QUI GIACE L'HARDCORE

Giordano Simoncini

E perché no?

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C’erano i Sex Pistols che dicevano che di futuro, per il punk, non ce n’era proprio. Però questa cosa qui, che tu crei qualcosa e poi subito ne decreti la fine, non si può fare per questioni logiche. Voler essere una cosa e poi la sua morte significa violare il principio primo, poiché si ammette che l’ essere sia contraddittorio. Invece l’essere è e non può non essere. Detto concetto, ai Sex Pistols, l’ hanno opposto ancora meglio due circoli di pensatori neoparmenidei rispondenti al nome di Exploited e Total Chaos: gli uni dicevano punk’s not dead, gli altri punk will not die (la consonanza tra le conclusioni è evidente). Peraltro avevano ragione loro: vedi bene che oggi vanno ancora in giro i Green Day, che passano per punk, ed è quantomeno certo che se chiami punk qualsiasi cosa, di quell’insieme può morire sempre qualcosa, ma non tutto – perché c’è sempre una cosa qualsiasi che avanza, da suonare, in quanto cosa viva residuale. Il che significa che il punk oramai lo consideri eterno ed il discorso è chiuso. Può piacere o non piacere ma tant’è.
Se posso dirlo, invece, chi sta messo davvero male è l’hard rock. Questa frase che ho scritto me la supporti all’istante se ti guardi intorno con me e ti sforzi di tirare le somme: Ozzy Osbourne su Mtv, a fare la figura del rincoglionito; Dee Snider che, data la vita ad un paio di figli debosciati, si dedica anima e corpo al solo giardino di casa; Tommy Lee con l’epatite C, che ok, è una cosa da duri, ma ti dispiace sempre un pò; Steven Tyler adombrato dall’ego della figlia, una sgallettata senza molto senso – gli rimangono solo le soundtrack, di cui occuparsi, che miseria; John Sebastian Bach che ha mollato tutti i compagni ed ora collabora… con gli Hatebreed!

Axl Rose? Non pervenuto.
Anzi, se lo vedi digli che lo cercano.

Ed attenzione, non si tratta unicamente di un deficit di leadership carismatiche. Bisogna vedere come è messo tutto il lato dell’ offerta contemporanea, per capire meglio, partendo ad es. dai The Darkness. Quelli sono davvero risibili. I Velvet Revolver, dici? Maddai, non scherziamo. Di buono c’è rimasto suppergiù questo: Motorhead (ma Lemmy non è immortale, purtroppo), qualche fenomeno da baraccone (americano) e la Scandinavia. Però non è che la Scandinavia può fare sempre tutto lei, eh.

2

C’è solo un modo di sdrammatizzare, di sottrarre pessimismo e fastidio al mesto stato dei fatti: provare a negare all’hard rock i natali. Dal momento che a niente di non nato è dato morire, l’unica è dire che l’hard rock è: a) nato morto e/o b) nato falso.
A ben vedere, che sia nato morto funziona, perché sospinge il critico musicale fornendogli nuove categorie esplicative. Dire che l’hard rock è nato morto significa consegnare la sua chiave ermeneutica alle mani di chi l’ha creato: Alice Cooper, i Black Sabbath, erano la festa dei morti viventi o dei morti e basta. Se è vero che il genere l’hanno inventato loro, si suppone che qualcosa ne sapessero; se ne sapevano di morte, ecco che l’hard rock è nato morto. Ma diciamola meglio ed aggiungiamo altro, per non correre il rischio della sentenziosità fine a se stessa: balza agli occhi come, poiché non eversivo, poiché non nichilista, l’ hard rock non parteggi per il vivere. Pertanto, esso soffoca nel proprio vomito e non ci tiene a campare. Il punk invece sì, ci tiene eccome, dal momento che, da pars destruens, fissa un altro positivo che sta lì fermo, a dare un significato al nichilismo. Proprio in questa dialettica stanno tanto il cambiamento che il punk è stato, quanto le parole con cui John Lydon usa criticare Syd Vicious. Sid Vicious era ancora, ovvero era già, hard rock. John Lydon invece no, lui era punk, voleva andare avanti, sbracciarsi e provocare e seguitare a fare qualcosa. Difatti, anche i PIL erano punk. Dell’ hard rock come festa dei morti, invece, che dire: che è comunque una festa, una celebrazione (dunque è rock), ma nient’ affatto vitalista. Anzi, distruttiva, sterminatrice. Però non in maniera politica, dal momento che, in quel senso, l’annientamento pratico presuppone sempre “un’ alba del giorno nuovo” marxiana (ma anche punk, volendo).
Orbene. Tali concetti, assai rapidamente illustrati, avrebbero potuto formalizzarli con pari rigore tanto Theodor W. Adorno quanto Glenn Danzig. Prendiamo dunque Danzig, quando era nei Misfits: la band era punk, ma il front man era hard rock, aveva colto tutto il contenuto estetico del fenomeno musicale e lo maneggiava con il trucco, con le pose, con lo stile nel suo significato originario. Danzig era il morto vero in una band di morti che giocavano ad essere tali. Era inevitabile, dunque, che sarebbe finito a fare quelle tamarrate di album per conto proprio, solo soletto.

Danzig era hard rock!, altro che il papa come dice Celentano.
A cagare pure Celentano.

3

Abbiamo però stabilito che si può dire anche che l’hard rock sia nato falso. I conti ridanno comunque, dal momento che se una cosa nasce falsa è falso che sia nata per così come appare, e nella falsità seguita a deporre la propria vicissitudine. A sistema con la morte, non c’è poi molta differenza. Se diciamo che l’hard rock è nato falso; e badiamo bene che quest’idea di falsità, necessariamente slabbrata per assecondare le attuali necessità esplicative, ha risvolti veritativi fenomenologici in molte cose che sono parecchio hard rock, quali ad es. le maschere, i costumi, le leggende, le scenografie dei Big Show e soprattutto i fan; se diciamo che è nato falso, insomma, la scaturigine non possiamo che individuarla nel preciso momento dell’uscita di This is Spinal Tap, a buon diritto il mockumentary più famoso della storia del cinema, ripubblicato peraltro pochi mesi or sono in versione doppio dvd, con tanto di un’ ora e mezza di mirabolanti contenuti extra.
Proprio gli Spinal Tap, e per nulla i Kiss, sono la radice prima dell’hard rock falso. I Kiss, certamente, non esistevano: le maschere ed i personaggi (eterni entrambi, in quanto tali), erano sospesi nel limbo della non identificabilità, in maniera tale che, se i fan avessero mai inteso comprenderli, non avrebbero avuto altra chance che tuffarsi a capofitto nel loro mondo, organizzato secondo regole peculiari, artefatte ma suggestive. Anche per questo, la saga dei Kiss è stata tra le più coinvolgenti della storia del rock. Gli Spinal Tap, per contro, sono venuti al mondo già oltre i Kiss: non una band reale di personaggi eterni che “non esistono”, bensì una band fittizia di musicisti che vivono e muoiono pur non potendo esistere.
La loro storia prende il via in Gran Bretagna, muovendo dalla volontà dei due amici David St. Hubbins e Nigel Tufnel (gli attori Michael McKean e Christopher Guest) di dar vita ad una band. I primi tentativi hanno nomi ridicoli, The Originals, The New Originals, The Thames men. Quando i due riescono ad arruolare il bassista Derek Smalls (l’attore Harry Shearer), decidono di cambiare il moniker in Spinal Tap. Il primo full length, Listen to the Flower People, li porta in classifica, poi in tour. Disgraziatamente, però, il batterista John Pepys muore a seguito di un bizzarro incidente di giardinaggio. Da questo momento, la band non riesce più a stabilizzare la propria formazione: il nuovo drummer Stumpy Joe soffoca nel vomito altrui; il suo successore, Peter “James” Bond, muore per autocombustione, “in una grande fiammata verde”; Mick Shrimpton, terzo arrivato, è anch’ egli destinato a tornare al creatore per colpa di un’esplosione on stage. Su pellicola, la successione è narrata in maniera drammatica ed esilarante: si tratta ovviamente di una satira feroce di quell’altro modo di essere (o di venir pensato) dell’hard rock come morto o nato morto che dicevamo prima, la “filosofia” del 90% delle band hard rock affermatesi nei '70 ed esplose negli '80. Le band dei teschi e della droga o di satana a seconda. Una “filosofia” che, una volta risputata in faccia con tanta verve a chi la professava per davvero, si faceva urticante: in questo senso, rimane agli atti una popolare dichiarazione di Brad Whitford per un magazine inglese: “la prima volta che Steven (Tyler) ha visto This is Spinal Tap, non l’ha trovato affatto divertente. Questo dava la misura di quanto il film centrasse l’obiettivo. Era proprio incazzato! Diceva Ehi, non è divertente!”.
Invece sì, che era divertente, lo è ancora oggi. E’ stato pensato ad hoc per farsi gioco del rock fatto di star perdute, “wasted”, viventi o già morte, e ti ci giochi l’anima che ci riesce. Girato con grande abilità, congegnato alla perfezione, rimane un film assoluto, un classico, che però è anche una storia reale. Perché una storia può avere presupposti fittizi, certo, rimanendo comunque storia: è sufficiente che tali presupposti producano conseguenze reali. Se la finzione scenica del mockumentary permane ridicola ad ogni ennesima proiezione, fermando nel tempo la vita di tre ceffi con dei mustacci che hanno fatto scuola, tre perdenti, che hanno obliterato drummers nei modi più implausibili (Joe “Mama” Besser, ad es., il quinto batterista della band, inspiegabilmente ed assai semplicemente scomparso, quindi presunto morto), e che hanno per giunta pensato anche il proprio epitaffio, ma in un modo idiota come solo “qui giaccio e perché no?”, nella realtà, col passare del tempo storico di questo mondo, gli album degli Spinal Tap sono stati ascoltati, ma no!, consumati, da mandrie di metallari di spirito sincero, sino all’apoteosi del 1992.
Apoteosi che è stata, in un certo senso, una sorta di sfondamento dello schermo, una transizione, da quella verità lì, fittizia, alla concreta mondanità – un passaggio TV a salotto simile a quelli degli horror musigialli che vanno di moda ora. Gli Spinal Tap che si riformano ed organizzano un concerto/evento reale (beh, “reale”; pur sempre un Music Awards) all’esterno di This is Spinal Tap, al quale fa poi seguito una nuova lunga durata, Break Like The Wind, che peraltro sto ascoltando proprio adesso, per l’ennesima volta e con immutato entusiasmo.
Tra le tracce di quest’album sono passati anche Slash, Satriani e Cher!, e questa era già una vicenda, storia.

4

Come tutti sanno, a seguito del guizzo dei primi ’90, gli Spinal Tap si sono dileguati nuovamente. Il batterista che ha registrato Break Like The Wind, Ric Shrimpton, pare sia morto anche lui: si è rivenduto il macchinario della dialisi per comprare della droga e da allora nessuno ha più avuto sue notizie. La grande onda dell’hard rock falso, però, non si è mai fermata. Non si è fermata per la band, innanzitutto, che da entità umbratile qual è diventata, ha seguitato comunque ad effettuare incursioni nel reale, registrando un brano per uno spot nel 1995, pubblicando un sito ufficiale nel 1996; e non si è fermata, sopra ogni cosa, per tutti coloro che agli Spinal Tap hanno deciso di ispirarsi. Dicevamo in apertura dei The Darkness, che sono risibili; ciò non toglie che, senza gli Spinal Tap, i The Darkness non avrebbero mai avuto un sound ed uno stile da spendere. Ma se si parla di grande scuola falsa, cosa fai, non includi nella definizione anche gli ultimi Turbonegro? E qui si dovrebbe proseguire con un appello lungo anni, ma non è cosa.
O falso o morto, l’hard rock, per concludere. Ma oggi la morte non piace più a nessuno, perché viviamo di Techne e pubblicità: per la prima, la morte è il nemico, per la seconda è un taboo. Il timore che qualcosa muoia, il timore che muoia anche qualcosa a cui piace morire, o meglio ancora, che è già morto (vale a dire l’hard rock old school) è tanto insulso quanto conscritto nello spirito dei nostri tempi. Pertanto, tale timore è, grossomodo, giustificabile. Però io dico: se siamo già arrivati al punto di doverci giustificare, facciamo quel centimetro in più in direzione del baratro ed arriviamo anche a consolarci. Nel rock, questo possiamo farlo volgendo nuovamente lo sguardo, o mantenendocelo se ce l’avevamo già lì, sull’hard rock falso, che ci diverte e ci pone meglio.
This Is Spinal Tap dura ottanta minuti, ma in questo senso tira avanti già da 21 anni.

(01/2)