WHAT WOULD THE POPE DO?

words by Francesco Stocchi

ADAPTATION

All press releases are a mixture of writing, criticism and marketing. And all of them, this included, need an external point of reference to exist. That’s why Francesco Stocchi, in addition to writing the text, will curate an online show related to this press release (at www.neromagazine.it/WWPD.html). The show will be presented on the 15th of november 2010 and, as usual, the opening will be at 7 p.m.


The positivism formulated in the name of scientific rigor restricts the horizon to that which is demonstrable, that which can be verified through experiment; it renders the world opaque. It contains mathematics; but Logos, on which this mathematics and its applicability are predicated, no longer appears. So our world of images no longer overcomes appearance, and the flow of images that surrounds us signifies, at the same time, the end of the image: other than that which can be photographed, there is no longer anything to see. At this point, however, what becomes impossible is not only the art of icons, or sacred art, which is founded on a gaze that expands itself in depth; art itself, which had tried in impressionism and in expressionism the extreme limits of sensible vision, remains, literally, without an object.
Joseph Ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia, p. 127.


In past centuries the Church controlled society, at least within the confines of Western culture, determining tastes and desires and establishing moral limits. This power exercised itself principally through the control of images. Throughout this period, the Church was the sole producer of images, through which it spread both artistic sense and indoctrination. Far removed from conservative drives but in relation to tradition, it was thanks to the Church that many geniuses were able to express themselves, breathing life into the new and creating revolutionary styles that represented the advent of the first avant-gardes and forged the history of art as we have come to know it. Whoever had control over images held the power, but with the emergence of photography this control was gradually decentralized, passing into the hands of the mass media. The Church thus saw its power over image creation decrease to the point where the production of liturgical art came to border with the realm of mere craft: as David Hockney emphasizes in an intervention that is both provocatory and acute, the decline of the Church went hand in hand with the mass production of cameras.

If we rest for a moment on the quality-quantity relation and on the choice of settings, churches (whether they be Romantic, Medieval, Renaissance, Baroque) represent extraordinary examples of artistic curating. It is only rarely that we have a chance to see so many works of art linked to a specific theme, regularly exhibited in the space for which they were created and produced centuries apart; inside a chapel, time is flattened in favor of an idyllic harmony between the works that transcends the centuries from which they originate, establishing as many relations between them as there are points of view – the ultimate aspiration for whoever realizes exhibitions. In this sense, the Pope, and the Church on his behalf, have acted as the supreme curators, supporting artists, creating spaces to host their works, and endorsing revolutionary styles that went on to become the avant-gardes.
Pope Benedict XVI makes no secret of the creative crisis in which the Church has found itself for well over a century, and in 2001, in his Introduzione allo spirito della liturgia, he confronts the problem of the over-production of images in contemporary society. With the emptying of the value of the image, which is caused by its very proliferation, liturgical art as we know it loses value, thus opening itself to abstract art: mimesis is abandoned in favor of a more intimate relationship with the representation of the spiritual. Only recent are the invitations extended to artists and organizers of contemporary art shows in the Vatican (Matisse and then Kounellis, to mention two examples).

What would the Pope do? therefore aims to investigate, starting from the thoughts expressed by Pope Benedict XVI, the question of how the Church, the largest institution of artistic production in history, might develop its choices with regard to the avant-gardes of the twentieth century, moving from creator to receptor of the imago.

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Francesco Stocchi (1975) is a critic and curator based between Vienna and Rome. In addition to curating shows for public and private institutions, he is a contributing writer for Artforum, Domus and other publications. This year he founded the magazine Agma, of which he is also the editor.





Tutti i comunicati stampa sono un misto di scrittura, critica e marketing. e tutti, compreso questo, hanno bisogno di un referente esterno per esistere. Per questo motivo Francesco Stocchi, oltre ad aver preparato il testo, curerà una mostra online legata a questo comunicato stampa (su www.neromagazine.it/WWPD.html). La mostra verrà presentata il 15 novembre 2010 e, come al solito, l’inaugurazione sarà alle 19.


“Il positivismo formulato in nome della serietà scientifica, restringe l’orizzonte a ciò che è dimostrabile, a ciò che può essere verificato nell’esperimento; esso rende il mondo opaco. Contiene anche la matematica, ma il Logos, che è il presupposto di questa matematica e della sua applicabilità, non vi compare più. Allora il nostro mondo delle immagini non supera più l’apparenza sensibile e lo scorrere delle immagini che ci circondano significa, allo stesso tempo, anche la fine dell’immagine: oltre ciò che può essere fotografato non c’è più nulla da vedere. A questo punto, però, non è solamente impossibile l’arte delle icone, l’arte sacra, che si fonda su uno sguardo che si apre in profondità; l’arte stessa, che in un primo momento aveva sperimentato nell’impressionismo e nell’espressionismo le possibilità estreme della visione sensibile, resta priva di un oggetto in senso, letterale.”
Joseph Ratzinger Introduzione allo spirito della liturgia, p.127

Nei secoli la Chiesa ha controllato la società, almeno nei confini della cultura Occidentale, determinandone gusti, desideri e stabilendone i confini morali. Tale potere si è esercitato innanzitutto attraverso il controllo delle immagini. A quei tempi la Chiesa era l’unica a produrre immagini, attraverso le quali veicolava senso estetico e indottrinamento. Lontana da pulsioni conservatrici ma legata alla tradizione, è grazie alla Chiesa che molti geni hanno potuto esprimersi dando ripetutamente respiro al nuovo e vita a stili rivoluzionari che hanno rappresentato le prime avanguardie e forgiato la storia dell’Arte così come la intendiamo. Chi aveva quindi il controllo delle immagini aveva il potere, ma con la nascita della fotografia, tale controllo si è gradualmente decentralizzato passando in mano ai mass media. La Chiesa vede diminuire il proprio potere immaginifico fino a confinare la produzione d’arte liturgica al basso artigianato: come sottolinea in un provocatorio quanto acuto intervento David Hockney, il declino della Chiesa va di pari passo con la produzione di massa di macchine fotografiche.

Se ci soffermiamo sul rapporto qualità-copiosità e sulla scelta degli allestimenti, le chiese (che siano esse Romaniche, Medievali, Rinascimentali, Barocche) rappresentano degli straordinari esempi di curatela artistica. Raramente si ha occasione di vedere insieme tante opere d’arte legate ad un medesimo tema, di norma esposte nel luogo per il quale sono state ideate e realizzate a secoli di distanza; all’interno di una cappella il tempo si appiattisce in favore di un idillio armonico tra le opere che trascende i secoli, instaurando tra di esse tante relazioni quanti sono i punti di vista, aspirazione ultima per chi realizza mostre. In questi termini il Papa, e la Chiesa per lui, hanno agito da supremi curatori sostenendo artisti, creando luoghi per ospitare le loro opere e avallando stili rivoluzionari, divenuti poi avanguardie.
Papa Benedetto XVI non fa mistero della crisi creatrice nella quale si trova la Chiesa da ben più di un secolo e nel 2001, nel’Introduzione allo spirito della liturgia, affronta il problema della sovrapproduzione dell’immagine nella società contemporanea. Con il valore dell’immagine che si svuota a causa della sua stessa proliferazione, l’arte liturgica così come la conosciamo perde valore, aprendo in questo senso all’Arte Astratta: si abbandona la mimesis in favore di un rapporto più intimista con la rappresentazione dello spirituale. Recenti sono gli inviti ad artisti e le organizzazioni di mostre del contemporaneo in Vaticano (Matisse, poi Kounellis, per citarne due).

What would the pope do? intende quindi interrogarsi, a partire del pensiero espresso da Papa Benedetto XVI, su come la Chiesa, la più grande istituzione di produzione artistica della storia, opererebbe le sue scelte in merito alle avanguardie del XX secolo, passando da creatrice a recettrice dell’imago.

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Francesco Stocchi (1975) è un critico e curatore italiano che vive e lavora tra Vienna e Roma. Oltre ad aver curato mostre per istituzioni pubbliche e private, collabora con Artforum, Domus e altre pubblicazioni. Quest’anno ha fondato la rivista Agma, di cui è anche editor.