noi quando decidemmo di darci al cabaret. D’altronde il nome che scegliemmo per la nostra compagnia era proprio Il Bragaglino, in omaggio ad Anton Giulio che era morto solo qualche anno prima. Ma gli eredi si opposero, e quindi fummo costretti a togliere la “r”. Così dal Bragaglino, diventammo il Bagaglino.

ANARCHICI DI DESTRA

La prima sede del Bagaglino fu in una cantina di vicolo della Campanella, nel quartiere di Panico: un angolo della vecchia Roma a due passi dal Tevere, zona di malavita e trattorie, dove restammo fino al 1972, quando ci trasferimmo – visto il successo dell’iniziativa – al Salone Margherita, teatro che in passato aveva ospitato un po’ tutti, da Petrolini allo stesso Marinetti. Nel frattempo subimmo persino una scissione interna: Cirri abbandonò per fondare un’altra compagnia, Il Giardino dei Supplizi, più schierata politicamente. Luciano era in perfetta buona fede (e infatti col tempo ci riappacificammo) ma la sua idea di cabaret militante poco si sposava con uno spirito che voleva essere il più possibile estraneo alle logiche di parte, insofferente nei confronti di qualsiasi parola d’ordine, libero da agganci politici di sorta. Nel 1965, quando presentammo il Bagaglino al pubblico, ci autodefinimmo “anarchici di destra”. Evidentemente per Cirri eravamo troppo “anarchici”, e troppo poco “di destra”…
Su questo però abbiamo sempre insistito: il nostro cabaret voleva e doveva essere libero, indipendente. Ecco il perché di quell’“anarchi di destra”, laddove il “di destra” significava semplicemente “non di sinistra”. Perché vedi, fino ad allora il cabaret era sempre stato o di sinistra, e quindi fortemente ideologizzato, o assolutamente apolitico, del genere “di queste cose non ci occupiamo”. Noi invece volevamo fare un cabaret che si occupasse anche di politica, ma che lo facesse senza legami, senza parentele, e senza riverenze. Naturalmente ciascuno di noi proveniva da percorsi precisi e condividevamo tutti un certo retroterra: Castellacci per alcuni continua ad essere principalmente l’autore di Le donne non ci vogliono più bene (celebre canto della Repubblica di Salò i cui versi iniziali recitano: “Le donne non ci vogliono più bene/perché portiamo la camicia nera”, ndr), e se un tipo come lui è riuscito a diventare vice caporedattore del GR Rai è soltanto perché, all’epoca, in Rai si assumeva così: un democristiano, un comunista, e uno bravo. E lui era quello bravo. Ma in ogni caso, al di là dei rispettivi bagagli personali, anche a essere indipendenti l’accusa era comunque la stessa: se non eri di sinistra eri automaticamente o fascista o, nel migliore dei casi, qualunquista. So che adesso è diventato poco più che un ritornello, ma in quegli anni la cosiddetta “egemonia culturale” si faceva veramente sentire…

L’EGEMONIA

Il discorso partirebbe da lontano e sarebbe anche piuttosto lungo. Per farla breve però, la metterei così: l’intera cultura italiana, negli anni del fascismo, è stata fascista. Tutti, anche quelli che poi sono finiti a fare i partigiani, anche quelli che poi sono diventati comunisti, erano stati sostenitori del regime. Finita la guerra, si ritrovarono compromessi: magari avevano anche fatto la Resistenza, ma di sicuro da qualche parte c’era qualche scritto, qualche opera, qualche gesto compromettente. La grande intuizione di Togliatti fu quella di reclutare tutti a mo’ di amnistia, garantendo così una sorta di nuova verginità, e organizzando una specie di immensa leva intellettuale alla quale accorsero in moltissimi, in ciò incitati anche dal fatto che la Democrazia Cristiana, di politiche culturali, non si interessava minimamente. È da qui che nasce l’egemonia. Tutte le organizzazioni culturali del dopoguerra furono in qualche modo orientate dal PCI, anche perché in fondo era il PCI stesso una grandissima organizzazione culturale: ci furono naturalmente ruoli diversi, diverse gradazioni, ma le parole d’ordine erano inequivocabili. In sostanza: potevi essere di centrosinistra, di mezza-sinistra, quello che vuoi, ma assolutamente mai di destra. Di conseguenza, tornando a noi: visto il clima, sin dagli inizi il Bagaglino si è posto in maniera conflittuale nei confronti della parte culturale predominante. O meglio: al conflitto ci hanno obbligato gli altri, noi non avevamo fatto altro che ribadire quello che eravamo. Eppure ti assicuro che non ci sarebbe costato niente prendere la patente anche noi, rimediare il bollino, farci ungere per diventare santi subito…

GABRIELLA FERRI

Nel 1965 eravamo ancora confusi. Cercavamo qualsiasi cosa: attori, comici, cantanti… Tony Cucchiara ci portò prima Nelly Fioramonti, che era la sua fidanzata, e poi Gabriella Ferri. Aveva una voce così bella, ed esprimeva una forza così grande, al tempo stesso popolare e raffinatissima, che decidemmo di inventare un’intera parte cantata del cabaret, che chiamammo Il Cantaglino. Fu un sodalizio che è durato a lungo. Noi scrivevamo per lei, lei partecipava ai nostri spettacoli, e tempo qualche anno (era il 1973) arrivò la Rai a chiederci un intero spettacolo cucito su sua misura, spettacolo che diventò Dove sta Zazà con regia di Antonello Falqui e testi nostri. Il rapporto con Gabriella è sempre stato strettissimo, a prescindere dalle idee politiche: devi capire che noi non abbiamo mai chiesto abiure o dichiarazioni di fede, figuriamoci tessere di partito… Insomma, qui c’è stato di tutto, da Rifondazione all’MSI! Gabriella è morta nel 2004.

BOMBOLO

L’anima della plebe romana. Conoscemmo Bombolo perché lavorava come venditore ambulante dalle parti di Panico, e in più andava sempre a mangiare da Picchiottino, una trattoria dove capitavamo spesso anche noi. Visto che ci stava simpatico, lo portammo a fare questo lavoro, anche se in fondo lui è sempre rimasto il venditore ambulante che era… Per capirci, la sua frase preferita era “io so’ ‘n’indiano!”, che voleva dire “io sono un selvaggio”. Ma ti assicuro che era capace di sottigliezze incredibili… È morto nel 1987.

BIBERON

Quando portammo Biberon in televisione riproponemmo la figura della primadonna – prima Pamela Prati, poi Valeria Marini – perché il Bagaglino è sempre stato un amalgama, su matrice cabarettistica, di varie componenti: c’è quella cronachistica, c’è quella satirica, quella glamour, quella della tradizione cantoballata all’italiana... A seconda delle epoche può capitare che qualcuno di questi ingredienti prenda il sopravvento sugli altri, e così negli anni ’80 Biberon rispondeva a un immaginario che era quello – fondamentalmente televisivo – del periodo. Ma soprattutto, ai tempi di Biberon non esisteva Porta a Porta, non esisteva la politica-spettacolo, e non esisteva una satira che si prendesse tanta confidenza con i potenti come facevamo noi. Ovviamente venimmo accusati anche di quello: di essere troppo confidenti con loro. Ma voglio dire: quando invitavamo i politici a raccontare barzellette sul palco, li sottoponevamo a una prova durissima, capitava che facessero figure miserrime… Poi d’accordo, col tempo hanno imparato. E sì, adesso di politici che raccontano barzellette ce ne sono a valanghe…

ROMANERIA

Non mi piace il termine “romanità”, suona troppo tronfio. Preferisco parlare di “romaneria”. Di sicuro la romaneria è stata – e continua ad essere – uno dei tratti distintivi del Bagaglino. Sia io che Castellacci, pur non essendo che romani d’adozione, abbiamo sempre amato il dialetto romanesco per la sua grande capacità di suonare diretto, tagliente, immediato, sia rispetto ad altri dialetti sia rispetto alla lingua italiana. È vero che questa romaneria è per forza di cose popolare, viscerale, plebea, e probabilmente è anche da qui che nascono certe accuse di qualunquismo, specie se confronti il nostro cabaret con quello che si faceva all’epoca a Milano. Magari il cabaret alla milanese sarà anche stato più intellettuale, più parigino, quello che vuoi… Ma ti assicuro che si può essere sottili e raffinati anche a furia di romanesco. Si parva licet: i milanesi hanno avuto Porta, noi Belli, Trilussa e Pascarella…

(01/7)