DISSOLUTION

Francesco Frabecoli

Presto o tardi nel rock viene fatta una scelta di campo. Quasi tutte le bands, dalle più insignificanti alle più significative, scelgono di dare alla propria musica uno specifico registro e di mostrare –o comunque usare- un certo tipo di attitudine nei confronti della materia. Soprattutto, ogni gruppo rock deve scegliere in che misura la propria concezione di ROCK è riconducibile ad un suono piuttosto che ad un’attitudine.
È una dicotomia inevitabile che i gruppi si sono ritrovati di fronte da parecchio tempo, sostanzialmente lo stesso criterio di discriminazione che fece – per dire – le fortune di un Lester Bangs (per il quale il suono non importava quanto il resto) e dopo di lui decine di altri gruppi/personaggi/movimenti. Oggi anche l’attitudine è genere, almeno per la maggior parte dei casi di cui ci va ancora di discutere: il tipico esempio è la fine del significato della parola INDIE come scelta di campo e l’inizio dell’indie rock come pura categoria musicale.
Dylan Carlson, un misantropo eroinomane affascinato dalla sperimentazione contemporanea, pre-war folk e doom metal, concepisce nel periodo più buio della propria esistenza la più clamorosa eccezione alla regola di cui sopra che l’intera storia del rock ricordi. Earth2 – Special Low-Frequency Version contiene tre tracce, di cui una di quindici minuti e due di oltre mezz’ora. Viene composto in un periodo decisamente oscuro della vita del cantante, durante sessions all’insegna di una sperimentazione selvaggiamente gratuita in cui i feedback di chitarra si incrociano a stabilire una sinfonia di cacofonie drone-metal dall’aspetto quasi banale e dalla sostanza incredibilmente complessa, perfino indecifrabile. All’interno di Earth2 il suono, un flusso indistinto di fruscii che nascondono melodie quasi impercettibili ma nondimeno presenti, è l’unica vera preoccupazione. Ma l’attitudine legata alla composizione segna il passaggio ad una nuova coscienza politica della musica che invero i posteri non saranno in grado di allargare.
La musica di Earth non è solo il rifiuto di ogni logica tradizionalmente aggrappata al rock, per analogia o contrappasso. Molti gruppi hanno cercato la strada dell’isolamento volontario ma se ne sono usciti con un pugno di mosche o hanno al limite tradotto il presente in un suono “nuovo” che manifesta una continuità decisamente forte con il vecchio. Si pensi a gruppi come Clash, ad esempio, al proprio inglobare musica globale che in effetti era integrata da tempo. Si pensi all’hardcore americano, che è scelta musicale di estremismo ma che suona come una versione onirica del “vecchio” alla prova dei fatti; si pensi al crossover, al grind, che sono sviluppi delle musiche in questione. Earth rimane sospeso nel nulla. Prende un solo carattere del rock, lo isola e lo mostra senza darsi nemmeno pena di svilupparne le potenzialità: in Earth2 vivono rivoluzione e restaurazione, l’una accanto all’altra, in un assetto democratico di reciproca noncuranza.
Ma che cos’è in concreto questo lavoro? Immaginate un Metal Machine Music senza l’avanguardismo a buon mercato di Lou Reed, o le teorizzazioni rumoriste di gruppi come My Bloody Valentine senza il fastidioso alone di genio a buon mercato che circonda la figura di Kevin Shields. Earth2 sono parti di chitarra (più o meno “suonata”) lasciate libere di vibrare in un ambiente e moltiplicate per due, tre, quattro. Earth2 inizia come finisce, senza lasciare spazio a problemi di continuità o discontinuità al suo interno, senza prendere in considerazione la forma canzone o il rifiuto di essa. Ascoltarlo per l’ennesima volta significa essere costretti a riconsiderare la propria analisi del disco volta per volta. In Earth2 il suono è pura attitudine perché non si relaziona in alcun modo ai suoni precedenti: è possibile sentire in Earth2 ogni musica conosciuta così come non riuscire a ricondurlo a nulla.
Calato negli anni in cui esce, Earth2 rappresenta il riflusso anti-commerciale ed anti-eroico dell’epopea grunge, in un certo senso la pura versione strumentale della depressione cantata da Kurt Cobain in Nevermind in una versione meno dandy e meno bella da guardare di ciò che succede un paio d’anni prima dall’altra parte dell’oceano, con l’infinito tira e molla tra i già citati My Bloody Valentine e Creation per la realizzazione di Loveless. Ma è parimenti la definitiva derivazione industriale dell’inizio degli anni ’90, quando ormai i gruppi industrial propriamente detti stanno sbancando le classifiche (ivi compreso Ministry) e la morte del rock pare cosa assodata. Negli stessi anni l’avvenuto sgretolamento del concetto stesso di roots rock regalerà il capolavoro Twin Infinitives di Royal Trux, ed è esperienza in qualche modo simile (zeitgeist?) al secondo disco di Earth; ma non è possibile concepire gli scriteriati drones che affogano deliberatamente la materia doom/rock/metal/musicale appena percettibile in sottofondo (ancora Metal Machine Music) senza fermarsi a riflettere un secondo su ciò che è la musica contemporanea stessa, l’esistenza di una componente di suono che ormai viaggia per conto suo, come un flusso, e non da oggi (non v’è analisi di Earth che non tiri fuori presto o tardi il nome di LaMonte Young); così come è pensabile considerare una sorta di breviario sul folk più o meno apocalittico dei tempi in cui è concepito, magari preso a rasoiate con lo stesso scanzonato antieroismo che potreste voler ricondurre, ad esempio, allo stupro Moog-addicted della musica classica nella colonna sonora di Arancia Meccanica.
Earth2 rimane una mosca bianca del rock. Si situa in una zona che non influisce (e non influirà) sui destini della musica globale, invisibile se non si è disposti a guardarlo e inascoltabile se non si molla per strada un paio di pregiudizi (almeno fino ai primi anni del nuovo secolo). Earth2, anche a prescindere dal suo valore come prodotto, racconta di un personaggio la cui buona fede raggiunge livelli quasi epici. Dylan Carlson è un figlio fatto e finito della depressione ottantiana che ha schiacciato il nordovest americano fino a ridurre ogni singolo animo in poltiglia (così come documentato dal catalogo Sub Pop da Deep Six in poi, la stessa etichetta che si prenderà carico di Earth). Il migliore amico di Kurt Cobain, tra le altre cose: un gruppo assieme, la collaborazione di Cobain per alcune cose di Earth (una traccia con il cantante di Nirvana alla voce finisce sulla ristampa No Quarter di Sunn Amps e Smashed Guitars Live: un pezzo di cantautorato tramortito da feedback di chitarra che potrebbe mandare a casa a calci in culo qualsiasi sedicente sperimentatore del pop ad alto volume venuto in seguito), che nonostante i numerosi aiuti rimarrà sempre un progetto personale di Carlson, che disgrega e ricompone la banda come la tela di Penelope. Al momento di registrare Earth2 (follow-up di un EP lungo intitolato Extra-Capsular Extraction e contenente un arcigno sludge-doom non dissimile da quello concepito negli stessi anni nei primi dischi di Cathedral) Carlson è solo insieme a Dave Harwell; in occasione del quarto Pentastar: In the Style of Demons la formazione è un gruppo di cinque elementi. In mezzo c’è un disco di transizione chiamato Phase III – Thrones And Dominions, uno strano e bellissimo oggetto in mezzo alle correnti che porta l’impampabile drone di Earth2 in mezzo alla discarica di rifiuti tossici che era il rock di Extra-Capsular e parte da lì. Paga il prezzo di una minore personalità, di un’arroganza sopita, di un impianto teorico meno ingombrante; cerca l’aggancio con i suoi tempi, in qualche modo il riconoscimento al mestiere del drone anche dentro la musica rock: fallirà. Phase III viene osteggiato dalla stessa Sub Pop, la quale ne rimanderà l’uscita fino al ’95. È un momento molto particolare per il rock, quasi imbambolato tra la fine del grunge, il ritorno del punk rock e del britpop, la nascita del crossover e le prime manifestazioni del “post rock” come vero e proprio genere. Rimarrà ancora fuori dai giochi Carlson, autore dalla reputazione inossidabile che non riesce a spostare gli equilibri. Di lì in poi, la dissoluzione. Un disco, Pentastar appunto, di entità minore dei due predecessori, un doom rock convenzionale quanto affascinante. E poi la lenta discesa verso l’oblio.
Per il prossimo capitolo discografico di studio occorrerà aspettare nove anni, fino a giungere all’oggi e ad Hex. Carlson sembra essere sparito, poi riforma la banda insieme alla compagna Adrienne Davies (batteria) ed in seguito arruola Jonas Haskins (chitarra baritono). Il cammino di Earth nel frattempo viene riconosciuto come uno dei più straordinari esempi di indipendenza del rock alternativo americano: motivi sono l’accresciuto interesse per le intrusioni ambient nel rock, l’enorme successo underground di gruppi come Sunn (o))) e l’incremento dell’attenzione per tutto ciò che ha a che fare con la contemporaneità, anche all’interno del rock. Il primo disco del nuovo corso di Earth è un live (il secondo ufficiale) che esce su Megablade/Troubleman Unlimited e contiene due tracce di cui una di sessanta minuti. È un capolavoro, forse il miglior disco di Earth dai tempi di Earth2, che riprende una classica struttura rock chitarra/batteria e la usa su una spirale discendente di dissoluzioni e feedback che sgretolano la messinscena fino agli ultimi spasimi. Non altrettanto si può dire dei successivi due lavori, un altro live sulla scia di Sunn Amps e un deprecabile disco di remix su No Quarter.
Hex – Or Printing in the Infernal Method è invece Earth come suona oggi. Il primo passaggio nello stereo è quasi imbarazzante nella totale alienità del prodotto: sessions di chitarra di sapore ambient, paragonabili al minimalismo psichedelico che era del Neil Young di Dead Man o al tappeto di progressioni folk fuori controllo di un Six Organs of Admittance. Probabilmente è il disco più completo della formazione, al contempo il più classico e meno decontestualizzato, perfettamente in sintonia con i tempi (quasi che sia stato Earth a rallentare, a chiudersi a riccio per dieci anni così da poter permettere al rock di raggiungerlo) e pure un po’ paraculo nel suo sapore melodico. Hex potrebbe piacere a chiunque si interessi di avant-rock, cosa che per i vecchi dischi di Earth non è data. Ma Hex è lavoro problematico, insidioso, carico della tensione dei giorni migliori e molto più complesso di quel che possa apparire. Sarà il tempo a dirci dove Carlson vorrà andare a parare in questa nuova veste di drone-folkster, in ogni caso; il presente è già impossibile da decifrare appieno.
Ci rimane tuttavia la certezza di una nuova presa di coscienza del mondo, dell’avvenuta comprensione dei meccanismi che rendono Earth il gruppo fondamentale che è, del fatto che ormai ogni postrocker del pianeta debba conoscere l’operato di Dylan Carlson come fondamentale per lo sviluppo di ogni ulteriore teoria dissociativa legata al drone ed applicata al rock. È confortante sapere che nel momento in cui si sta giocando la partita più importante e delicata del genere, il maestro di cerimonia è ancora vivo e pronto a scendere in campo.

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