TOKYO>HELSINKI>TOKYO: A UMMER NOISE

Lenadro Pisano

Helsinki. Fotogrammi sbiaditi.

Di quella fine di agosto trascorsa ad Helsinki rimangono impressi nella celluloide della memoria fotogrammi sbiaditi e consunti, come un vinile crepitante che continua a girare asincrono su un grammofono: la stazione metro di Kaisaniemi e le scale mobili che mi riportano in superficie, il chiosco buio ed accogliente dei vietnamiti, il flusso caldo della folla eiaculato verso l’esterno ed il perdersi circolare nel ventre della città; verde e bianco le tonalità dei pomeriggi trascorsi senza parole, a vagare sondando la corteccia urbana, dal porto alla periferia; poi lo sprofondare notturno nell’ipnosi delle luci di una città pulsante sotto pelle, elettronica, sinaptica.
Ricordo il silenzio, un magnifico ed estatico silenzio, le vie squadrate ed esangui, completamente sgombre di vita ed un organetto triste, lontano, in dissolvenza.

Tokyo>Helsinki.

“La mia attitudine? Beh…Sono una donna abbastanza forte, femminista ed amante della pace. Tutti i miei amici artisti di solito mi chiedono abbastanza scioccati: “com’è possibile che tu riesca a sopravvivere in Finlandia, in una città così piccola come Helsinki?’ Forse in una vita passata sono stata una vichinga anch’io…”
Qualche settimana fa decido di scrivere ad Emi. Voglio chiederle un’intervista via email. “Certo, mandami pure le domande. Sai che ho tanti amici italiani e che mia sorella ama il vostro cinema?”
Non ho mai sentito la sua voce, ma mi sembra di avvertire la sua cadenza un po’ infantile, veloce e spezzata. Non l’ho mai vista sfiorare le corde della sua arpa, ma la immagino così, piccola e sfuggente, su una piattaforma quadrangolare, a piedi nudi, china sugli aggeggi elettronici a saturare gli spazi acustici con raffiche di suoni impazziti.
“Amo l’estetica della vita lenta scandinava, ma qualche volta vivere in Finlandia è noioso. Non riesco ad essere così seria come lo sono i finnici. Quando sono giunta lì, pensavo che fosse un posto esotico, ma alla fine ho capito che sono assolutamente contenta di essere una donna giapponese, ovunque io vada. Io amo Tokyo, davvero. Il cibo, le mode, la scena sonora underground…è fantastica. Dovresti venirci, qualche volta. Se la confronti con Shangai o Pechino, vedrai che solo a Tokyo c’è un atmosfera asiatica/newyorchese: ristoranti migliori, gallerie, locali, tanta gente…”
Non sono mai stato a Tokyo, ma di certo l’ho vagheggiata tante volte, i suoi grattacieli assolati, il cielo metallico, come in un film di Tsukamoto. Fiotti di sguardi fugaci che inondano gli incroci, fissati nel vuoto al di là dei palazzi, e poi al cuore, fin dentro il grande motore silenzioso della città di vetro e d’acciaio.

Emi Maeda da Shibuya.

Emi Maeda da Shibuya, abbacinante quartiere di Tokyo. Qui la sua famiglia gestisce un’attività legata al commercio di strumenti musicali. “L’arpa è uno strumento assai costoso, ma i miei genitori riuscirono ad averne una da un liutaio grazie ad uno sconto. Iniziai a suonarla a diciassette anni circa, attratta com’ero dal sistema meccanico dello strumento. Dopo aver conseguito la laurea al Kunitachi College di Tokyo nel 1996, mi sono trasferita a Londra per studiare con David Watkins alla Guildhall School of Music of Drama. Era il mio insegnante d’arpa e lo rispetto davvero molto. A volte mi diceva: “sei un’artista naturale”. Sono stata davvero fortunata a vivere a Londra in quegli anni. Andavo spesso a ballare drum n’bass nei club. Ho incontrato tra gli altri Goldie, Grooverider, Fabio, Cleveland Watkiss, Talvin Singh…sono tutti miei fratelli, hahaha!!! In ogni caso, mi conoscono bene…”.
Emi inizia a lavorare su due piani differenti: come arpista in grandi orchestre e come musicista sperimentale.
“Tuttavia mi sento più un’arpista ed una musicista d’elettronica che un’artista sperimentale tout court. Ho cominciato a suonare noise anche per dare un pugno in testa al pubblico finlandese...fanculo i fantasmi di Sibelius!”
Giunta ad Helsinki per studiare al dipartimento DocMus della Sibelius Academy, Emi reagisce d’inerzia alla staticità ed all’istituzionalità degli ambienti che frequenta. Odia l’esercizio dello strumento e predilige la dimensione performativa: folgorata da un concerto dei Merzbow nel 2001, oltrepassa definitivamente l’accademismo e decide di investigare territori espressivi noisy ed assolutamente di confine, applicando all’arpa le tecniche elettroniche di manipolazione del suono, includendo in questo processo altri strumenti tradizionali finnici, come il kantele.
All’Avanto Festival 2003 riversa sul pubblico attonito un magma di rumori apocalittici e note d’arpa, proponendo una personalissima reinterpretazione del concetto di catarsi acustica. E’ puro stoicismo rumoristico.
Emi rifugge dal tradizionale ruolo idillico dell’arpa, foriero di incomunicabilità, anelando all’empatia estatica con il pubblico: il suo noise non è nichilismo sonoro, ma l’estenuante costruzione di un’irriverente codice di condivisione gioiosa.
“Felix Kubin apprezza molto le mie performance dal vivo. Parla di ‘melodie noisy d’arpa’ o ‘dolci armonie feedback d’arpa’”.

Tokyo: l’approdo.

“Tra le persone che mi hanno influenzato di più ci sono senza dubbio Yoko Ono e Aiko Miyawaki. La signora Miyawaki è la moglie di Arata Isozaki, uno dei più grandi architetti del mondo. Ho visitato la loro casa la scorsa primavera. E’ stato bellissimo incontrarla. Ma adoro anche Federico Fellini e, tra i compositori, Nino Rota ed Ennio Morricone. Ma non dimenticare Toru Takemitsu: è un grande compositore giapponese!”
Emi elargisce pensieri in disordine: il flusso delle sue parole scorre intenso e diseguale, a tratti brulicante, e non posso fare a meno di ritornare con la mente all’immediatezza iconica dei paesaggi urbani nella fotografia di Osamu Kanemura.
“Ora cercherò di lavorare il più possibile a Tokyo. Lavorerò come scrittrice, dal momento che mi sto dedicando ad un libro che uscirà l’anno prossimo per l’editore Kodansya, e come critica d’arte contemporanea: dev’esserci di più nella vita culturale di una persona, non solo suonare l’arpa in un’orchestra. Mi piacerebbe essere un’autrice ed una produttrice senza limiti. E poi ci sono altre cose: ho una compagnia di pompe funebri da nove anni, sto curando gli interessi di mia sorella, che fa l’attrice professionista in Cina. Inoltre, molto presto firmerò un contratto con un’agenzia giapponese che mi permetterà di scrivere delle composizioni per alcuni programmi televisivi. Sto valutando delle proposte dall’estero per registrare dei lavori in studio, e poi ho in programma dei concerti in Giappone, Europa, Australia…”

A Summer Noise Dream.

“Camminare con la gente in giro per le strade di Tokyo mi fa sentire completamente a mio agio”.
A Shibuya l’onda corporea è travolgente. Perdersi nello sciame che si diparte nelle strade diventa un’esperienza sensoriale panica. E’ pura sublimazione della percettività corporea: semplicemente bodycon. Sinestesia bodycon. Uno squarcio indelebile di estetica nichilista. La folla incolonnata converge negli incroci ordinatamente, per poi inabissarsi nel formichio di luci e schermi fluorescenti, nella massa caotica e sferragliante della luminescenza notturna, nel loop delle architetture modulari.
Alla fine restano le voci e i rumori, barlumi di paesaggi sonori evanescenti, sotterranei. Suoni d’arpa ed elettronici, astrusi, a tratti insostenibili. Le folli tessiture di Emi, gli scenari astratti costruiti nel segno dell’entropia acustica e dell’approccio estetizzante nordico. Rasoiate di estasi gioiosa e frammenti di introspezione esistenziale. Atarassia e brutalità.
Tutto questo trascina via, come un’immagine scontornata, a lungo ripensata, che galleggia alla deriva.
Come una sequenza reiterata impressa nel bulbo oculare, liquida ed ineffabile, mai nata.
Ora sono qui, da un’altra parte.
Stretto nella greve penombra di questa stanza, riesco a vedere.

(01/2)