Interview with artist Cesare Pietroiusti prior to the upcoming Forum on Italian Art at the Luigi Pecci Center for Contemporary Art in Prato

22 September 2015

The discussion tables are about to begin at the Forum of Contemporary Italian 2015, organized by the Centre for Contemporary Art Luigi Pecci di Prato. We interviewed artist Cesare Pietroiusti, a member of the organizing committee of the forum to be held on the  25th26 th and 27th of September 2015, the aim of which is to address issues, themes and strategies in relation to the Italian art system from an analytical perspective.
In the conversation that follows, Pietroiusti specifies the general guidelines of the Forum, the motives that underlie it and some of the main themes to be discussed. In particular, the central theme, namely the need to establish a more rigid form of autonomy for artistic and curatorial practices with respect to the political and administrative world. But also the motivations behind the opening of a discussion table coordinated by the artist, dedicated to the Italian language, with the aim of discussing the inevitable lowering of the linguistic, and thus cultural, due to the use of an undeveloped or standardised English within the international debate. This table is not intended to be a means for the mere conservation of the Italian language, but rather an attempt to enhance the specificity of the language as a tool for the development of ideas. For reasons pertaining to the theme of the table and targeted audience, together with Pietroiusti, we have decided not to translate the interview and to publish it directly in the original language, Italian.

NERO: Cos’è il Forum dell’arte contemporanea italiana 2015?

Cesare Pietroiusti: In attesa della riapertura definitiva del museo – attualmente chiuso per lavori di ampliamento e ristrutturazione – Fabio Cavallucci, il nuovo direttore del Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato, ha deciso di organizzare alcuni incontri, dibattiti ed eventi che introducano le tematiche che il museo intende affrontare. In un certo senso, ciò che verrà discusso al Forum è una tematica di fondo, un’analisi della situazione attuale, delle produzioni artistiche, della ricerca e delle strutture che tengono in piedi il cosiddetto “sistema dell’arte” in Italia.

N: Come sei stato coinvolto all’interno del comitato promotore?

CP: Il mio coinvolgimento credo sia dovuto al fatto che Cavallucci volesse inserire nel gruppo dei promotori del Forum un artista che, come me, fosse anche impegnato in attività formative; e forse anche per il mio rapporto diretto con molti giovani artisti. Credo inoltre che non volesse coinvolgere figure troppo istituzionali.

N: Come è organizzato questo forum?

CP: L’idea è di avere un discreto numero di tavoli di lavoro con temi specifici. Mi sembra una strategia che effettivamente possa servire a mettere a fuoco i problemi con la lente di ingrandimento, evitando che si generalizzino troppo le questioni; credo inoltre che sia un buon sistema per coinvolgere in maniera attiva un numero molto ampio di persone. In un convegno classico della durata di 3 giorni, si possono invitare al massimo 25 relatori. In questo caso, i relatori saranno 350. C’è quindi un’idea di coinvolgimento attivo molto maggiore. È la mia prima esperienza di questo tipo. Inizialmente avevo proposto che la durata dei tavoli fosse di almeno tre ore, gli altri volevano durassero di meno; alla fine siamo arrivati al compromesso di 2 ore e mezza.

N: Come funzionano i tavoli? Ci sarà anche un momento di confronto tra di essi o le varie discussioni resteranno interne ai singoli gruppi?

CP: Il Forum si svolge in questo modo: al Teatro Metastasio, dal venerdì mattina alla domenica ad ora di pranzo, ci saranno degli interventi in plenaria. Saranno interventi che non hanno per forza a che fare con il lavoro specifico dei tavoli. Per esempio ci saranno rappresentanti del Pro Helvetia o dell’Arts Council a presentare modelli di organizzazione della cultura o del rapporto fra cultura e politica. Contemporaneamente alle sessioni in plenaria, al teatro si svolgeranno i lavori dei tavoli, in due edifici vicini. I tavoli sono stati affidati a dei coordinatori e si suddividono in macrotemi; sono circa 40 tavoli per 6 temi. A conclusione di essi verranno preparate delle relazioni da parte dei coordinatori che saranno presentate subito dopo in plenaria.

N: Il pubblico può partecipare alle discussioni dei tavoli?

CP: Sì, anche se il numero dei partecipanti è già di per sé molto alto, tra i 350 invitati e le persone che si stanno iscrivendo sul sito. I tavoli si svolgono all’interno di stanze non molto grandi, nelle quali entrano al massimo 25 persone. Altre stanze, messe a disposizione dalla Monash University, sono più grandi, ma l’idea di base è che la maggior parte del pubblico sarà in teatro.

N: Secondo te, quindi, a chi è destinato questo Forum?

CP: Principalmente agli addetti ai lavori, ma dovrebbe anche diventare un messaggio agli amministratori, ai politici. In certa misura è anche un potenziale momento di presa di responsabilità, e anche di autoanalisi.

N: I politici – i cosiddetti amministratori – sono stati invitati a partecipare ai tavoli?

CP: No, non sono stati invitati a partecipare; fanno eccezione alcuni amministratori locali che hanno svolto un ruolo particolarmente interessante. Potrebbe essere importante, attraverso il Forum, arrivare ad una proposta di legge e cercare di creare uno strumento come l’Arts Council, ossia un’istituzione, formata e nominata dagli addetti ai lavori, che filtra in autonomia tutte le decisioni relative alla gestione dei soldi pubblici destinati alla cultura.

N: Uno degli aspetti più evidenti di questa e di altre iniziative del genere, soprattutto in tempi recenti, è quello di affrontare la discussione e la critica “di sistema” attraverso una metodologia prevalentemente tecnica, in un certo senso de-politicizzata. A cosa credi sia dovuto questo tipo di approccio?

CP: È vero, nel caso di questo Forum c’è una volontà quasi “ecumenica” di imbarcare tutti nella discussione e di trovare soluzioni che siano un minimo comun denominatore accettabile e che possano costituire una proposta concreta di cambiamento. La politicizzazione dell’intervento credo però sia da individuare nei contenuti delle mostre, dell’insegnamento, dei laboratori, del lavoro che concretamente si fa quando si è sul campo. È lì che deve emergere il valore politico, ossia quello di prendere una posizione e di affrontare un discorso critico approfondito. Per poter fare questo, però, bisogna avere l’autonomia necessaria, ed è questo che il Forum in un certo senso vuole fare: stabilire le condizioni entro cui poter lavorare in modo autonomo e significativo. Ora siamo in un pantano dovuto al fatto che nessuno sostanzialmente ha questo margine di autonomia, almeno a livello pubblico e istituzionale.

N: Qual è il contributo diretto dell’arte ai tavoli del Forum? Quanto è pertinente secondo te la ricerca artistica nel ripensare i modelli e le dinamiche del sistema di riferimento?

CP: A parte il fatto che alcuni artisti interverranno direttamente, anche utilizzando il linguaggio artistico, credo in generale che tutti quelli che lavorano nel campo dell’arte in termini di pensiero e pratica debbano contribuire al discorso politico principalmente attraverso il proprio lavoro. Nell’organizzare una mostra, nel gestire una casa editrice o una scuola, si può riflettere sulle modalità stesse attraverso le quali quella cosa riesce a prendere corpo; ci si può concentrare non solo sul contenuto, ma anche sul processo attraverso il quale è possibile arrivare ad un risultato. Sono convinto che questo tipo di approccio determina automaticamente innovazione e stimola una forma di interrogazione, di autoanalisi che è l’opposto della rigidità della produzione burocratica, che pre-forma caselle e modalità di lavoro da rispettare.

La scelta di ritagliarsi il proprio spazio di azione diviene allora, seppur priva di garanzie, una scelta di vita sostanziale. Meglio il rischio che la sicurezza di una posizione pronta, nella quale accomodarsi, perché sarebbe una sicurezza depressiva, regressiva, una non-sicurezza, una sconfitta accettata a priori.

N: Entriamo nel merito delle tematiche che verranno discusse…

CP: Come ho detto poco fa, ci sono varie macro-aree, all’interno delle quali coesistono più tavoli. Una, per esempio, è relativa alle problematiche legate alla formazione – si parlerà quindi di accademie, del percorso post-accademia, di come si può strutturare l’iter formativo di critici e curatori, delle residenze, etc. Un’altra invece riguarda il rapporto con la comunicazione e i media – all’interno di questo, si inserisce la problematica sulla lingua italiana di cui coordino il tavolo – e così via: si tratta in generale di tavoli di analisi, su tematiche come il rapporto tra pubblico e privato, o anche di denuncia, come per esempio il tema della censura e dell’autocensura.

N: Perché hai deciso di coordinare personalmente il tavolo dedicato alla lingua italiana?

CP: Da artista italiano credo che l’ostacolo principale nel mio percorso sia costituito proprio dalla lingua. Non essendo madrelingua inglese, ma usando spesso nel mio lavoro il linguaggio, mi trovo estremamente rallentato e a volte impossibilitato a lavorare in determinate condizioni. Personalmente ho competenza in una lingua meravigliosa, l’Italiano, e quel poco o tanto che posso dare lo posso dare proprio attraverso di essa. Ma dal momento che a livello internazionale la lingua dominante è l’inglese, se non si è anglofoni si ha una possibilità di intervento molto ridotta. Questo induce persone come me, per esempio, a esprimersi in inglese abbassando le proprie capacità di significazione, metaforiche, e incidendo in modo evidente sulla qualità dei contenuti. Il mio timore è che, a forza di usare l’inglese in maniera un po’ basica e infantile, il pensiero tenda ad atrofizzarsi.

N: Qual è la tua proposta al riguardo?

CP: La mia proposta è di tenere sempre presente che usare la propria lingua madre non toglie la possibilità di comunicare con gli altri ma, al contrario, ti rende più flessibile, più intelligente e più aperto anche all’altra lingua. Purtroppo, e troppo spesso, sembra passare invece il messaggio che l’italiano lo si possa completamente lasciar perdere. Ci sono corsi in università Italiane che sono tenuti completamente in inglese, ad esempio al Politecnico di Milano…

N: Forse è ovvio dirlo, ma può esserci anche un’osmosi positiva nell’utilizzo di più lingue, no?

CP: Certo che può esserci. Però nella situazione contemporanea abbiamo un dominio indiscusso di una lingua inglese molto tecnica, che tende a invadere il lessico delle varie lingue internazionali. Faccio un esempio apparentemente stupido ma molto utile: siamo abituati a chiamare mouse lo strumento con cui controlliamo il computer, ma se avessimo deciso sin dall’inizio di tradurre il termine e chiamarlo ‘topo’ – pur rimanendo identico l’uso dell’oggetto, di certo si sarebbero stimolate profonde e anche inconsce associazioni psicologiche che avrebbero alterato la relazione con quel piccolo oggetto e con la parola in sé.

Sono ben consapevole comunque di come le ibridazioni linguistiche siano un tesoro per la letteratura e un processo creativo inevitabile, ma saranno maggiori qualora venga sviluppato il multilinguismo anziché il monolinguismo.

N: Accanto a queste considerazioni più generali, qual è in particolare la molla che ti ha fatto scattare l’idea di un tavolo sulla lingua?

CP: Tutto nasce da una riflessione rispetto alla lingua nella comunicazione amorosa, erotica, erotico-sessuale e affettiva. In questa prospettiva, la lingua madre offre possibilità che altre lingue secondarie non possono offrire. Credo che riflettere su questo aspetto possa contribuire ad approfondire il linguaggio dei rapporti amorosi, un’area ancora molto poco esplorata. L’effetto erotizzante di un discorso, della parola e del modo in cui la si usa, credo sia qualcosa su cui vale la pena, non solo riflettere, ma anche esercitarsi.

N: Quale può essere una linea guida nel tentativo di districarsi tra multilinguismo e monolinguismo?

CP: Credo sia necessaria una riflessione profonda sul multilinguismo. L’italiano non va difeso come una specie in via d’estinzione; va difeso semplicemente come nostra competenza specifica. La prospettiva giusta è il multilinguismo. Per esempio, quello che ho iniziato a fare quando mi trovo costretto a esprimermi in lingua inglese è inserire nel discorso delle parole in italiano, spiegandone le connotazioni specifiche che le rendono differenti rispetto al loro equivalente inglese. Inserire l’italiano nella comunicazione inglese non solo arricchisce ma credo che interessi anche chi ascolta.

N: Un esempio?

CP: Prendiamo per esempio un termine che uso spesso: spostamento. Quando parlo nei seminari internazionali, spiego che questo termine può essere tradotto in diversi modi – displacement, shifting, moving – ma che il termine in italiano contiene tutti questi connotati insieme. E, in più, contiene anche il concetto di stranezza (essere “spostato”). Se non utilizzassi la lingua italiana, perderei parte di questi significati.

In generale secondo me bisogna avere un atteggiamento aperto, per non lasciarsi intrappolare dall’idea che l’inglese sia uno strumento universale di comunicazione. L’idea di usare il linguaggio in modo approfondito, creativo, inventivo, aperto, ibrido ha a che fare con la qualità delle cose che riesci a dire, quindi del pensiero.