LOOPHOLES

by Rä di Martino

Between fiction and reality


In 1964, in England, a documentary was shot that was destined to become history. It was called Seven Up!, not referring to the drink but actually meaning from seven (years old) up and portrayed fourteen British children from very different background and class to represent all aspects of English society. Seven years later the same thing was repeated, following the same children, now aged fourteen, and asking more or less the same questions. The idea was to show how class distinctions remain very defined, to show how already as a child one is predestined to a type of life. The documentary always starts off with the Jesuits’ saying: “Give me a child until he is seven and I will give you the man.”

The project continued, although since 1971, from the second episode, Michael Apted has been the director. In a very curious way, we see the fourteen kids become teenagers, young women and men, and then older and older. In 2011 they will be in 64 Up! The participants will be sixty-four years old.

I had the very odd experience, which I recommend, to see the whole series at the same time by renting the entire box set. In three days I saw the lives of these people flow quickly by. Within the group of selected children some were very privileged, posh, and some others had very little, so one observes with a hint of cynicism how, for example, the desires of the young millionaires are slowly smudged by life and circumstances, or how the funny kid from the East End is, in the end, a still funny cab driver. There is, for example, John, the easiest to detest at first: very rich, with such a posh accent it’s hard to understand him, and at seven already knew in which department of Oxford he wanted to go to. Thirty years later his arrogance is mitigated; he has a more modest tone, quieter. The interesting thing is that as a very early example of reality TV, the participants (and their families who firstly put them in such folly) probably had a very naïve perspective on the effects of television, and of the fact that their lives would be put on show every seven years to the entire nation. Imagine knowing that every few years all you are doing now will be synthesized in twenty minutes and then seen by millions of people. People who meet you in the street can comment on how silly it was to leave that partner or how ugly your children are. Imagine hearing the kind and detached voice of the director summarizing your life whilst you are in the act of living it.

As a matter of fact many of the participants complain about the whole experience. The relationship with this experiment has become a subtle torture. But the amazing thing is that most of them keep doing it while they are actually free to leave the project whenever they want. So far, only one of them has left for good, the others might complain but keep going on as if doomed by it. I have to say this is one of the aspects I find most captivating.

All in all, this is one the most interesting documentaries I have ever seen and many new versions of it have been made, including in Japan, Russia, America and South Africa. Another interesting aspect is how some of the less lucky participants, in a crucial moment their lives, became homeless and one of the others helped them out, or how the wife of one of them says that they are probably keeping their marriage going to avoid showing a divorce!

A new series began in 2000 in England with new seven year olds. Funnily enough the new director is a friend of mine, Julian Farino. I have seen the first two episodes, up to fourteen years old, and it’s a very different experience. First of all, there has yet to be a distance in time, since it’s of today and not at like seeing children of the 1960s. Secondly, today of course children and people in general are very TV and media aware and become more self-conscious; in a way vainer and less sincere.



--------------------------------------------------------------------------------------------------

Italian Version 


Nel 1964 in Inghilterra venne girato un documentario destinato a fare storia. Si chiamava Seven Up!, non come la bibita, ma come “dai sette (anni) in su!”, e ritraeva quattordici bambini britannici di diverse classi sociali provenienti da diverse città a rappresentare, in un certo senso, tutti gli aspetti della società inglese. Sette anni dopo lo girarono di nuovo, riprendendo gli stessi bambini e seguendo più o meno le stesse domande. L’idea era quella di mostrare come le distinzioni sociali rimangano ben definite, a dimostrazione di come, già da bambini, la vita sia in generale pre-determinata. Il tutto si basava sul motto d’inizio del documentario, che era un famoso detto gesuita: “Datemi un bambino fino all’età di sette anni e vi mostrerò l'uomo”.

Il progetto è poi continuato e dal 1971, dalla seconda puntata, Michael Apted diventa il nuovo regista e porta avanti la serie. In modo piuttosto curioso, vediamo i quattordici bambini diventare teenager, poi giovani uomini e donne, e poi pian piano sempre più vecchi. Nel 2011 filmeranno
64 Up!. I partecipanti avranno ormai sessantaquattro anni.

Io ho fatto la stranissima esperienza, che in un certo senso consiglio, di vedere tutte le puntate insieme, affittando il box set. In tre giorni ho visto le vite di queste povere cavie svolgersi velocissimamente. Tra i bambini ne scelsero alcuni molto ricchi, snob, privilegiati e altri che avevano quasi niente, per cui si osserva con cinismo come per esempio i desideri dei piccoli miliardari arroganti siano stati poi smorzati dagli eventi della vita, o come il simpatico ragazzino proveniente dall’east-end diventi un simpatico tassista dell’east-end, e così via. C’è per esempio John, che è quello più facile da odiare: super ricco, con un accento così posh che è difficile capirlo, a sette anni già sapeva in quale dipartimento di Oxford sarebbe voluto andare. Dopo i trent’anni stempera le sue arroganze e diventa quasi modesto. La cosa interessante è che, come un vero e proprio anticipatore dei reality tv show, i partecipanti (e le loro famiglie che si prestarono a tale follia) avevano idee piuttosto naïf riguardo agli effetti della televisione, o al fatto che le proprie vite sarebbero state spiattellate davanti a tutta la nazione ogni sette anni. Immaginate di sapere che entro tot anni tutto quello che state facendo verrà riassunto in venti minuti, e visto da milioni di persone. La gente che vi incontra per strada può dire quanto sia stato sbagliato lasciare quella fidanzata, e che figli brutti avete. Immaginate di risentire la voce gentile e distaccata del regista riassumere la vostra vita.

In effetti, molti di loro parlano male di questa esperienza. Il rapporto con questo esperimento è diventato per alcuni una sottile tortura. Ma la cosa più bella è che nessuno li ha costretti a farlo, e per contratto sono liberi di rifiutare e lasciare l’esperimento in qualsiasi momento. Finora solo uno lo ha fatto, gli altri si lamentano ma continuano ad andare avanti, come se non potessero sottrarsi. Devo dire che questa è la cosa che più m’incuriosisce.

Detto questo, è uno dei documentari più interessanti che abbia mai visto, e non a caso hanno iniziato a fare remake in America, Russia, Giappone e Sud Africa. Un altro aspetto interessante è per esempio che uno dei partecipanti meno fortunati, divenuto nel tempo un barbone, fu aiutato da uno degli altri partecipanti in un momento cruciale della sua vita, o che altri, come dice la moglie di uno dei partecipanti, tengono in piedi il loro matrimonio per non mostrare al mondo il proprio divorzio!

Scherzo del destino ha voluto che abbiano iniziato una nuova serie di Seven Up! nel 2000, con un nuovo gruppo di cavie, e che il regista della serie sia un mio amico, Julian Farino. Ho visto le due nuove puntate ed è molto diverso, perché non c’è quella distanza storica che si ha vedendo i bambini degli anni ’60, e i bambini di oggi sono molto più coscienti della videocamera che li riprende, quindi più vanitosi e ovviamente meno sinceri.

(01/6)