Come fanno sbagliano

12 May 2016

Lo scorso 6 maggio la Questura di Roma ha chiuso il Circolo Dal Verme, sollevando un ampio coro di voci a supporto di uno dei luoghi più significativi per la vita culturale di Roma. Al di là del legame di vicinanza di NERO nei confronti del circolo e dei suoi animatori, non possiamo non reagire in qualche modo di fronte a ciò che leggiamo dietro a questo e ad altri episodi accaduti di recente. Abbiamo chiesto a Valerio Mattioli – uno dei nostri amici e collaboratori più stretti – un commento che, oltre a ripercorrere la vicenda, riflette la nostra posizione al riguardo.

L’episodio più divertente – o forse più grottesco – riguardante il Verme risale a poco più di un mese fa, quando milioni di italiani ignari hanno appreso della sua esistenza direttamente dagli schermi TV, in prima serata, e per giunta sul principale canale televisivo italiano: Rai Uno, sissignori.

Ecco l’aneddoto: il 3 aprile 2016 va in onda la quarta puntata di Come fai sbagli, la tipica fiction per famiglie copiata dall’estero (il format originale è francese); in una di quelle classiche scene “mamma progressista ma un pizzico apprensiva alle prese coi turbamenti dell’adolescenza”, la signora Valeria ha un piccolo, innocuo battibecco con la figlia Zoe. Vuole uscire la sera, la quindicenne ribelle interpretata da Sofia Panizzi (grazie Wikipedia per tenermi aggiornato su un mondo che credevo felicemente scomparso assieme al Commissario Rocca). E insomma, Valeria è una mamma liberal e aperta, ma per la miseria, Zoe ha solo quindici anni e non c’è giorno che non pretenda di spassarsela con gli amici. “Stasera? Di nuovo?”, sbotta Valeria quando la figlia la informa che, ebbene sì, anche oggi è in programma l’ennesimo dopocena yé-yé.

“Davide suona al Verme!”, la implora Zoe.

“Al Verme?!?” replica la madre incredula, come a dire: “Che cazzo sarebbe Il Verme?”.

Zoe però la rassicura in men che non si dica: “È un locale!”. Valeria sbuffa, alza gli occhi al cielo ma alla fine ovviamente cede, e anche stasera Zoe è libera di divertirsi assieme ad amici e compagni di liceo al concerto di Davide (chi sarà costui?) sul minuscolo palco (questo la fiction non lo dice) del misterioso locale per concerti dal nome tanto sconveniente – almeno per gli standard delle fiction su Rai Uno.

Certo, immagino che i telespettatori di Come fai sbagli non abbiano minimamente sospettato che ebbene sì, il Verme esiste davvero, e che si chiama così non perché frequentato da invertebrati striscianti, ma perché trovandosi a Roma su una via che si chiama proprio Luchino Dal Verme, gioca con l’omonimia con uno storico teatro milanese. Intanto però, complimenti agli sceneggiatori: sono riusciti a intrufolare il nome del locale simbolo dell’underground italiano in un programma TV destinato a un pubblico che se gli capitasse sotto mano un disco dei Wolf Eyes penserebbe a una lavatrice rotta. E complimenti anche ai gestori del Verme: se mai serviva un attestato del ruolo che il loro circolo/locale per concerti ha conquistato nell’immaginario culturale di casa nostra, essere citati all’ora di cena all’interno di una fiction su Rai Uno rischia di valere più dei collegamenti con Radio 3, degli articoli su Repubblica e di quelli sulla stampa straniera, per non dire degli speciali che sempre al Verme ha dedicato l’anno scorso la storica emittente tedesca WDR.

Tutto questo deve essere chiaramente sfuggito ai protagonisti dell’altro episodio grottesco che ha coinvolto il locale romano nell’ultimo mese, e che stavolta tanto divertente non è. Il 6 maggio, con un provvedimento di Pubblica Sicurezza che si richiama a un articolo del TULPS datato 1931 (un anno che, quando si parla di “pubblica sicurezza” dovrebbe far alzare più di un sopracciglio – almeno spero), la Questura di Roma ha chiuso il locale per “esigenze di tutela sociale”, nonché con “finalità dissuasive nei confronti della frequentazione delinquenziale”.

Scopriamo così che “il Questore può sospendere la licenza di un esercizio nel quale siano avvenuti tumulti o gravi disordini, o che sia abituale ritrovo di persone pregiudicate o pericolose o che, comunque, costituisca un pericolo per l’ordine pubblico, per la moralità pubblica e il buon costume o per la sicurezza dei cittadini”.

E adesso chi glielo dice a Valeria, che la piccola Zoe frequenta postacci del genere? Questo Davide in effetti non ce la conta mica tanto giusta: che sia un pregiudicato anche lui? Un pericoloso criminale? Diciamolo dai: con un nome del genere, Valeria l’avrebbe dovuto capire subito che il Verme non poteva essere altro che un covo di delinquenti. Gli sceneggiatori di Come fai sbagli prendano nota e ringrazino la Questura di Roma per questa inattesa virata crime: la fiction ne guadagnerà senz’altro, ci conto.

Negli anni ho conosciuto diversi dei delinquenti che dal 2008 a oggi hanno trasformato il Verme in “un pericolo per l’ordine pubblico, per la moralità pubblica e il buon costume”. Ecco qualche nome, con tanto di profilo biografico per meglio inquadrarne i criminosi profili (questore di Roma mi ringrazi! Così non deve nemmeno perdere tempo in indagini! A buon rendere, eh?):

Evan Parker: jazzista inglese classe 1944, ha inciso tra gli altri con Anthony Braxton, Cecil Taylor e John Zorn – e che i jazzisti siano potenziali omicidi lo sappiamo perlomeno dai tempi di Piero Piccioni.

Annie Gosfield: compositrice newyorchese per l’occasione domiciliata in un sordido ritrovo di perdizione chiamato American Academy in Rome.

Jozef van Wissen: liutista e compositore olandese, e quando sei olandese il resto viene da sé (sempre droga, sesso, eccetera). Se poi sei liutista… Dico, chi cavolo lo suona più il liuto?

Sightings: gruppo rock americano il cui chitarrista Mark Morgan è finito nella lista dei 100 migliori chitarristi di sempre assieme ai vari Jimi Hendrix, Jimmy Page e altri tossici depravati.

Calcutta: cantautore indipendente originario di Latina, recentemente endorsato da un celebre apologeta del crimine chiamato Roberto Saviano.

Lino Capra Vaccina: vibrafonista già affiliato al pericoloso squat milanese La Scala.

Joe McPhee: ancora un jazzista, stavolta per giunta americano e nero.

E vabè, mi fermo qui: sono solo alcuni dei nomi pescati nel programma degli ultimi sei mesi, ma non oso immaginare tornando indietro nel calendario cos’altro si possa celare. Forse proprio il Davide di Come fai sbagli?

Adesso però: l’oggettiva assurdità del provvedimento della Questura non può che provocare commenti altrettanto tendenti al paradossale, quindi perdonatemi per il tono sopra le righe di quanto scritto finora. La realtà – come chiunque, semplice spettatore o “operatore del settore” sa benissimo – è che il Verme è uno dei locali dalla programmazione più raffinata e (ma sì, diciamolo!) coraggiosa di Roma. È anche uno dei pochi posti realmente “internazionali” di una città che non perde giorno per bullarsi di un patrimonio storico risalente a duemila anni fa, e che culturalmente parlando sta conoscendo un periodo di depressione tale che nemmeno il sostantivo nadir riesce a restituirne la portata. Ci rifaremo coi gladiatori e le corse delle bighe in 3D, forse, chissà.

È un locale piccolo, il Verme, anzi minuscolo. Un’ottantina di posti in piedi in tutto, stipati in una claustrofobica sala al piano di sotto, mentre a quello di sopra si servono bevande artigianali e cocktail “d’autore” a prezzi umani. Ed è anche il classico posto a cui musicisti e artisti piace ritornare, preferendolo a palchi più grandi e a compensi maggiori, perché… be’, per quella insondabile qualità chiamata “atmosfera” che deriva dalla competenza, dal lavoro, e anche dalla umana simpatia di chi il locale lo porta avanti. Anzi, chiamarlo locale mi sembra pure riduttivo, e il rischio è quello di ricorrere a formule stereotipate tipo “una famiglia”, “una casa”, “un rifugio”: roba così, sentimentale. Ma davvero sono formule che descrivono  il posto meglio di quanto non lo facciano espressioni un po’ stronze come “club per concerti”, e che testimoniano l’alto tasso di socialità, di condivisione, di proposta intellettuale, per il quale il Verme si è infine imposto come uno tra i quattro o cinque luoghi per esperienze più importanti di Roma. Mica che uno finisce in prima serata su Rai Uno per caso, essù (ok, qui c’è dell’ironia).

Poi un giorno arriva la Questura, e il Verme diventa un problema di “tutela sociale”. È chiaro che, se queste sono le motivazioni alla base della chiusura di un posto, praticamente qualunque spazio rischia a Roma di ritrovarsi da un giorno all’altro la serranda abbassata, per il semplice motivo che BOH.

Nell’ultimo biennio d’altronde abbiamo imparato a cosa corrisponda il perverso concetto di “tutela sociale” che ha preso piede a Roma prima con la giunta Marino e poi col commissario Tronca: la vicenda che portò alla chiusura del Teatro Valle è stato forse il segnale più emblematico; assieme a quello, restano i casi – con vari esiti – del Cinema America, dell’Angelo Mai, del Volturno, dello Scup, le minacce di sgombero per ESC, Auro e Marco, La Torre, Astra, l’assurdo accanimento nei confronti di palestre popolari e qualsiasi altro tentativo autogestito evidentemente mal tollerato (eufemismo) da chi amministra la città. Nel comunicato stampa successivo alla chiusura, sono gli stessi soci del Verme – che pure è un “innocuo” circolo ARCI: insomma non un centro sociale, per capirci – a rievocare la funerea sequenza di interventi che sta trasformando Roma in una città sempre più triste, sempre più noiosa, sempre più troglodita, in ottemperanza a un’ambigua “pace sociale” pericolosamente prossima a un cimitero di provincia.

Forse quello che sconta davvero il Circolo Dal Verme (per usare per una volta la sigla ufficiale) è il fatto di trovarsi al Pigneto, un quartiere che pure il locale in cui hanno suonato Evan Parker & co ha contribuito a far diventare Il Pigneto, tanto quanto il suo cugino più grande Fanfulla. L’uno e l’altro hanno il difetto di non essersi uniformati al brand Pasolini-Romacittàaperta-RomaHip attraverso il quale questo spicchio semicentrale nel quadrante est della città è diventato l’oscena passerella che conosciamo oggi, e questo sulla lunga distanza – mi pare di capire – è stato un problema.

Leggo intanto che la stampa mainstream e i media generalisti si vanno rendendo conto che “la Capitale si è spenta” e che a Roma “la Cultura è al tramonto”. Ecco, in quel disastro che è il panorama culturale romano, la chiusura di questo piccolo, minuscolo, claustrofobico localino su via Luchino Dal Verme, rischia di pesare più di qualsiasi scandalo-MACRO o di qualsivoglia taglio dei fondi alla Casa del Jazz. Perché se c’è una cosa in cui le cosiddette “culture alternative e dal basso” funzionano molto bene, è (anche) quella di funzionare da carburante per le loro controparti ufficiali, che poi arrivano a capitalizzare – magari goffamente, magari male, ogni tanto per fortuna anche con consapevolezza – sul sotterraneo lavorìo di chi certi linguaggi e certi immaginari ha contribuito a diffonderli, svilupparli, amplificarli. Chiunque ha viaggiato sulle rotte delle “grandi capitali mondiali della cultura”, sa che il titolo se lo sono conquistato – prima ancora che per il numero di musei – per la fitta trama di realtà piccole e piccolissime che contribuiscono a rendere la città un organismo vivo e vivace. Bene, che Roma fosse moribonda lo sapevamo già. Ma con la chiusura del Verme per mano della Questura, a ritrovarsi orfano non è solo un mondo – per altro assai ampio e trasversale – di artisti, musicisti e semplici appassionati, dopo che troppi altri spazi gli erano già stati sottratti con la scusa dell’ordine pubblico e della normalizzazione. È la città tutta che manda un nuovo, sonoro vaffanculo a una di quelle piccole cose, di giorno in giorno sempre meno numerose, per le quali ancora ti veniva voglia di provare per Roma quel briciolo d’affetto che la città da tempo non merita più.