CASA DE CHIRICO

commented by Stefano Chiodi

Italian version below - Versione in italiano sotto

HERE’S THE REPORT, ALMOST IN REAL TIME, OF OUR VISIT TO THE HOUSE OF GIORGIO DE CHIRICO. STEFANO CHIODI WAS OUR TOUR GUIDE. THESE ARE THE NOTES THAT WE TOOK, ALONG WITH SOME PHOTOGRAPHS.


There’s an irresistible television interview conducted right here in this house; a voice off-screen asks:

“Maestro, what are you doing?”
“I’m painting a sky.”
“What kind of sky?”
“A blue one.”

And I remember another one, in Venice, with de Chirico in a gondola. I believe it’s the most entertaining interview ever done with an artist. The gondola passes in front of San Marco, with de Chirico on board, all bundled up, and the usual off-screen voice asks:

“So Maestro, do you like Venice?”
“No, not at all.”
“Why don’t you like it?”
“I don’t know.”
“But it doesn’t inspire you? Not even a little poetry?”
“No, I don’t read.”

In short, de Chirico seems to have enjoyed himself like mad making fun of generations of interpreters and admirers. In reality, he was an extremely intelligent, lucid and cultured man. And also a self-destructive genius.
He cultivated an image of a painter outside of time and history, creating a myth of himself as a great enemy of modernity. Pretending he can do without, even though he was one of the founding fathers. And yet, despite our attempts to attribute a sense of irony to his words, I have the feeling that, deep down, he really believed it.
The major problem is that at a certain point in his life, de Chirico began to believe he really was Giorgio de Chirico, the pictor optimus, as he had nicknamed himself. He was famous in the early 1920s in Paris, with André Breton who nominated him the tutelary god of Surrealism. But then he started to believe he was the painter destined to redeem modern art from its infernal destiny, and so he began to look for the ancient recipes for colours, oils, veils, Rubens, Delacroix, in short – tradition. If you think about it, it’s an almost inconceivable decision: for fifteen or twenty years he’s among the most acute artists of his time, one of the great revolutionaries, someone who contributes to destroying the idea of a “natural” continuity between painting and the world, equal to Picasso and Duchamp. Then for forty years he writes, does, debates, with the sole aim of demonstrating the absolute flimsiness of the world that he had contributed to build. And at the end, with an amazing contortion, he again begins to paint the same metaphysical paintings from which he had so decidedly wanted to distance himself. There’s something paradoxical, unsettling, which resists our attempts at explanation. So the question is: he was it or he was doing it?


“There’s even a replica of a painting by Courbet: only on the body of the young nymph de Chirico has inserted the face of an older women, his wife Isabella. A real sentimental stunt.”


“There’s almost nothing, apart from a few details and the TV set, which brings to mind the contemporary era. It’s an environment imagined as the faithful copy of a late 19th century bourgeois drawing room updated to the artificial taste of the 1950s. A kind of cocoon, perfect to bury oneself.”


“For me, this house is like a dreary scene. I feel a component of routine, repetition, habit, something similar to neurosis.”


“There’s an idea of mediocre comfort, of taste “in style”. Nothing really of value, at most a little antique. And with the paintings in two rows along the walls, in the end it looks like a pandering show room.”


“The little room, the tiny bed. The poster with the self-portrait. This is really the most surprising room in the entire house. Here you can indeed imagine who painted The Child’s Brain, his enormous solitude.”


“The story of artists’ houses is long. A little like Gustave Moreau’s in Paris, this one seems to have been thought out like an autobiography. It’s the house of someone who turned his back on the modern age and he’s relating to us his fidelity to this idea. Without one understanding if he’s telling the truth or not.”


“I don’t know if it’s a habit of painters to hang lucky charms and amulets behind the easel. What’s more, these are really cheap, even pitiable.”


"Curtains, dust ruffles, settees, panelled ceilings, grandfather clocks, Venetian lacquered chests of drawers, commodes, consoles, silver, bronzes, assorted furniture in all styles: 17th century, Louis XV, Louis XVI… It’s a suspect mise-en-scène, an accumulation of incongruous fragments, just as one sees in the bodies of his archaeological landscapes, invaded and devoured by every kind of ruin."


"This is the end, and also the new beginning. The copying of Metaphysics seems a contradiction in terms, a fake. Or a sign of supreme cynicism, already postmodern in a way: the painter who had disavowed his very self, like a ghost, and laughs inside over our bewilderment. It really is the last enigma."


Thanks to Fondazione Giorgio de Chirico


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Italian Version - Versione in italiano


C’è un’irresistibile intervista televisiva fatta proprio in questa casa; una voce fuori campo chiede:

“Maestro cosa sta facendo?”
“Dipingo un cielo.”
“Un cielo come?”
“Un cielo blu.”

E ne ricordo anche un’altra fatta a Venezia, con de Chirico in gondola. Credo sia l’intervista più divertente mai fatta ad un artista. La gondola passa davanti a San Marco, con de Chirico a bordo, tutto imbacuccato, e la solita voce fuori campo chiede:

“Allora maestro, le piace Venezia?”
”No, per niente.”
“Come mai non le piace?”
“Boh, non so.”
“Ma non le ispira niente? Neanche un po’ di poesia?”
“No, io non leggo.”

Insomma, de Chirico sembra aver goduto come un pazzo a prendere in giro generazioni di interpreti e ammiratori. Era in realtà un uomo estremamente intelligente, lucido, coltissimo. E anche un genio autodistruttivo. Ha coltivato un’immagine di pittore fuori dal tempo e dalla storia, creando una mitologia di se stesso come grande nemico della modernità. Fingendo di poterne star fuori, pur essendone lui uno dei padri fondatori. E tuttavia, nonostante tutti i nostri sforzi di dare alle sue parole un senso ironico, ho la sensazione che in fondo ci credesse davvero. Il grande problema è che a un certo punto della sua vita de Chirico ha cominciato a credere di essere davvero Giorgio de Chirico, il
pictor optimus, come si era autosoprannominato. Nei primi anni venti a Parigi era celebre, con André Breton che lo aveva nominato nume tutelare del Surrealismo. Ma poi ha cominciato a credere di essere il pittore destinato a redimere l’arte moderna dal suo destino infernale, ed ecco che si mette a ritrovare le ricette antiche per i colori, gli olii, le velature, Rubens, Delacroix, la tradizione insomma. Se ci si pensa è una decisione quasi inconcepibile: per quindici o vent’anni è tra gli artisti di punta del suo tempo, uno dei grandi rivoluzionari, qualcuno che contribuisce a distruggere l’idea di una continuità “naturale” tra pittura e mondo, al pari di Picasso e Duchamp. Poi per quarant’anni scrive, fa, polemizza, col solo fine di dimostrare l’assoluta inconsistenza del mondo che aveva contribuito a edificare. E alla fine, con una contorsione stupefacente, ricomincia a dipingere gli stessi quadri metafisici da cui si era voluto distaccare con tanta decisione. Ecco, c’è qualcosa di paradossale, di inquietante, che resiste ai nostri tentativi di spiegazione. La domanda insomma è: c’era o ci faceva?


“C’è persino la replica di un quadro di Courbet: solo che sul corpo della giovane ninfa de Chirico ha innestato il viso di una donna matura, Isabella, sua moglie. Una vera acrobazia sentimentale.”


“Non c’è quasi niente, a parte pochi dettagli e l’apparecchio TV, che richiami l’epoca contemporanea. È un ambiente pensato come la copia fedele di un salotto borghese di fine Ottocento aggiornato al gusto posticcio degli anni cinquanta. Una specie di bozzolo, perfetto per seppellirsi.”


“Questa casa è come una scena grigia. C’è un sentore di routine, di abitudine, di simulazione stantia, qualcosa di nevrotico.”


“C’è un’idea di comfort mediocre, di gusto “in stile”. Nulla davvero di pregio, al massimo piccolo antiquariato. E con i quadri in doppia fila sui muri, alla fine somiglia a uno
show room un po’ ruffiano.”


“La stanzetta, il letto minuscolo. Il poster con l’autoritratto. Questo è davvero l’ambiente più sorprendente di tutta la casa. Ecco, qui si può davvero immaginare chi ha dipinto
Il cervello del bambino, la sua enorme solitudine.”


“Quella delle case d’artista è una storia lunga. Un po’ come quella di Gustave Moreau a Parigi, questa sembra essere stata pensata come un’autobiografia. È la casa di qualcuno che ha voltato le spalle al tempo moderno e ci sta raccontando la sua fedeltà a quest’idea. E non riusciamo a capire se mente o dice la verità.”


“Non so se sia un’abitudine per i pittori appendere portafortuna e amuleti dietro il cavalletto. Questi per di più hanno un’aria dozzinale, un po’ patetica.”


“Tende, mantovane, divanetti, cassettoni, pendole, comò veneziani laccati, cassettoni, ribaltine, consolle, argenti, bronzetti, mobili assortiti in tutti gli stili, Seicento, Luigi XV, Luigi XVI… È una messa in scena sospetta, un’accumulazione di frammenti incongrui, proprio come si vede nei corpi dei suoi archeologi, invasi divorati da ogni genere di rovina.”


“Questa è la fine, e anche il nuovo inizio. La Metafisica ricopiata sembra una contraddizione in termini, un falso. Oppure un segno di cinismo supremo, già postmoderno in un certo senso: il pittore che replica il se stesso che ha ripudiato, come un fantasma, e ride dentro di sé del nostro sconcerto. È davvero l’ultimo enigma.”

Thanks to Fondazione Giorgio de Chirico

(01/9)