IL MURO E IL PONTE

Francesco M. Russo

Faith Akin

All’indomani della Berlinale 2004 Gabriele Salvatores, membro della giuria, disse più o meno che, siccome a quell’edizione del festival non erano stati presentati autentici capolavori, si era scelto di “valorizzare i film che avevano bisogno d’aiuto”. L’Orso d’oro andò a “La Sposa Turca”, quinto lungometraggio di Fatih Akin, turco di seconda generazione, tra i più vitali talenti del cinema tedesco moderno. Il fatto che questa pellicola in realtà capolavoro lo sia davvero lo tengo per me, ma se a spingere i giurati di Berlino a premiare un film di simile potenza ha davvero contribuito quel senso di carità penosa che spinge certi addetti ai lavori a schierarsi dalla parte di quelle opere che, anche solo alla lontana, puzzano di terzomondismo ai loro nasi appannati… Beh, Akin ha tutta la mia comprensione quando, con la stessa genuina rabbia che erutta dai suoi lavori, ribadisce all’interlocutore che il suo “non è cinema d’emigrazione”. “Quella è una vecchia categoria - ha detto ai microfoni della rivista turca “Roll” - non giro film turchi, tedeschi, d’emigrazione, faccio film, io faccio cinema”. E nella sua accezione primaria. Personaggi, storie, carne, sangue. Il suo lungometraggio d’esordio “Kurz und schmerlzlos”, Pardo di bronzo a Locarno nel ‘97 (“Short sharp shock” sul mercato anglofono), racconta le vite intrecciate di tre immigrati tedeschi ad Amburgo. Un serbo, un greco e un turco. Il primo passa la leva del jet-set mafioso locale, il secondo cerca di stargli dietro, ma il ruolo di microcriminale non gli calza bene. Il terzo, intuendo l’imminente deflagrare della tragedia, cerca di evitarla facendo appello a un’amicizia da cui un mondo troppo duro li ha distratti. Che i tre non siano oriundi di Germania non ha nulla a che vedere col cuore del film, Akin se ne sbatte dei risvolti identitari del caso, il suo, in fondo, è cinema di genere. Gli interessa la narrazione in sé per sé, il ritmo, modellare i protagonisti il più vigorosamente possibile, far soffrire lo spettatore per loro e con loro. Quei budelli periferici sporchi e bui stanno in qualsiasi città, potrebbe essere Lisbona come Cracovia. E forse qua sta il senso di un film etnicamente corale. Magari possiamo parlare di “global cinema”, se ci teniamo. Così come non è un vero viaggio quello raccontato nel road movie “Im July”. Daniel, un insignificante professore di fisica si sentirà a casa, completo e felice, solo alla fine della tormentata odissea che lo ha condotto ad Istanbul attraverso tutta l’Europa dell’Est. Durante il percorso è stato sedotto, picchiato, derubato e arrestato. “Im Juli” sposta il peso sul versante della commedia, ma quell’equilibrio, a volte miracoloso, tra tinte forti e levità che caratterizza il cinema di Akin persiste. La vita è un vagabondaggio trascorso a recuperare pezzi di sé stessi, sembra volerci dire il regista, più lontano vai in giro, più se ne trovano. Ma tocca raccoglierli da terra. E ci si sporca. “Solino”, del 2002, solo incidentalmente parla di una famiglia italiana che apre un ristorante nel cuore operaio tedesco della Ruhr. Il motore del film è il conflitto tra i due fratelli, innamorati della stessa donna. Che siano emigranti italiani non interessa, sempre di vita si tratta. Forse due così Akin li avrà visti scontrarsi, nel confronto finale e risolutivo, in un bar amburghese dove era andato ad ubriacarsi in solitudine. L’idea base de “La sposa turca” gli venne infatti dal vissuto, nessuna stronza ambizione sociologica. “Una volta avevo una ragazza turca - racconta Fatih - una tipa alla mano, che mi propose un matrimonio di comodo, le dissi di no ma l’idea non mi abbandonò mai, pensavo non sarebbe stato male come soggetto; la prima versione che scrissi, nel 2003, era una commedia, alla fine il punto di partenza è da classica commedia degli equivoci”. Poi Akin cambiò idea, e il plot iniziale si trasformò in una terribile storia d’amore. “Un amore distruttivo, che ha a che fare con la morte, vista come metamorfosi, è un film che parla del diavolo, il lato oscuro dell’amore può spingerci verso l’autodistruzione più assoluta”. Il titolo originale è “Gegen die Wand”, Contro il muro. Un muro come quello dove Cahit va a schiantarsi con l’auto all’inizio del film, il sorriso sulle labbra e “I feel you” dei Depeche Mode in sottofondo, a galvanizzare il suo tentato suicidio. Portato in clinica, vi incontra Sibel. Lei aveva cercato di tagliarsi le vene, più banalmente. Non ci era riuscita, aveva passato la lama orizzontalmente. Perché le vene si aprono in senso longitudinale, seguendone la linea, gli spiega Cahit con aria spazientita. Lei cambia discorso. “Hey, sei turco! Mi vuoi sposare?”. Un matrimonio che permetterebbe a Sibel di emanciparsi da una famiglia troppo conservatrice per la sua fame di sensazioni. Cahit accetta, tanto è solo sulla carta, si convive, poi ognuno per sé e per i suoi demoni. Finché non entra in gioco il Diavolo di cui sopra, e Cahit si innamora della sua moglie fasulla, che inizialmente sembra ricambiare. Ma l’empatia reciproca è molto minore di quella che sembrava aver benedetto il loro primo incontro. Lui si è stancato di affondare e crede di aver trovato l’appiglio per risalire la china, lei non conosce altra strada che la caduta libera. Un divario che innesca una spirale, appunto, autodistruttiva che avrà conseguenze tragiche per entrambi. Sibel (Kekilli, si chiama così anche nella vita reale), incontrata per caso da Akin in un supermercato di Colonia, fa tenerezza con il suo ingenuo, disperato edonismo. E ha un derriére tra i più sontuosi visti recentemente sul grande schermo, se mi è concesso. Cahit ha invece la ghigna devastata di Birol Unel, una specie di Klaus Kinski suburbano che catturò l’attenzione del regista proprio per la sua carica autodistruttiva. A entrare nel personaggio ci ha messo tanto solo negli sprazzi di rinsavimento, parebbe. Non so se Unel nella vita fosse davvero solito raccattare da terra bicchieri semivuoti di birra irrancidita abbandonati da chissà chi. Ma se sul serio ha smesso di bere attaccandosi ai bottiglioni di acqua minerale voglio provare anch’io. “Rimasi totalmente avvinto da lui - raccontò Akin - come quando si rimane incantati da personaggi come Kurt Cobain o James Dean, così brillanti e pieni di talento da non tenere a niente, nella vita”. Anche se più che al grunge l’immaginario musicale evocato è quello della darkwave britannica. Nello squallido tugurio dove vive Cahit spicca un poster di Siouxsie attaccato alla porta, la parrucchiera a cui dedica occasionali amplessi ha un look da batcave anni ’80 e nella colonna sonora si sentono i Sisters Of Mercy e i Birthday Party. Un filo rosso che in qualche modo si spiega anche nel nuovo “Crossing the bridge”, un documentario sulla scena musicale turca presentato fuori concorso all’ultimo festival di Cannes. E’ infatti Alexander Hacke, bassista degli Einsturzende Neubauten, il Virgilio che ci conduce per le strade di Istanbul. Davanti alla cinepresa si alternano i popolarissimi grunge rockers Duman e l’ultraottantenne Muzeyenn Senar, mostro sacro della musica classica d’Anatolia, il reuccio del circuito rap locale Ceza e la stella della canzone curda Aynur. “I fascisti dicono che la Turchia è tutto un muro – ha detto Akin – invece è un mosaico”. Ora tocca sapere se e quando potremo godere delle sue tessere sugli schermi della penisola.

(01/2)