IL RITORNO DEI DISSIDENTI

Gianni Avella

La No Wave

Aleggiava nell’aria ma nessuno osava avvicinarsi. La si ascoltava, nascosta e tra le righe, eppure se ne subiva la mancanza. Stiamo parlando di No-New York, la compilation-manifesto che fu sinonimo di No-Wave. Oggi, grazie alla ristampa della Lilith, l’oggetto del desiderio torna a materializzarsi. Quale buona occasione per tracciare un’adeguata sintesi di quel (no) movimento che, per un breve ma intenso periodo, fece del punk materia da educande e relegò la new wave in un angolo ad interrogarsi. Tenetevi forte e…contort yourself.

Tutto ebbe inizio un imprecisato giorno del 1978: Brian Eno, all’epoca presente in molte delle produzioni più importanti del periodo (vedi la trilogia berlinese di David Bowie, il debutto dei Devo e la collaborazione coi Talking Heads), si imbattè, tra una pausa e l’altra da Byrne & compagni, nell’Artist Space di Soho, sede di una serie di concerti benefici presidiati dai nuovi nomi della scena off locale. Le performance furono teatro della follia omicida di Contortions, DNA, Mars e Teenage Jesus & The Jerks, una comune di inquietanti reietti disadattati il cui unico fine era quello di capovolgere la tradizione, graffiarla, sventrarla per poi lasciarla marcire ai bordi dell’inferno: il versante più malato ed iconoclasta del jazz e del funk (Albert Ayler ed Ornette Coleman da un lato, James Brown dall’altro), le avanguardie intellettuali, il no-sense da teatro dell’assurdo ed estremizzazioni ancor più esasperate dei “tre-accordi-tre” tipici del punk. Una sorta di alieni nella città di Patti Smith, Television e Talking Heads.
Lo shock è forte: Eno vuole immortalare tutta la follia assistita su disco. Gli interessati vengono convocati in studio per riprodurre quel delirio. Il parto prende il nome di No New York (Antilles Records), compilazione suddivisa in quattro episodi per ognuno dei gruppi coinvolti: ad aprire le danze i Contortions del sassofonista James Siegfried (in arte Chance, ma anche White ed ancora Black). Partito come pianista (fallito, giacchè venne espulso dal conservatorio…), il nostro si convertì presto ai piaceri free-jazz di Albert Ayler ed al funk animalesco del grande James Brown. La sua creatura Contortions era l’unica emanazione possibile all’isteria del Pop Group, ma mentre il combo di Mark Stewart trafficava col dub, James destrutturava il funk di mastro Brown, violentandolo con schegge spastiche di sax eretico.
Capitanati dalla carismatica Lydia Lunch, i Teenage Jesus & The Jerks alternavano tirate escursioni proto-noise di appena trenta secondi a nenie perverse dove si ergeva, assoluta protagonista, la carica sessuale di Lydia e delle sue psicolabili movenze da felina ferita. Forse i meno fortunati del lotto, i Mars del chitarrista Summer Crane e del cantante (e Corno, all’occorrenza) Mark Cunningham erano l’anti-tonalità fatta musica: cantato che spesso si scioglieva in urla disgraziate ed un tappeto sonoro che prendeva l’avanguardia più radicale su per il collo per poi giocarsela come farebbe il più efferato dei serial killer. I DNA del brasiliano Arto Lindsay, invece, erano la quintessenza della cacofonia: “musicisti” inetti che neanche sapevano accordare gli strumenti, la compagine (che vedeva tra le proprie fila la futura star dell’underground New York-ese Ikue Mori ed il fondatore dei Dark Day Robin Crutchfield) era la prova vivente che il “non saper suonare” equivale a stato di grazia.
Da quel fatidico giorno del 1978 venne coniata la definizione di No-Wave che -così come la New Wave incorporava tutto ciò non etichettabile come punk- battezzò definitivamente quella mandria indefinibile di assassini falliti.
I protagonisti dello storico album hanno poi proseguito le rispettive carriere con esiti spesso eccelsi e nel peggiore dei casi discreti: i Contortions (accasatisi poi alla label No Wave per antonomasia:la Ze), dopo l’eccezionale ed unico album della loro carriera, Buy, lasceranno la ribalta al solo Chance, dapprima nell’ottimo Off White (con una strabiliante versione “smussata” di Contort Yourself) per poi campare tra dischi del tutto opinabili che comunque non intaccheranno il mito. Ben diversa la carriera della felina Lydia Lunch: dopo i Teenage, darà vita ad interessanti progetti come Eight Eyed Spy e Harry Crews, destreggiandosi in una carriera solista che va dal jazz al blues, dall’avanguardia alla dance. Stringe legami con personalità dell’underground quali Sonic Youth e Birthday Party e si scopre indovinata scrittrice in Fifty One Page Plays (con Nick Cave) e Adulteres Anonymus (insieme ad Eugene Cervenka degli X). I DNA, dopo l’abbandono di Crutchfield, incideranno l’Ep A Taste Of per poi dissolversi in due tronconi: da un lato la carriera di Lindsay che, passando dai Lounge Lizard agli Ambitious Lovers, riabbraccerà le proprie radici bossa; dall’altro quella della Mori, presto eletta icona della scena avant locale. I Mars, successivamente titolari di un Ep e di un eccellente album in compagnia di Arto Lindsay ed Ikue Mori, graviteranno, per sempre oscuri, nel limbo degli incompresi.
Questi, quindi, i protagonisti di quella fervida quanto breve stagione. Un profetico ed essenziale avvertimento che ancora oggi, dopo quasi trent’anni, ci ricorda come nella musica, proprio quando sembra tutto scritto, lo scontato non esiste: basta solo guardare dove gli altri non osano…