SCIMMIE

words and illustrations by Michele Manfellotto

HEAVEN IS KNOWING WHO YOU ARE

La vecchia rubrica Cocoon raccoglieva storie dalla città di Roma, raccontate attraverso il filtro della musica. Nessuna sociologia dell’underground, e non era giornalismo. Abbiamo visto che i personaggi coinvolti erano stati spinti, da quella passione, a cambiare taglio di capelli, a volte anche nome. Abbiamo quindi capito che la musica non c’entrava: era una scusa, l’influenza numero uno sulla formazione della loro identità, con tutte le mitologie e i fraintendimenti di un’epoca più ingenua, analogica. Questo ha spinto anche Cocoon a cambiare nome, d’ora in poi si farà chiamare Scimmie.

PARTE UNO

Ma fate bene, meglio Scimmie.
Cocoon, c’è quell’etichetta techno.
Pure un amico mio si era aperto un solarium a Labaro che si chiamava così.
Per il film dei vecchi che trovano la piscina con gli alieni ibernati e quando si buttano ringiovaniscono. Alla fine vanno nello spazio, dove sono giovani per sempre.
Restava solo quello che gli era morta la moglie.
Ma è come la storia mia.
Da pischello c’hai il campetto. Poi la comitiva, il baretto. E per alcuni le canne, e per alcuni lo stadio. Le pischelle.
Soprattutto senti la musica. Da più grandicello vai a ballare le cazzate di moda.
Il gusto tuo cresce con te, a tredici, quattordici anni.
Quando io avevo quell’età, a Roma c’erano i centri sociali. Tanti.
Sono nato nel ’76 a Primavalle, la Montagna del sapone.
Famiglia umile normale con noi tre fratelli, io il più piccolo. Peppe, quello grosso, si faceva.
Mi ricordo quando hanno buttato giù i dormitori per fare le case nuove al Quartaccio e al Bronx. Quasi niente autobus, veramente neorealista.
Era proprio terra di nessuno, e le pere se le facevano tutti.
Nel ’90 hanno fatto la Iervolino-Vassalli, che puniva il consumo. Sai quanti si sono ammazzati in carcere, bevuti con due canne.
Peppe l’ha lisciata di poco. È andato in comunità e c’è rimasto. Lavora coi tossici, come tanti che se escono non sanno che cazzo fare perché ormai conoscono solo quello.
L’altro mio fratello, Massimo, faceva politica. Per me, l’equivalente della scuola che non ho fatto o fatto a cazzo di cane.
I miei facevano il possibile, ma erano ignoranti. Massimo con i compagni si era fatto una cultura. Faceva i comunicati, i volantini.
Io sbirciavo e non ci potevo capire un cazzo, ma intuivo che c’era tutto un mondo, una passione.
Ero affascinato. E dalle cose dell’altro mio fratello, uguale.
È capitato che da piccolo mi doveva tenere lui. Mi portava nei posti dove aveva i movimenti suoi, in motorino. Pochi chilometri, ma era come la circumnavigazione del globo.
Monte Mario era un po’ un mondo a parte, e ai tempi poteva vantare le sue belle situazioni.
La città era lontana. Perciò Primavalle, Torrevecchia, Montespaccato, di nuovo Primavalle. Chi a Balduina, altri a Valle Aurelia, dove ancora c’erano i mostri.
Andavi al Corso il sabato, domenica allo stadio.
Ma lunedì ancora Primavalle, Monte Mario e via discorrendo.
Una volta Peppe mi porta a piazza Guadalupe e io vedo questa comitiva. Grossi, con le moto, trenta bestie, tipo presidio. C’era pure un gruppetto di negri, i primi negri che ho mai visto, perché là c’erano i brasiliani.
Ero pischelletto, ma i posti di Peppe li sapevo, nel quartiere, e pure i personaggi.
A scuola facevano, Non andare lì che ci stanno le siringhe, Attento che i drogati ti levano la bici.
E io, Ma li conosco.
Però erano luoghi oscuri. Lo schifo, la merda, gli zombi.
Vedo questa comitiva, invece, e mi fa un’impressione tutta diversa. Un bel ricordo, forse perché era una bella giornata.
Stavano a casa loro. La gioia della strada, un’immagine di libertà che non mi ha lasciato mai. Conta ancora, quel ricordo, nella prospettiva da cui nel mio piccolo guardo a tutte le cose della vita.
La gente butta il sangue al lavoro per comprarsi le cazzate, si incravatta per le rate del Mercedes, poi fanno il botto e continuano a pagare una macchina che manco c’hanno più.
Prima le cose avevano un valore fisico. Basilare, più immediato. Tutti c’avevano di meno, tante meno cazzate.
La musica non me la compravo. Sentivo i dischi dei miei fratelli.
Peppe c’aveva i Genesis, i Pink Floyd.
Massimo sentiva solo i Velvet Underground.
C’aveva un’idea tutta sua. Gli faceva schifo tutto, gli unici originali per lui erano i Velvet.
Sentiva Heroin mentre si faceva un cannone e Peppe lo pigliava per il culo, Lo vedi che ti piace pure a te?
Ha scoperto i Sonic Youth prima di tutti. Si era ritagliato un articolo da una rivista e se l’era appiccicato sul cappello col Super Attak. Girava con la pecetta, Sonic Youth, e gli amici lo pigliavano per il culo ferocemente, ma a lui non gliene fregava un cazzo.
Nello stesso periodo ha portato a casa una cassetta dei Public Enemy. Se la sentiva in continuazione.
Quel campione di tromba distorto, deve essere Don’t Believe The Hype, che è diventato un classico, quel campione mi ha colpito moltissimo.
Non mi piaceva. Ma mi ipnotizzava, non potevo levarmelo dalla testa.
Il rap. Una scoperta del tutto accidentale.
Stavo in seconda media, steccato, volevo una cosa massimale. Mi sentivo un po’ di metallo, ma senza convinzione.
A scuola mia c’era chi seguiva Jovanotti, Deejay Television. Mio fratello, rivoluzionario, terrorista più di tutti, la odiava, quella roba, ma si esaltava quando vedeva il video di LL Cool J. Il ghetto, le sirene delle guardie. E lo scratch, il primo che ho visto in vita mia.
Uno, in classe mia, aveva lo stereo a doppia piastra, e io passavo pomeriggi interi da lui a mixare cassette su cassette, con gli scratch isolati dagli altri pezzi e riciclati come cut tra una traccia e l’altra. Primitivo proprio.
Me li chiedevano a scuola, Fammi una cassetta. Tipo mixtape rudimentali.
Run DMC, Derek B, Beastie Boys, che mi piacevano perché c’avevano le chitarre.
Mi faceva schifo la roba elettro e più di tutto odiavo Pump Up The Volume.
Stranamente, perché anni dopo sono andato in fissa con quella e con la techno.
Poi ho avuto i piatti e un mixerino a due canali coi cosi così tosti che per farli andare ci mettevo lo Svitol.
Mixavo tutto, i Genesis di Peppe in primis. Mi facevano schifo una cifra e mi ci allenavo a scratchare.
Tanto Peppe stava incastrato. Andava a rubare, rubava a casa. La trafila classica del tossico.
Nel quartiere si sapeva. Mio padre si vergognava, ma non l’ha rinnegato mai, metteva da parte i soldi per mandarlo in comunità. Sempre che lui non glieli faceva sparire prima.
Mio fratello Massimo era più incazzato di tutti.
Il quartiere mio era il deserto, e non sbaglia chi dice che la roba ha decimato una generazione.
I compagni erano i più esposti. Magari facevi un volantinaggio contro l’eroina e ti mettevi contro chi c’aveva la piazza, con il rischio che poi ti sgobbavano sotto casa senza tanti complimenti.
Massimo non ci credeva, alla comunità. Diceva che era un sistema repressivo, e a ragione. Stava avvelenato con Peppe, che si faceva, e con mio padre, che faceva mille sacrifici per mandarcelo.
Non stava a casa quasi mai, andava coi compagni.
Io ero malato, in fissa per sempre con la musica.
Mi sentivo tutto, pure tanta monnezza che c’avevo perché me la copiavano gli amici.
Voglio citare zozzerie come Big Audio Dynamite, giustamente dimenticati, o Terence Trent D’Arby, che viceversa ho rivalutato dopo averlo rinnegato per anni.
Trovare i dischi era difficile e costoso.
C’era Goody Music al centro, caro arrabbiato. E arrivarci dopo un’ora di autobus per trovare quelli che si compravano coi soldi di papà i dischi che volevo io mi faceva rodere il culo. Perché i Public Enemy li mettevano pure al Veleno, alle discoteche dei pariolini.
Se no Porta Portese e tante, tante cassette.
Io volevo la musica e stavo con quelli che ce l’avevano. Una specie di vita parallela, per il resto ero normale.
I vandalismi, i motorini, le prime canne, quelle che ti fanno stare più sconvolto, o la pischella più scafata. Facevo le cose che facevano tutti.
La zona mia aveva una radice proletaria profonda, dunque altri stili, altra musica.
Ancora ci stavano i tozzi, con i 501 calati per far vedere la cinta del Charro comprata al Corso.
I pantaloni larghi, io ce li ho sempre avuti per quello. Perché andavano di moda.
O il bomberino, l’unica chance se non avevi i soldi per farti lo Schott o il Moncler.
Sottolineo che è tuttora il solo giacchetto che c’ho.
Potevo avere problemi per mio fratello, comunista rinomato: non era il caso di marcare zecca. Al massimo mi mettevo il cappello con la visiera, come tanti.
Mio fratello Massimo, uguale. A parte qualche stravaganza sua che ho detto, si vestiva normale.
Amici suoi assurdi ne ho visti una sequela. Perché la gente era di meno, più amalgamata, e i punk stavano con quello della posse che stava con quello che era compagno e basta.
Andavano tutti negli stessi posti. I centri sociali, che a Roma erano più di trenta.
Sono andato alle superiori e già avevo sentito Onda Rossa Posse al Forte con la piazza d’armi piena.
Con la prima guerra del Golfo, hanno fatto Baghdad 1.9.9.1. Pigliavano per il culo Cocciolone, il pupazzo che avevano catturato gli iracheni. Una ficata.
Sono venute fuori mille posse, facevano schifo quasi tutte.
Era la musica che girava tra i compagni, che non si distingueva tanto per generi, perché veniva prima il contenuto.
A Primavalle c’era il Break Out. Tanti concerti hardcore, dopo anche rap. In breve è venuta questa moda parecchio americana.
Venivano certi acchittati tipo Colors, e questa cosa ha raggiunto proprio dei livelli comici.
Ma pure tanta gente ottima. Anche se io stavo appizzato, mentre questi stavano con duemila piercing, capelli tinti, certi coi dread.
Che cazzo ci vuole a vestirsi così se poi la notte te ne torni alla bella casa tua al centro? Perché tanti, specie quelli hardcore, erano Virgilio, Mamiani, Tasso, le scuole bene di Roma.
Massimo li massacrava, ci provava gusto proprio. Si accaniva perché erano vegetariani, per lui era indicativo e rivelatore di quanto erano coglioni.
Diceva, Se vedo un pulcino io lo schiaccio.
Questi, tutti mezzi animalisti, si sentivano provocati.
E lui, Perché lo schiaccio? Perché lo posso fare.
Io avevo capito la mentalità dei punk e mi piaceva lo spontaneismo. Il centro sociale attirava vari elementi, e tanti che facevano l’artistico facevano i graffiti. Perciò io pure mi sono messo a taggare, e c’avevo il tag mio che era Raudi.
Mi richiamavo a questo atteggiamento sperimentale del vandalismo.
Da pischelletto fai gli esperimenti, coi raudi.
Mettilo nella merda di cane, Metticene dieci, Apriamone cento e facciamoci la bomba carta rudimentale.
Da più grosso fai i graffiti, il gruppo punk, la techno.
Mica potevo stare nel gregge, io.
Non potevo dire, Divento skin, come tanti. Boccia, Fred Perry, bretelle: mutati dall’oggi al domani. Sapevo la mia natura, da sempre cane sciolto, le mie influenze.
C’era la moda di essere fasci. Preparavano il terreno per Fini sindaco e allora tutti, Duce! Duce!
Il branco, il mito della forza e tanto, tanto odio di classe, perché spesso quelli di sinistra erano quelli che c’avevano i soldi.
A Roma nord, una risposta a questo è stata la techno, autoproduzioni tipo Hard Raptus, un’esperienza originale, radicata nella realtà della situazione nostra.
A livello internazionale c’era ancora la differenza tra chi faceva il video per Mtv e chi no. Non era la musica in sé che era alternativa, era alternativo il modo di sentirla.
In questo senso un posto come l’Auditorium lo devono bruciare. Non fumi, ti senti il concerto da seduto, tutti zitti, tutto uguale a tutto.
Massimo stesso, mio fratello, era andato in fissa con la techno. E più che con la musica era andato in fissa con il fenomeno. I rave.
Diceva che la techno era il nuovo punk. Te la facevi da solo, e in più aggregava i pischelli.
Pure il punk a livello musicale gli aveva sempre fatto schifo. Ma era fatto così, con questo bisogno suo di una visione sempre nuova.
Aveva un po’ cambiato giro. Antropologia, sociologia, computer, hackeraggi. Tutte altre cose di cui non gli era mai fregato un beneamato cazzo.
Una sera esce con questi e fanno il botto.
Hanno detto che è morto subito. Proprio lui, che diceva sempre che a morire sul colpo sono buoni tutti.
I miei sono impazziti, usciti di senno proprio.
Peppe, l’altro mio fratello, si è fatto vedere. Appena ha potuto se n’è scappato in comunità un’altra volta.
A me, a casa mi trattavano come un sopravvissuto.
Ho passato un anno in giro, zingaro, ai rave e per case di amici.
1994. Anno di merda, perché mi hanno pure bevuto, appena fatti diciotto anni.
Tutto nero, negativo. Troppe sostanze, stavo diventando paranoico. Ma non me ne accorgevo.
Una volta vado a fare una cosa da una parte. Ero stato a ballare fino alle sette di mattina e l’amico mio mi fa, Ma come stai? Non si fanno le cose con questa faccia.
Normale. Le pasticche erano come la roba per i più grossi, a livello generazionale. E noi cavie, perché magari a quarant’anni ci viene a tutti il parkinson.
Stavo a mille, sempre. E il mondo lento, distante. Un periodo rarefatto.
Questa cosa di Massimo mi aveva lasciato freddo. O almeno io pensavo così.
Quello che guidava era vivo. Uno di sociologia, avevano detto, ma io non l’avevo visto mai.
Una sera, al Forte, mi viene sotto questo. Zoppo, ma sembrava solo che stava fatto una cifra, con due occhi così.
Ok, si è capito. Era lui.
Mi fa, Sei il fratello di Massimetto, e di seguito un mezzo dramma.
Mi faceva vedere questa cicatrice che c’aveva sulla faccia, C’ho lo zigomo ricostruito al titanio.
L’uomo da sei milioni di dollari. Il senso di colpa se lo mangiava vivo.
Gli ho detto, Sì, sì. Tranquillo.
Il giorno dopo odiavo tutti. Tutto ancora più nero, più negativo.
Andavo ai rave e basta. Volevo il rumore, il caos.
Fino all’apice, quando sono cascato per una cazzata.
Non ho problemi a dirlo. I miei debiti con la giustizia italiana sfortunatamente li ho estinti tutti.
Col senno del poi, pure una mezza mano santa. Non ho fatto più il coglione, dopo che mi sono bruciato la condizionale.
Una denuncia per occupazione, anni dopo, ma mi hanno assolto. Una cosa completamente diversa.
Pure da scoppiato, io sono andato sempre a lavorare. Consegne, facchino, barista. Ho fatto il bibitaro allo stadio. E le cose mie me le facevo pure gratis.
Mi ero messo da parte qualche soldino.
La smaltita mi aveva ridimensionato. Mi sono fatto il campionatore, un Akai che costava un pacco di soldi, e mi sono rimesso a suonare.
Ma era un altro clima. Si avvicinava il 2000 e io ero convinto che finiva il mondo. Ci credevo proprio.
La fine del millennio, il marchio della bestia sulla fronte dell’agnello. A una certa volevo fare questo pezzo, La sindrome, un po’ metal, un po’ horror, tipo Ganksta N-I-P.
Un fermento generale brutto, situazioni in decadenza. Palchi in centri sociali che mutavano in locali con le luci blu, emotivamente freddo dentro, e questa cosa che ti opprimeva, l’ombra del futuro.
Il futuro che poi era solo oggi, che viviamo.
L’atmosfera influenzava la musica che sentivo e quella che suonavo.
Tutta una incursione mia nel dub, mentre i sound system di Roma da sempre erano più roots e dancehall, e tanto rap mai più eguagliato. Tanti lavori da autodidatti: dischi paranoici, dischi drammatici.
Ero ossessionato dalle figure del potere, dell’autorità. Vedevo le guardie ovunque.
Volevo essere senza volto, suonare una musica inquietante. Volevo mostrare il mio lato oscuro.
Avevo capito le potenzialità dello studio come strumento e pensavo a registrare. Ma non per forza a fare un disco.
Da lì a poco è uscito Rebirth, che vuol dire che hai dei sintetizzatori, oltre al meglio programma che esiste per fare la techno.
L’evoluzione fino al concepimento di un demo è dovuta all’incontro mio con un personaggio di spessore.
Marco Pio, underground mc di punta, prematuramente scomparso ancora sconosciuto.
La sua storia, e la musica che abbiamo fatto, è come una parabola del Millennio.
Una volta stavo con uno che aveva preso una mezza sòla e voleva chiarire questa cosa.
Andiamo dove stavano in comitiva i personaggi e c’è un mezzo tafferuglio, ma tra altri.
E là si distingue questo, pischello quanto me, ma cento chili e passa, che dava proprio gli ordini a certi grossi, di trenta, quarant’anni.
Marco Pio. Marco Pio nel posto.
Per cui, Te non hai mai contato un cazzo, Quando ti pare, eccetera, ma finisce a tarallucci e vino, tutta la cerimonia dei coatti che fanno pace.
Marco mi fa, Questi si pensano che sono i Guerrieri della notte. Ti piacciono, a te, i Guerrieri della notte?
È uscita la cosa del rap. Lui prima si chiamava Macro P, poi l’ha cambiato con Prince Of Persia, dopo solo P.O.P. che era più pappone.
I Guerrieri della notte. L’avevo visto. Come tutti, stavo in fissa con quelli con le divise e le mazze da baseball. Al massimo potevo pensare che il quartiere loro era triste come certi posti della borgata mia.
Marco stava in fissa con quello che voleva unire tutte le bande in una sola: Io dico che il futuro è nostro se voi riuscite a contarvi!
Il film era come un remake metropolitano di un libro greco antico che c’aveva lui, ora il titolo non me lo ricordo.
Era la storia di questo principe persiano che voleva prendersi il regno levandolo al fratello.
Moriva, solo che i suoi soldati, fomentati persi, arrivavano quasi a prendersi tutto.
Finiva male, come il film, perché, morto il capo, se ne tornavano tutti a casa loro.
Perciò il suo nome di battaglia era Prince Of Persia. Ma questo l’aveva scippato a un giochetto del computer che c’aveva. Il film finiva male, lui il giochetto invece lo finiva.
Trip mentali, tutta la mitologia personale sua, che poi metteva nelle rime.


(continua sul prossimo numero)

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