FIGLI DI NUGGETS

Rudi Borsella

La Rhino records, etichetta di New York specializzata in ristampe, ha recentemente rimpolpato, con il cofanetto quadruplo “Children of Nuggets: the second psychedelic era 1976-1996”, la saga dedicata alla riscoperta dei suoni garage e psichedelici della seconda metà dei Sessanta. Saga inaugurata dallo storico doppio album “Nuggets”, uscito nel 1971 per mano del musicista-giornalista Lenny Kaye, e proseguita per anni, sino alle raccolte quadruple di “Nuggets: original artyfacts from the first psychedelic era 1965-‘68 ”del ’98, splendido condensato della scena americana (Love, Sonics, Seeds, Music Machine, Standels, Thirteenth Floor Elevators ecc.) e “Nuggets 2:original artyfacts from the british empire and beyond 1964-‘69” del 2001 dedicato alle oscure band freak-beat inglesi (Creation, Pretty Things, Move, Smoke, Tomorrow ecc.). Ed ora questo nuovo capitolo, dove in un calderone temporale e stilistico abbastanza discutibile, vengono comunque riuniti grandi gruppi, molti dei quali ormai dimenticati, che dal periodo aureo dei ’60 hanno tratto ispirazione se non un vero e proprio modello da replicare. La lista dei nomi presenti è numerosa (ma potrebbe esserlo dieci volte tanto), ed include: dal beat di prime movers come Last e Flamin’ Groovies, alla psychedelia vittoriana dei Dukes of Stratosphears, dal guitar-pop dei primi Primal Scream, al garage-punk di Fuzztones e Chesterfield Kings, dall’acidità schizzoide di Julian Cope, sino alla furiosa rilettura di “Eight miles high” dei Byrds da parte degli Husker Du, in un caleidoscopio sonoro multicolori, per un totale di 100 pezzi. L’arco temporale preso in esame, ‘76/’96 è abbastanza ampio, ma si concentra, non a caso, con bands operanti tra il ‘82/’87, anni in cui, dopo un quinquennio di eccitanti novità, iniziava ad avanzare la noia. La forza propulsiva del punk andava estremizzandosi nell’hardcore politicamente militante e la creatività dei molti stili, che la new wave aveva prodotto, andava via via esaurendosi, in pallide copie oramai scontate o in idiozie elettroniche da classifica, tanto santificate in tempi recenti. E’ in questo contesto, spesso arido di creatività e percorso da trend effimeri, specchio di una società che andava omologandosi nei modelli reganiani dello yuppismo rampante, che prende forma, nelle cantine e nei clubs il recupero di uno stile, ma soprattutto di uno spirito, che riportava nel rock un genuino entusiasmo ed una ritrovata energia. Il neo garage-punk di quegli anni è la più diretta emanazione delle bands stile Nuggets, e rappresenta la voglia di riappropriarsi dell’aspetto ludico della musica, del ballo, del divertimento, da parte di una generazione annoiata, che per colmare un vuoto stagnante, si rivolge al passato per crearsi un presente. Tornano i capelli lunghi, possibilmente a caschetto, le camice a fiori, gli stivaletti a punta e gli optical. Nascono minuscole etichette, si espande l’autoproduzione, vengono create nuove fanzines. In Australia, negli Stati Uniti ed in tutta Europa fioriscono gruppi dediti al culto del garage, compilations figlie dei Nuggets: Pebbles, Back from the Grave e decine d’altre lo alimentano, dissotterrando piccole e misconosciute gemme d’annata, dai posti più remoti. Solo l’Inghilterra, a parte pochi “carbonari”, rimane indifferente al fenomeno garage, “moda” underground assolutamente marginale rispetto al business che conta, quindi poco appetibile per chi è abituato a creare sempre nuovi prodotti “a sensazione”, da dare in pasto al mercato. Una musica “onesta” fatta da appassionati per altri appassionati, scevra da calcoli opportunistici, ma attenta ai dettagli storici in maniera maniacale, tanto da divenire refrattaria ad innovazioni sostanziali di forma, in nome di un purismo conservatore che sfocia talvolta in grigio revival. Ignorare il proprio tempo e negarsi a priori qualsiasi evoluzione artistica per creare ibridi interessanti, disperde ben presto l’entusiasmo iniziale, in ripetitivi esercizi di stile; viene così superato di slancio dall’avvento dell’ondata del grunge, anch’esso musicalmente debitore del passato (hard-rock’70), ma permeato di contenuti che esprimevano il reale disagio di una gioventù senza più illusioni, avvitata in un nichilismo romantico, che avrà in Kurt Cobain il martire e l’icona di una generazione. L’influenza dei primitivi gruppi dei “Nuggets” non si esaurisce comunque con la stagione del neo-garage, nello stesso periodo, soprattutto negli Stati Uniti e nel paese dei canguri, un manipolo di bands - che verranno raggruppate sotto la sigla di “Paisley underground” (Rain Parade, Green on Red, Long Riders, Dream Syndicate)- muovono la propria musica, utilizzando i suoni acidi del passato, in un percorso sonoro e lirico che sarà poi rivolto alla ricerca delle radici e della tradizione rurale, su di un filo conduttore ideale che va dalle strade polverose percorse da Jack Keroack alla ricontestualizzazione del country-rock, spogliato dai toni reazionari dei lustrini di Nashville. Ancora oggi, l’onda lunga degli organi farfisa e delle chitarre fuzz continua a mietere vittime, non è così difficile constatare il fascino che suscita suonare ruvido e selvaggio R&B sbirciando i cataloghi di etichette quali: In the Red, Sympathy for the Records, Estrus, od ascoltando star dell’ indie-rock: White Stripes, Jet, Hives , probabili protagonisti di un futuribile “Nuggets 4: i pronipoti”.