UNA STORIA PUNK

Giordano Simoncini

Carlo Cannella è un protagonista storico del punk marchigiano. E qui arrivano per direttissima le prime due specifiche: • protagonista storico: per quanto un front man “vecchia guardia” di una storia punk possa esserlo, e per quanto il punk possa effettivamente costituirsi come storia; e poi, ancora, • punk marchigiano: sì, ce n’è stato ed in misura minore ce n’è ancora. Anche se suona inaudito. Carlo Cannella, per chi c’era già o ha fatto in tempo ad arrivarci, è stato il cantante degli Affluente, quelli del miliare settepollici rosa Moltitudine suina (… “non soggetto al cambiamento / pure luce”… chi ne sa, già sa) o di True Sounds of Liberty, senza dubbio uno dei migliori album che il punk hardcore libertario italiano abbia mai prodotto; ed in quanto prima linea degli Affluente, Carlo è stato sostituito a più riprese, per poi tornare e dileguarsi di nuovo, ed essere oggi in procinto di registrare un nuovo full lenght con la band. Ancora prima, però, Carlo Cannella è stato voce e spirito guida degli Stige, quelli di Uniti nell’ abbraccio (1988), lunga durata fondamentale dell’ ultracore italiano della prima ora, divenuto feticcio irresistibile per una pletora di collezionisti senz’ anima; un album che ad ascoltarlo oggi, in questo 2005 suonato&intrappolato tra le fauci dell’ indie-tutto, è ancora miocardite, un sussulto anomalo umido di devastante e tenera gioia. Negli stessi anni degli Stige, Carlo Cannella lavorava in fabbrica e dava benzina alla sua passione, producendo dischi tramite la propria etichetta indipendente, la Goddam Church: se guardi bene, si tratta del logo che c’è dietro People of the Pit, prima compilation internazionale hardcore mai uscita in Italia su vinile, aperta dai due brani di quei Corrupted Morals che ci avrebbero messo davvero poco a diventare Green Day. Lo stesso logo lo trovi anche, per dirne un’ altra, sul celeberrimo Attitudine mentale positiva; se non ne hai mai sentito parlare, ancora una compilazione, ancora pastura per collezionisti famelici. E non ci fermiamo qui, dal momento che, prima ancora degli Stige e della Goddam Church, Carlo Cannella vendeva bibbie porta a porta ed urlava nei Dictatrista. Al tempo, gli anni ’80 erano ancora una cosa nuova, l’ hardcore italiano insegnava furia e stile agli stranieri ed il primo album della band, Preavvisati… ma non premuniti, veniva incensato da Tim Yohannan sulle pagine di Maximum Rock’n’Roll – stenterai a crederci, se non hai sperimentato di persona, ma tra le tracce di una ormai irreperibile compilation datata 1984, a fare la figura migliore erano i Dictatrista, nient’ affatto gli ancora imberbi Faith no More.


Per quanto ciò possa essere probante – di chissà cosa.

Ora Carlo Cannella vive in Olanda. Non un esilio, non tanto la solita solfa della fuga di cervelli – ci mancherebbe; semplicemente, la vicenda di uno che è andato a lavorare all’ estero, come molti, solo che questo qui aveva davvero tante cose da raccontare. È dunque un gran bene che Carlo Cannella, prima di partire, si sia inventato scrittore, per consegnare le proprie storie alla carta dando vita a “La città è quieta…” ombre parlano; un titolo in immediata evidenza reducista, per una storia punk come tante, che però è la sua. Sua e di Ascoli, dei primordi e dei Teleboys, dei primi sporchi e cattivi di una “pulciosa città di provincia che non lasciava spazio a nessun tentativo di riabilitazione”, e di chi ha fatto loro seguito barcamenandosi tra tedio ed emarginazione, alcolismo e vanagloria, isolamento, angoscia e disagio esistenziale.

Ho avuto il privilegio di ricevere una copia del libro; ho ricambiato leggendolo tutto di un fiato e non è stato uno sforzo. La città è quieta… è una frenetica antologia di brevissimi capitoli a tema, un accumulo concitato, vivido ed apocalittico; nulla in comune con le cose di Marco Philopat, che potrebbero pur essere a buon diritto il primo accostamento, non fosse che, effettivamente, sono il più distante. Carlo Cannella non si atteggia ad avanguardista e dubito che avrebbe mai l’ ardire di definirsi -come Philopat - “agitatore culturale” o vaccate simili. Il suo stile non è letterariamente sovversivo, non è anarchico sino al punto, poco utile, di stravolgere completamente sintassi e consecutio; e però, è concettualmente spietato e contenutisticamente violento, nonchè denso di palesi rimandi alle penne dannate degli anni ’60. All’ epica del Virus, alle gesta d’ eroi del primo punk tricolore (tutto nordico), Carlo ha dunque replicato con la commedia tragica della marginalità e con gli sforzi inutili spesi a mantenere ferme band improbabili; per ogni punk milanese, intrigante nella sua decadenza, un alcolizzato che prende a morsi il proprio cane, una personalità borderline che si schianta in devastanti incidenti stradali, non per sfida ma per pura e decerebrata distruzione, ai margini dell’ ultima statale dimenticata in un inutile centro Italia; per ogni live di Wretched ed Indigesti, un teatrino scalcinato nelle peggiori bettole, con il volgo a far da spettatore, un volgo che a reagire male ci mette un attimo. E storie incredibili, come quelle di Shino, come quel prete che è un fan ma ha da ridire sui testi delle canzoni, come lo stesso Carlo che, confuso, si ritrova concorrente in Lascia o Raddoppia?, per rispondere a domande sui nativi americani; e storie nere, anche, orge violente, attacchi di panico e quel ragazzo che si ammazza ascoltando Lasciato solo. La città è quieta… è un libro fastidioso, claustrofobico e massimalista, tragicomico, certe volte annichilente, certe altre addirittura mistico, scritto – dall’ inizio alla fine – bene, e bene davvero.

G: L’ ultimo album degli Affluente era titolato TSOL. I brani, cose come Bandiera Nera, Scelta Uniforme, Approccio Negativo. Ora, il tuo libro si chiama “La città è quieta…”; e la memoria corre nuovamente alla vecchia scuola, ai Peggio Punx. Si tratta di un divertissement analogo? Ti va di spiegare meglio ispirazione e provenienza del titolo – e perché proprio quello?
C: Con il cd degli Affluente era stato un gioco. Niente di preordinato, era venuto fuori un po’ alla volta. Prima di far uscire il disco ne avevamo parlato fra di noi e ci eravamo messi a ridere. Non riuscivamo a smettere, ci sentivamo dei deficienti, più volte siamo stati sul punto di annullare tutto. Io volevo chiamarlo “Benvenuti nel nuovo ordine mondiale”, ma poi un amico ha visto il vecchio progetto, i titoli dei pezzi e ha detto “bello, mi piace” e siccome gli occhi gli scintillavano decidemmo che forse non era così male. Con il libro è stato diverso. Il titolo sintetizza abbastanza bene il tipo di situazione che ho vissuto in una città come Ascoli. Avevo diciott’anni anni proprio nel momento in cui l’indifferentismo travolgeva tutto, le vecchie illusioni e le nuove istanze. Il nulla mi è come crollato addosso, la mediocrità intellettuale mi ha legato e picchiato. A pensarci bene non è cambiato niente, oggi come allora è sempre la stessa storia. La città è come addormentata, si è attorcigliata su se stessa senza un minimo di progettualità. L’annichilimento è generale. Quale altro titolo potevo scegliere? In quest’ottica il fatto che un vecchio disco dei Peggio Punx si intitoli nello stesso modo è quasi un caso.

G: Da ciò che hai narrato di te stesso, l’ impeto di scrivere ti ha sempre accompagnato durante i tuoi lunghi anni di militanza musicale. Ora, dopo tanto tempo (in un frammento dichiari che l’ intenzione di dar vita ad un libro ti invecchia dentro da – almeno – otto anni), le tue storie sono su carta. Vorrei che parlassi un po’ di questo; di Carlo Cannella che si mette a scrivere – e stavolta non sono i testi di una canzone punk hc. Magari anche di Carlo Cannella che ha scritto, e che ora rilegge.
C: Scrivere il testo di una canzone è molto più difficile. Può sembrare un paradosso, ma è così. Quando vuoi esprimere un concetto, utilizzare delle parole, e devi necessariamente adattarli a uno spazio ben delimitato come quello della strofa musicale, diventa tutto molto complicato. A volte devi rinunciare ad essere complesso come vorresti, insomma sei costretto ad essere sloganistico perché non riesci a fare altrimenti. Quando invece hai un foglio bianco a disposizione, e puoi lasciarti andare al flusso di pensieri che in quel momento ti scorre nella mente, e non devi rispettare nessuna regola e nessuna metrica, beh, allora scopri veramente la libertà e la gioia della scrittura. Certo, quello che scrivi può essere più o meno valido, più o meno interessante; ad ogni modo sei completamente te stesso, e lo sai, e ti piace. Carlo Cannella che si mette a scrivere è dunque una persona felice che cerca di stupire in ogni riga, poi magari passa mesi interi a revisionare tutto e si sente rivoltare lo stomaco da centomila dubbi. Carlo Cannella che rilegge, invece, ha la nausea, perché conosce il testo a memoria e non lo sopporta più, prova dolore fisico solo a scorrere le pagine, e di sicuro è ossessionato dal pensiero che avrebbe potuto fare molto ma molto meglio.

G: Dai meandri del sottosuolo musicale a quelli del sottosuolo letterario, muovendo sempre in orizzontale, con una rimarchevole fedeltà, la quale è palesemente l’ altra faccia di un assai pronunciato amor proprio. Il tuo ruolo, nell’ antologia di storie vere de “La città è quieta…”, è costantemente quello del protagonista attivo; accanto a te, poche figure notevoli, quella di Shino, quella di Peppe, magari quella di Michelle – della quale ti infatui, per la quale giungi a desiderare la morte. In questo senso, la storia punk del tuo libro è in realtà un’ autobiografia, per giunta riuscitissima. Volevo però chiederti se è davvero così, se il tuo ruolo nella proliferazione del punk ascolano (marchigiano?) è stato a tal punto determinante – al di là dei margini del racconto.
C: Non credo. O meglio: non mi sono mai preoccupato di queste cose. Il punk, per me, è stata solo un’esigenza personale, un’attitudine da concretizzare nella pratica quotidiana. Non mi è mai passato per la mente, né adesso né mai, di considerarmi un punto di riferimento per qualcosa. Non mi sono mai guardato alle spalle, non so cosa sia successo dietro di me. Se il mio racconto è scritto in prima persona, è solo perché volevo essere più diretto e incisivo nella narrazione. Poi, è vero… in pratica la mia storia punk è un’autobiografia. Può sembrare pretenzioso, arrogante, fuori luogo, ma indubbiamente intorno a me sono successe molte cose in tutti questi anni, ho sentito la voglia di raccontarle e l’ho fatto. Le manie di protagonismo, il mio magnifico me stesso, il centro della scena, queste cose qua, c’entrano poco o niente. Volevo solo raccontare un certo tipo di esperienza. Ralph Waldo Emerson diceva che per riuscire a farlo esistevano tre diverse possibilità: parlare di quella che secondo noi è esperienza, di quella che davvero è esperienza, oppure trovare un modo per raccontare veramente la verità. Ecco, scrivere un’autobiografia significa soprattutto mettersi alla prova in questo senso, trovare un linguaggio e un modo di raccontarsi che sia insieme una valvola di sfogo e una maniera di confrontarsi con gli altri. Al di là della verità, che naturalmente non esiste.

G: Sarebbe bello sentirti dire qualcosa in merito allo stato dei fatti del punk hc della tua terra. Cosa sta accadendo? Cosa consigli di tenere d’ occhio - ammesso che qualcosa ci sia? Più in generale, ti senti a tuo agio nelle vesti di guru (per come appari agli occhi delle nuove generazioni tue conterranee), vesti che tu stesso dichiari di essere ben conscio di portare indosso?
C: Davvero ho detto queste cose? Sto forse diventando pazzo? Scusami se provo a smentire quello che dici, ma davvero sono lontano anni luce dal considerarmi un guru o qualcosa del genere. Chi mi conosce converrà senz’altro con me su questo fatto. E’ vero, negli ultimi anni mi è capitato a volte di sentirmi al centro dell’attenzione, soprattutto da parte di chi nel 1980 non era ancora nato. La curiosità su quel periodo è tanta, un certo revival cresciuto intorno alla ristampa dei vecchi dischi e perché no, ai libri scritti da chi c’era, ha senza dubbio contribuito. Però questo non c’entra niente con la pretesa di essere un guru o vedersi tale, se avvertissi un’esigenza di quel tipo finirei col rinnegare lo spirito dell’epoca, quell’esigenza di rompere le barriere fra chi suonava e chi ascoltava, quella voglia di pacche sulle spalle e di condivisione delle esperienze. Sinceramente non ha niente a che vedere con il modo in cui mi sento veramente. In quanto ai fatti del punk hardcore, beh, sono costretto ad ammettere di essere poco interessato alla scena di oggi. Ascolto ancora i Black Flag, i Circle Jerks e i Minor Threat. Poco altro. Ultimamente mi è capitato fra le mani il demo dei Paloia. E’ un gruppo ascolano, ne parlo anche alla fine del mio libro. Mi sembrano grandi. Anche i Yellow Danger e i Vibratacore promettono bene.

G: “Costretti a sanguinare”, che peraltro citi, ha dato la stura ad un fenomeno, sospingendo altri come te a raccontare la propria sul punk italiano dei tempi andati. Il tuo libro, però, ha una forza assolutamente peculiare, che sta tutta nel contegno narrativo. “La città è quieta…”, infatti, non è un romanzo, e non ha molto dell’ opera animosa di un reducista; è piuttosto un percorso di formazione degenere, in piena tradizione beat. Cosa curiosa, peraltro: che un fondamentalista punk hc racconti la propria vicenda in stile beat generation. A che tipo di libro avevi intenzione di dar vita quando hai iniziato a scrivere? Hai avuto tutto ben chiaro sin dall’ inizio? Sapevi già precisamente che tono avrebbero dovuto assumere le tue pagine?
C: Ho cominciato a scrivere il libro nel 1998. “Costretti a sanguinare” era appena uscito, ma io nemmeno lo sapevo, l’avrei letto solo tre anni dopo. L’idea era più o meno quella, raccontare l’esperienza dei miei anni sul palco. In fin dei conti erano episodi trascurabili, assolutamente marginali nel contesto della mia stessa vita, ero perfettamente cosciente di questo. Eppure non riuscivo a togliermi dalla mente un frammento della “Nausea” di Sartre, là dove in un modo del tutto geniale veniva fuori una splendida riflessione sull’urgenza della scrittura e sul senso delle storie che si raccontano. Sono perfettamente d’accordo. Prese nella loro intima essenza le storie sono tutte banali, perché è banale quello che ci succede nella vita, è banale perfino l’idea di mettere queste cose sulla carta. Poi però succede il miracolo, perché mentre le scrivi quelle storie acquistano uno spessore quasi magico, ogni piccola cosa diventa un fatto straordinario e le pagine si riempiono di eroi primordiali, assolutamente meravigliosi e imperdibili. Per me è stato lo stesso. Di sicuro la mia vita non è stata straordinaria, questo lo so benissimo, ho solo vissuto un periodo che mi è rimasto attaccato sulla pelle e ho provato a raccontarlo. Tutto qui. L’ho fatto nella maniera che mi è più congeniale. Lessi “On the road” a quindici anni, scrissi i miei primi racconti a sedici, ho perseguito un certo modo di scrivere in tutto questo tempo. Prosa spontanea, foga punk, sì, ma nemmeno tanto. Se pensi che ci ho messo otto anni per portare a termine questo libro, allora anche la beat generation è un termine di paragone che non dice tutto. E a ben vedere anche il fondamentalismo punk hc qui c’entra poco. Che mi dici del fatto che la musica che ascolto ininterrottamente e che amo di più da ormai venticinque anni è quella di Nick Drake?

G: Diciamocelo: con qualche telefonata ed un medio budget a disposizione, oggi un libro tramite casa editrice lo può pubblicare chiunque. Tu invece hai deciso di autoprodurre il tuo lavoro, come fosse l’ ennesimo disco; una scelta nobile, in merito alla quale vorrei che dicessi più lungamente qui. Ed ancora, in che modo pensi che “La città è quieta…” possa essere diffuso? Come deve muoversi il lettore che desidera procurarsene una copia?
C: Quella dell’autoproduzione è stata naturalmente una scelta ben precisa. Nemmeno per un istante mi è venuto in mente di proporre il mio testo a un editore. In qualche modo è la prosecuzione di un vecchio discorso che a noi vecchi punk degli anni ’80, non soggetti al cambiamento, piaceva così tanto: l’autogestione della nostra vita e delle nostre attività, la rinuncia alla mercificazione della produzione e dell’ingegno, il rifiuto del copyright. Il libro è dedicato a quelli che ancora credono in queste cose, a chi ancora riesce a sognare e a tener duro. Poi magari succede che ognuno ha i propri compromessi da accettare, e naturalmente lo fa senza nemmeno piangersi troppo addosso. Dopo tutto è giusto così, ognuno ha il diritto di piegarsi ai crudi momenti della vita. Nemmeno io ho la pretesa di essere un “puro”. Nel campo del lavoro ho dovuto abbassare la testa così tante volte che al solo pensarci mi viene la nausea in gola, chissà in quante altre occasioni sarò costretto a farlo. Magari un giorno accetterò perfino le proposte di un editore, chi può dirlo, dipenderà da un mucchio di cose che al momento non riesco nemmeno a immaginare. Non però per questo libro, questo no, queste storie concludono in maniera atipica un percorso iniziato tanto tempo fa, mi piace immaginarle senza lo sfregio di un’etichetta o di un padrone. E’ giusto che sia così, che ci si sbatta per trovarle, che si sorrida alla sorpresa di poter sfogliare il libro in qualche negozio in cui si è entrati per caso, magari a Hellnation a Roma, o da Riot a Milano, o da Rockin’Bones a Parma. Oppure no, forse sarebbe bello ritornare alla vecchia cara lettera di una volta e al pacchetto postale, non trovi? Anzi, ti dirò di più: il libro è praticamente distribuito da me, l’unica maniera sicura per averlo è richiederlo al mio indirizzo e-mail: laramonamour@yahoo.it.

G: Letto il libro, cosa sia stato Carlo Cannella è certamente più chiaro. Inquadriamo però meglio cosa sarai nel prossimo futuro. Uno di quelli che, a scrivere, ci riprova? Uno che continuerà a cantare, le stesse cose sugli stessi ritmi, alla faccia di Tutto? Mi interessano queste cose: come ti vedi nell’ immediato futuro e quali progetti hai intenzione di portare avanti.
C: Ecco, sto già provando a rifare entrambe le cose. Il mio prossimo romanzo sarà ambientato fra il Brasile e l’Italia negli ultimi quarant’anni. Dovrebbe essere pronto entro la fine dell’anno. Poi sto già scrivendo i testi per il prossimo disco degli Affluente e preparandomi alle fatiche fisiche e mentali per un lungo tour europeo di promozione al disco. Insomma avanti tutta, e ne faccio 43…

(01/4)