BULLETIN N. 80

a project by William Leavitt



Like the work of other artists who worked in Los Angeles during the '70s (Ed Ruscha, John Baldessari, Allen Ruppersberg or William Wegman), the work of William Leavitt, although conceptual, is full of irony and detachment. In this aspect it is rather removed from the conceptual New York and European art of those years. The influence of cinema and its industry could explain, at least partially, the importance of the narrative element present in the work of many of these Californian artists.

In the re-evaluation (almost complete for some time now) of transatlantic conceptual art, Leavitt, despite having been included in the major exhibitions on the subject, is unfairly underrated. In his long years of work he has dealt with almost every possible artistic language: theatre, opera, cinema, sound, photography, painting and installation. Along with his friend and classmate, Bas Jan Ader, he founded the underappreciated magazine Landslide in 1969, in response to pretentious art criticism. An epitome of Leavitt’s work and of its actuality is one of the projects that the artist carried out for the legendary Bulletin, artist projects – somewhere between invitations and posters – realized by the Dutch gallery Art & Project.

In the following pages The Tropics is illustrated: a work carried out for Bulletin n.80 in 1974. As usual, the artist starts from simple details to construct a story. He does this employing text and images, in an implicit, Douglas Huebler-ish dialogue, with a text which acts as captions for the images – but projects a story. The details alone are cross-references to something else. The vegetation which surrounds Richard Neutra’s typically Californian minimalist houses; the painting of a panther; the rather kitsch works one finds in petty bourgeois homes; the necklace of a woman who looks like a 1950s movie actress. True stories, linked to everyday experiences or actions, which come alive in a sequential way, without hierarchies and without ever becoming images that gain their value from the combination of recurrent or contrasting elements, and that can create a paradox (like John Baldessari used to do).


All images courtesy of the artist and Margo Leavin Gallery, Los Angeles



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Italian Version 


Come quello di altri artisti che hanno lavorato a Los Angeles negli anni '70 (Ed Ruscha, John Baldessari, Allen Ruppersberg o William Wegman), il lavoro di William Leavitt, se pur concettuale, è pieno d’ironia e distacco. In questo senso è piuttosto distante dall’arte concettuale newyorchese ed europea degli stessi anni. L’influenza del cinema e della sua industria spiega per esempio, almeno in parte, l’importanza dell’elemento narrativo presente nelle opere di molti di questi artisti californiani.

Nell’ormai quasi completa rivalutazione dell’arte concettuale d’oltreoceano, Leavitt, nonostante sia stato presente nelle principali mostre sull’argomento, è ingiustamente sottovalutato. In tanti anni d’attività ha avuto a che fare con quasi tutti i linguaggi artistici: il teatro, la musica, il cinema, il suono, la fotografia, la pittura e l’installazione. Insieme all’amico Bas Jan Ader, suo compagno di studi, realizzò la misconosciuta rivista Landslide fondata nel 1969, in risposta alla pretenziosa critica d’arte del tempo. Esemplificativo del lavoro di Leavitt e della sua attualità è uno dei due progetti che l’artista realizzò per i mitici Bulletin, progetti d’artista – a metà tra inviti e poster – realizzati dalla galleria olandese Art&Project.

Nelle pagine seguenti è riprodotto il progetto The Tropics, realizzato per il Bulletin n.80 nel 1974. Come suo solito, l’artista parte da semplici dettagli per costruire una storia. Lo fa usando testo e immagini, in un dialogo non esplicito – alla Douglas Huebler, con il testo che funge da didascalia alle immagini – ma ci proietta una storia. I dettagli da soli rimandano ad altro. La vegetazione che circonda le case minimaliste di Richard Neutra, tipicamente californiane; il quadro di una pantera; le opere un po’ kitsch presenti nelle case piccolo borghesi; la collana di una donna che sembra uscita da un film anni ‘50. Storie reali, legate ad esperienze o azioni di vita quotidiana, che prendono vita in modo sequenziale, senza gerarchie, e senza mai diventare immagini il cui valore sia dato dall’accostamento di elementi ricorrenti o contrastanti, in grado di creare un paradosso (come faceva per esempio John Baldessari).

All images courtesy of the artist and Margo Leavin Gallery, Los Angeles


(01/6)