G_M__O [sho]

by Darren Bader

ADAPTATION

All press releases are a mixture of writing, criticism and marketing. And all of them, this included, need an external point of reference to exist. That’s why Darren Bader, in addition to writing the text, will curate an online show related to this press release (at www.neromagazine.it/gmo.html). The show will be presented on the 23rd of June 2010 and, as usual, the opening will be at 7 p.m.


Press Release

All artifact is genetically modified, as it has (had) innumerable geneses(/loci) that precede it, and its modification [its most present genesis] is selfsame as its fabrication. All art is artifact until it is art. And when art stops being art, it is artifact. To find either reducible to the other is to helpfully confuse point with aperture: distinctions alternate/move between a focus and the less-discernible. Based upon this dynamic, currents of intimacy (or we as its intimates of currency) are wont to present and de-present (never mispresent, of course).

When we grapple, confabulate, tinker with the word “contemporary” as an adjective to describe [human] experiences of art(ifact) produced contemporaneous to our epistemic/epochal locus, we find no fitting end/reason to this grappling/confab/tinkering with the it. It is an intractable essence/quantity. We all clamber to make light of the “contemporary” for fear that we are subject to its immovable mantle, and of course we are: that’s why the word is so consternating: it’s just another linguistic ruse by which mortality attempts to forget its own feckless magnitude and to position itself more omnisciently (as if the partitioning of time had anything to do with time). How convenient (and how contemporary!) it is to forget what the “contemporary” more fully defines.

There is a method of speed and of play that characterizes a more particular contemporary of ours [assuming I’m writing in a living-reality compatible/mutual to the reader’s]. On the one, general, hand, it implies that: of the non-limited/innumerable contemporary”s that cannot but exist/be, we can only know/remember a finite amount. On a more specific hand, it implies that speed and play are inherent to a certain place of “contemporariness” that we are engaged in. The play of speed and the speed of speed and the play of play and the speed of play. Where are we within this; how do we perceive within this? These are questions inherent to our recognizing this specific “contemporary”. And as with any contemporary-proper, there is no teleology outside of it being the contemporary-proper.

When we perceive, are we true organisms? Do objects see for us? Are there really phenomena, or are we phenomena-‘itself’? When addressing the art(ifact), are we and it an equal organism, or are we unbridgeable organisms – and if the latter: where/what is the [an] organism: can there even be such a thing? Since we trust/know that we are “in fact” organisms – as our epistemic/epochal locus of a “contemporary” suggests to us – it’s easy enough to trust/know that an art(ifact) is an organism too.

Thus, we arrive at genetically modified organisms. And in the instance of this exhibition, we have a certain strain of genetically modified organisms. Salutations and props to King Corn King Porn ladiesandgentlemen yellow balls bumping grass on grass courts OMA [most likely not] Kate Bosworth [more likely Alison Lohman] credit cards credit rates and (un)scrupulous genetic engineers to come. Invent [make, do, become – there is no verb that grasps the ipseity, the ex nihilo of a genesis] and then hope nobody gives too much of a shit. Otherwise you could be exiled from the contemporary. (History really needn’t be all that alluring: it may be the only thing lonelier than mortality.)

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Darren Bader is a young American artist born in 1978 and based in New York. He writes, curates shows and makes books. An important part of his work focuses on writing and language in their various forms and styles.




Tutti i comunicati stampa sono un misto di scrittura, critica e marketing. E tutti, compreso questo, hanno bisogno di un referente esterno per esistere. per questo motivo Darren Bader, oltre ad aver preparato il testo, curerà una mostra online legata a questo comunicato stampa (su www.neromagazine.it/gmo.html). La mostra verrà presentata il 23 Giugno 2010 e, come al solito, l’inaugurazione sarà alle 19.


Press Release

Tutti gli artefatti sono geneticamente modificati, dal momento che hanno (hanno avuto) innumerevoli genesi(/loci) che li hanno preceduti, e le loro modificazioni [le loro genesi più recenti] coincidono con la loro fabbricazione. Tutta l’arte è un artefatto prima di essere arte. E quando l’arte cessa di essere arte, è un artefatto. Dire che l’una è riducibile all’altro è confondere utilmente il punto con l’apertura: le distinzioni si alternano/muovono tra un punto focale e il meno-distinguibile. Sulla base di questa dinamica, correnti di intimità (o noi come esponenti della sua attualità – gioco di parole non traducibile in italiano, ndt) sono solite presentare e de-presentare (mai mis-presentare, ovviamente).

Quando lottiamo, confabuliamo, giochiamo con la parola “contemporaneo” come aggettivo che descrive l’esperienza [umana] dell’arte(fatto) prodotto in contemporanea al nostro locus epistemico/epocale, non troviamo nessun fine/ragione che si confaccia a questa lotta/confabulazione/gioco con l’oggetto. È un essenza/quantità intrattabile. Ci arrampichiamo tutti per fare luce sul “contemporaneo” per paura di essere soggetti al suo irremovibile mantello, e ovviamente lo siamo: è per questo che la parola è così costernante: è semplicemente un altro stratagemma linguistico con il quale la mortalità tenta di dimenticare la sua inetta magnitudine e di mettersi in una posizione più onnisciente (come se la divisione del tempo avesse qualcosa a che fare con il tempo). Quanto conveniente (e quanto contemporaneo!) è il dimenticarsi ciò che il “contemporaneo” definisce più pienamente.

C’è un metodo di velocità e di gioco che caratterizza un nostro più particolare contemporaneo [dando per scontato che io stia scrivendo in una realtà-vivente compatibile/reciproca a quella del lettore]. Dal punto di vista generale, questo implica che: degli infiniti contemporanei che non possono che esistere/essere, noi possiamo solo conoscerne/ricordarne una quantità finita. Da un punto di vista più specifico, questo comporta che la velocità e il gioco sono inerenti ad una specifica parte della “contemporaneità” con la quale abbiamo a che fare. Il gioco della velocità e la velocità della velocità e il gioco del gioco e la velocità del gioco. Noi dove siamo in tutto questo; come percepiamo in tutto questo? Sono tutte domande inerenti al nostro tentativo di riconoscere questo specifico “contemporaneo”. E così come ogni vero-contemporaneo, non c’è nessuna teleologia al di fuori di questo suo essere vero-contemporaneo.

Quando percepiamo, siamo organismi veri? Gli oggetti guardano al nostro posto? Ci sono veramente i fenomeni, o siamo noi ‘stessi’ i fenomeni? Quando ci rivolgiamo ad un arte(fatto), siamo organismi uguali o siamo organismi non collegabili – e se fosse così: dove/cosa è l’ [un] organismo: può esistere una cosa del genere? Dal momento che noi crediamo/sappiamo che “di fatto” siamo organismi – così come il nostro locus epistemico/epocale di un “contemporaneo” ci suggerisce – è abbastanza facile credere/sapere che un arte(fatto) è allo stesso modo un organismo.

Quindi, arriviamo agli organismi geneticamente modificati. E, nel caso di questa mostra, abbiamo una certa varietà di organismi geneticamente modificati. Massimo rispetto al King Corn e al King Porn, al signoresignori alle palle gialle che rimbalzano sull’erba nei campi d’erba, al OMA [magari no] e a Kate Bosworth [più probabilmente Alison Lohman], alle carte di credito, al rating, e ai futuri ingegneri genetici senza scrupoli. Inventa [crea, fai, diventa – non c’è nessun verbo che colga l’individualità, la ex nihilo di una genesi] e poi spera che a nessuno gliene freghi. Altrimenti potresti essere esiliato dal contemporaneo. (La storia non deve per forza essere così attraente; potrebbe essere l’unica cosa più solitaria della mortalità.)


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Darren Bader è un giovane artista americano, nato nel 1978, di base a New York. Scrive, cura mostre, produce libri. Una parte importante del suo lavoro è centrato sulla scrittura e sul linguaggio nelle sue varie forme e stili.