ALAN ALDRIDGE. CAPTAIN FANTASTIC

by Chiara Costa

Ce l’avevate da piccoli nella libreria di casa. Se i vostri genitori sono molto anziani, allora stava tra i libri del fratello o della sorella maggiore. Forse l’avete guardato alle medie con gli occhi stralunati, perché era pieno di tette, culi e altre robe un po’ osé. È il Libro Illustrato delle Canzoni dei Beatles, un titoletto che la Mondadori pubblica ininterrottamente da non so quanti anni. Siete figli unici? O troppo snob per ammettere che i Beatles erano dei geni? Va bene. Proviamo con l’Hard Rock Cafè, quello delle magliette, uno dei simboli più universali della cultura pop. Questo l’avete visto di sicuro. Il signore di cui stiamo parlando, Alan Aldridge, è il padre di quel logo. Se lo è inventato nel 1971, su richiesta di Isaac Tigrett, un americano un po’ fattone, seguace di Sri Sathya Sai Baba e fondatore dell’Hard Rock. Aldridge ha dato forma a quello spirito psichedelico e visionario che ha dominato l’immaginario in Technicolor degli anni Sessanta e Settanta.
Classe 1943, Aldridge è un ragazzo dell’East End londinese che adora disegnare e vorrebbe farsi strada nel mondo dell’arte con in testa i disegni di John Tenniel (1820-1914), l’autore delle illustrazioni di Alice in Wonderland. Ottiene il suo primo lavoro per puro caso, incrociando un’amica che decide di non andare ad un colloquio in una galleria d’arte e presentandosi al suo posto, senza nemmeno sapere per cosa si stia proponendo. Inizia a farsi notare come grafico e illustratore, tanto che nel 1965 viene chiamato dall’art director della Penguin Books. Science, Crime, Fiction: per due anni si occupa delle copertine delle principali collane della più importante casa editrice inglese, iniziando (inconsciamente) a plasmare il gusto popolare, e diventando un personaggio chiave della Swinging London. È un workaholic, quindi esce e vede gente ma con moderazione, sbevazza e si fa di LDS ma non tanto da rincoglionirsi completamente. È un tipo diretto e fortunato, Aldridge: sa bene che la sua grande abilità sta nell’assemblare immagini per associazione di idee, in modo chiaro e allo stesso tempo elaborato ed elegante. In più, ha un gran culo, perché, come lui stesso ammette, pare trovarsi sempre nel posto giusto al momento giusto. Last but not least, è uno che sta simpatico. Una sera, mentre discute con un amico sul significato latente di Lucy in the Sky with Diamonds (Beatles, Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band,1967), gli viene in mente che sarebbe interessante chiacchierarne coi diretti interessati. Recupera il numero di McCartney, lo chiama, quello risponde e gli dice passa da me che ne parliamo. Zompa su un taxi, corre a comprare un registratore, dice al commesso che deve intervistare uno di quei cantautori che infilano sempre la rima June – moon, senza rendersi conto che la conversazione viene registrata. Non essendo uno che se ne intende di tecnologia, appena si trova davanti a Paul schiaccia play, e per un attimo pensa di aver sputtanato la sua grande occasione. Invece il vecchio Macca se la ride, e circa un anno dopo The Beatles Illustrated Lyrics, che raccoglie immagini non solo di Aldridge ma anche di gente come Jean-Michel Folon e Tomi Ungerer, diventa uno dei più grandi best seller di sempre, tanto da finire nella libreria dei vostri genitori.
Aldridge crea immagini che catturano l’occhio immediatamente e intontiscono coi loro dettagli infinitesimali, eppure il senso è sempre chiaro. C’è una magia di fondo: se molta arte contemporanea, di quella da museo-acronimo, ha fatto pensare al pubblico “questo lo sapevo fare anch’io”, Aldridge, artista del quotidiano le cui idee si traducono in icone, ti fa pensare “anche io l’avrei immaginato così”. È per questa sua forza comunicativa che Andy Warhol nel 1971 gli chiede di realizzare il poster per il lancio inglese di Chelsea Girls. Senza nemmeno aver visto il film, Aldridge ha già un’immagine in mente: una donna nuda, seduta e con le gambe aperte, il cui busto contiene delle finestre aperte dalle quali spuntano vari personaggi, come in un calendario dell’avvento dedicato alle perversioni. Dove stesse la porta d’entrata del Chelsea Hotel non c’è bisogno di spiegarvelo. Il manifesto ebbe un successo immediato, anche perché i seni della modella erano scoperti, e infatti fu ritirato in fretta e furia dalle autorità. Ma ormai era fatta.
Poster di concerti, copertine di dischi, dai Led Zeppelin ai Rolling Stones, passando per i Cream di Eric Clapton. Ad Aldridge viene chiesto di ideare la copertina del loro ultimo album, Goodbye Cream (1969): niente di meglio che fotografarli con un bel completino argentato, bastone e cappello in puro stile Chorus Line. Non prima di averli fatti sbronzare completamente, altrimenti non avrebbero mai acconsentito a stare nella stessa stanza, visto che i tre ormai si odiavano a morte e volevano soltanto spaccarsi la faccia a vicenda. Il risultato è una delle cover più allegre della storia del rock: non si sono mai più visti dei sorrisi così.
Ma la sua copertina più famosa è probabilmente quella di Captain Fantastic and the Brown Dirt Cowboy, album di Elton John del 1975. Fermi, non stiamo parlando dell’Elton John tamarro degli anni Ottanta. Qui siamo nei cinque anni d’oro in cui un certo Reginald Kenneth Dwight, a.k.a. Elton John, pubblica uno dopo l’altro dei dischi perfetti, che qui citeremo per il puro diletto degli snob di cui sopra, e perché magari a qualcuno viene voglia di fare un tentativo di revisionismo storico: Elton John e Tumbleweed Connection (1970), Madman Across the Water (1971), Goodbye Yellow Brick Road (1973). Comunque, Captain Fantastic è un concept album sinistro e pensieroso, una sorta di autostrada per l’inferno del rock. Aldridge s’inventa una copertina in stile Hieronymus Bosch: un pantano popolato da papponi, ladri, tiranni, ratti, impostori e ubriaconi, tutti che cercano di aggrapparsi al povero Captain Fantastic. L’album se ne sta al primo posto delle chart americane per settimane. Il successo è tale che per un po’ si tenta di mettere in piedi un cartone animato per il cinema, ma poi Elton John ha la pessima idea di dichiarare alla stampa la sua bisessualità, e addio finanziamenti delle major.
Il bello di Aldridge è che ti racconta, con lo stesso tono British, distaccato e ironico, sia dei grandi successi che dei buchi nell’acqua. Non si vergogna di dire che quando gli fu commissionato il manifesto di propaganda del Partito Laburista, che i più davano per vincente alle elezioni del giugno 1970, la stampa bollò l’immagine come una delle peggiori campagne diffamatorie nella storia politica britannica e, a sorpresa, i Conservatori trionfarono alle urne.
Oggi, a sessantacinque anni, Aldridge vive a Los Angeles e continua a lavorare a ogni progetto che stimoli la sua immaginazione. Il Design Museum di Londra gli ha recentemente dedicato una retrospettiva, in occasione della quale Thames & Husdson ha pubblicato una sua autobiografia intitolata The Man with Kaleidoscope Eyes, da un verso di Lucy in the Sky with Diamonds: un libro divertente, con una miriade d’immagini folgoranti e testi pieni di aneddoti assurdi. Come quello in cui Aldridge racconta della gara di disegno che intraprese con Salvador Dalì nella sala d’attesa di un aeroporto, conclusasi con l’abbraccio del grande vecchio spagnolo al giovane capellone inglese che era riuscito a metterlo in difficoltà. E quando vinci contro il re degli strambi, qualcosa vorrà pur dire, no?

(01/4)