Sale Interne – Flavio Favelli at S.A.L.E.S.

October 12 th – November 27 th 2010
Opening October 12th 2010, h 7 pm
Galleria S.A.L.E.S. - via dei Querceti 4/5 - Roma

The exhibition Sale Interne is the result of a site-specific project, characterized by personal interventions created especially for Galleria S.A.L.E.S. The artist’s main idea is to create a private and intimate space that develops a close and personal conception of time and space, involving all the surface of the gallery.

The main space has been conceived as a “room” with furniture and boiserie walls and in the back space of the gallery the artist exhibits drawings and sculptures.
The exhibition induces the audience to enter into the universe of memories and sensations that are suddenly materialized.
Flavio Favelli, through his work, builds an empathy with the audience that is unable to avoid an emotional participation and an impression of déjà-vu.

As Flavio Favelli explains, he chose the title Sale Interne thinking about “ the neon sign with typical arrows I saw in restaurants and trattorie…and so I thought of realizing a room (m 7,50 x 3 approx) inside the main space of the gallery. My purpose is that the audience, while observing it, can revive in memory a remembrance, a vision of an atmosphere already known. The work is presented as a collage that can bring into mind a pastor’s house, a little museum or a deserted villa.
On the black floor I have reproduced architectonic plan drawings of our historical churches that, at fisrt sight, look like floral decorations.

Flavio Favelli’s work evokes emotions and investigates the link between places, objects, and memory. His architectural productions and installations “are marked by a dreamlike temporality born from the manipulation of pre-existing objects and spaces, that though his interventions acquire a new and highly powerful symbolic and abstract stature. The artist appropriates discarded materials, like old tables, gates, benches, doors, balustrades, small balconies, chairs, beds, mirrors, carpets, and chandeliers as his media, and charges them with emotional suggestions in order to create works that, having lost their functional aspect, remain capable of transforming the atmosphere of the places where they are presented”. (Ilaria Bonacossa, 2007)

Here is a conversation between Flavio Favelli and Ilaria Bonacossa (only italian version).

My Deep Dark Blue (Abissi)

Flavio Favelli in conversazione con Ilaria Bonacossa

Flavio Favelli (1967) artista fiorentino di nascita, ma bolognese d’adozione, sviluppa la sua pratica artistica a partire da una concezione intima e personale del tempo e dello spazio. Il suo lavoro evoca attraverso la trasformazione dei luoghi profonde emozioni e indaga i legami tra i luoghi, gli oggetti e la memoria; le sue architetture e le sue installazioni sono segnate da un’atemporalità onirica che nasce dalla manipolazione di oggetti e spazi preesistenti che acquisiscono attraverso i suoi interventi una nuova valenza simbolica e astratta molto potente. L’artista si appropria di materiale di scarto come vecchi tavoli, cancelli, panche, porte, balaustre, ballatoi, sedie, letti, specchi, tappeti e lampadari che monta caricandoli di suggestioni emotive per creare opere dall’aspetto funzionale capaci di trasformare l’atmosfera dei luoghi in cui vengono presentate. Le sue installazioni fanno emergere il valore estetico e poetico degli oggetti che popolano la nostra memoria. Il suo lavoro è un continuo tentativo di rielaborare il proprio senso di alienazione e la straniante sensazione di non essere mai completamente inseriti nella realtà presente. Favelli, infatti, a partire dagli anni ’90, ha creato istallazioni site-specific in edifici in disuso, intervenendo e modificando, non solo l’architettura pre-esistente, ma anche la luce e gli oggetti, a volte prendendo addirittura domicilio temporaneo negli spazi in cui interveniva quasi a raccontare la vita segreta dei luoghi e le vicende che li hanno segnati.

Il suo lavoro sembra interessato a modificare la percezione del visitatore nei confronti dei luoghi piuttosto che a riempire lo spazio espositivo di oggetti. Le singole parti delle sue installazioni, specchi composti a mosaico da tessere di specchio in cornici d’epoca, tappeti nati dal patchwork di vecchi tappeti recuperati, lampadari ricomposti, mantengono comunque quel senso di leggero straniamento anche se inseriti in un contesto espositivo. I lavori di Favelli sembrano registrare il passare del tempo attraverso una sottile malinconia ed il carattere arbitrario del nostro rapporto con il mondo che ci circonda, attraverso una bizzarra sintesi tra pittura, scultura, istallazione. Per questo motivo forse nelle sue opere sembra prevalere il piacere del ricordo, attraverso un lavoro intimista che crea dal montaggio di oggetti quotidiani, tutti recuperati dall’artista nei mercatini dell’usato ambienti che sembrano usciti dai sogni.

Ilaria Bonacossa: Il tuo lavoro è sempre incentrato su un rapporto imprescindibile con lo spazio. Si inserisce e lo modifica caricandolo di un bagaglio di emozioni e ricordi. Lo fa’ però in modo quasi asettico quasi che a riemergere fosse un inconscio collettivo e non tanto i tuoi ricordi. Come concepisci il tuo lavoro?

FF: Cerco sempre di ricreare un ambiente che mi riporti indietro. Questo perché mi accorgo di cercare spesso immagini del mio passato, la mia memoria personale, per preservare e far riviviere quel tempo della mia vita che credo sia stato intenso.

Gli ambienti che presento sono parti della mia grande casa che ha stanze fatte di ricordi e immagini. È da mesi che voglio leggere La poetica dello spazio di G. Bachelard.

La poesia (sembra già un termine desueto!) si manifesta per me quando leggi e senti che qualcosa ti porta via verso un momento che ha a che fare col tuo organismo, magari senti che qualcosa inizia a premere dolcemente sull’esofago, poi iniziano delle immagini; un po’ come i sogni. Ecco il mio lavoro ha a che fare con tutto questo, ricerco questo. Ricerco sempre di ricreare un déjà vu.

IB: La questione dello spazio è vitale nel tuo lavoro, che però non è mai utopico, né volto a creare delle architetture ideali. È come se i tuoi luoghi fossero sospesi, più dei non luoghi che delle proposte di abitabilità alternativa…

FF: Sì, non sono proposte, sono come delle fotografie in tre dimensioni con un volume, sono come dei flash di luoghi che attraversano la nostra esistenza, almeno in questa parte di mondo. Sono come delle cartoline tridimensionali, dietro c’è scritto “Saluti e a presto”.

IB: Le tue istallazioni nascono sempre dal montaggio di oggetti quotidiani che una volta trovati tu restauri e rielabori. Sembra che la fisicità degli oggetti crei un’atmosfera intima, quasi tattile: questi oggetti sono nel tuo lavoro contemporaneamente reali ed ‘assurdi’ assumendo una valenza simbolica ed evocativa e perdendo la loro funzione d’uso. Cosa diventano?

FF: Diventano delle finestre da cui vedere delle visioni minori, degli interni personali, degli spunti autonomi con tempi dilatati. Personalmente preferisco averli nella mente che davanti agli occhi, ma li ho nella mente solo se li costruisco manualmente. Una specie di personale e piccolo mito di Sisifo.

IB: Nel 2005 a Venezia nel palazzo dell’ANAS hai creato Vestibolo una ristrutturazione/installazione totale dell’ambiente che si sviluppava attraverso i diversi spazi del palazzo dal foyer agli uffici. Come si è strutturato il lavoro?

FF: E’ stata una vera e propria ristrutturazione dal pavimento alle luci, dalle scale ai serramenti. Mesi fa ci sono passato e mi sembrava un modellino in scala reale. Sembrava tutto di un altro paese, come se fosse un arredo di un’ambasciata straniera, di un paese lontano. Se avessi aperto la finestra avrei visto la valle della fortezza Bastiani (cfr. Il Deserto dei Tartari di Dino Buzzati), non il Canal Grande.

IB: Entrando in Vestibolo sembra di essere in una sala d’aspetto, questa sensazione che ci sia qualcosa che deve o può succedere viene spesso evocata dalle tue installazioni, da cosa deriva?

FF: Sì la sala d’aspetto è un grande refrain della mia vita.

IB: Da dove nascono le immagini e i luoghi a cui dai vita. Raccogli fotografie dei luoghi che ti colpiscono o li disegni dal vivo? Quanto sono reali i tuoi spazi e quanto privati ed emotivi?

FF: Sicuramente emotivi. Da bambino, ovviamente, ero convinto di vivere in un mondo tutto mio; era come essere dentro una scatola chiusa, ma trasparente solo per me. Allora si percepiscono certi rumori, una frase del nonno, un colore di una cravatta, i momenti tesi. Ci si difende, sembra tutto un film, una rappresentazione, si assiste con apparente tranquillità. Si crede di essere immuni. Ma anche la cosa più banale, poi, riemergerà con insistenza. Mi ricordo le scarpe che indossava mia madre quando, fuori dalla scuola, una sua conoscente disse: “Signora, hanno rapito Moro!” Già, quelle scarpe…

IB: Hai intitolato Archivio alcune tue mostre. Cosa archivi? Emozioni? Ricordi? Oggetti? Luoghi?

FF: Colleziono/raccolgo oggetti per confermare dei ricordi, delle immagini e tutto ciò compone la mia visione di me e del mondo, il mio senso della vita. Sono fortemente attaccato al tempo che ho vissuto. Un po’ come Di Mazzarò nelle novelle del Verga, ma la mia roba è quella che ho in testa e se ne verrà via con me.

IB: Per la mostra in Fondazione hai concepito un progetto My Deep Dark Blue (Abissi) articolato in varie sezioni, ma concepito come unitario, che ha come soggetto il mare e le sue profondità che sono legate alla tua interpretazione dell’idea di ambiente. In che modo?

FF: Beh, diciamo che le leggi dell’ambiente e della natura non sono così… amichevoli; noi come moderni (o giù di lì) abbiamo fatto di tutto per cambiare queste regole e un po’ ci siamo riusciti… Tutto ciò ha però degli effetti collaterali. Io mi sento facente parte di questa banda. Appena sento ambiente penso al mio e a quello che ho vissuto come persona; la famiglia, la scuola, dove vivo (inteso come strada-edicola-bar). Si dice ambiente mafioso o ambiente esclusivo. Più di vent’anni fa sono stato alle Isole Maldive: sono un paradiso, ma anche un posto sinistro e funesto; tutto immobile, tutto così maestoso, quasi irreale; il vento, il mare, il sole. Tutto che scorre impassibile; la presenza della natura è totalitaria, pesante, che non ti prende minimamente in considerazione. Cambiamo aria, parliamo dei… ghiacciai, non si dice la montagna non perdona ? Siamo stati sempre in conflitto con l’ambiente e, come nelle favole, la natura si ribella. Amo i giardini perché la natura è modellata, le raccolte di conchiglie, il mare nel cassetto.

IB:L’opera Cerimonia India Hotel 870 è un po’ la chiave d’interpretazione di tutta la mostra. Esponi, ordinatamente piegato un gigante telo di garza bianca, creato su misura come vestito per coprire un aereo insieme a tre piccole foto dello stesso aereo, che è il Dc9 precipitato nel mare di Ustica il 27 giugno 1980. Per questo lavoro hai studiato approfonditamente le vicende della strage di Ustica, non perché tu sia stato direttamente coinvolto negli eventi ma forse perché sono diventati per te simbolici?

FF: Gli aerei sono stati sempre per me degli oggetti sinistri. Le foto di aerei in volo racchiudono dei misteri funesti. Il DC9 è stato abbattuto quando avevo 13 anni. Me lo ricordo. È tutto nella mia mente, nella mia psiche. Emotivamente la profondità del Tirreno è per me uno degli abissi più profondi. Allora un aereo che cade in una zona strana, Punto Condor (sic!), nel punto più fondo del Tirreno e ci fa scoprire in trent’anni parecchie cose diventa una….Gradiva. Quell’aereo ha visto cose che noi, dopo milioni di pagine scritte su questo caso, non potremmo mai vedere.

IB: Come hai fatto ha creare un telo su misura?

FF: Con una ditta specializzata abbiamo preso le misure del relitto anche se non era ancora montato. E’ una tela tecnica, si chiama Airtex, in tutto sarà circa 400 metri quadrati di stoffa.

IB: Oltre la tragedia è il mistero che circonda questa vicenda ad essere eccezionale, il processo irrisolto e tutto il resto. Ma come si fa a fare un lavoro su un tema così delicato?

FF: Il DC9 è la Sfinge, la Gradiva del nostro tempo. Quando ho incontrato la Senatrice Bonfietti Presidente Associazione Vittime Strage di Ustica, mi disse che, una volta terminate le indagini sul relitto, l’Associazione voleva preservarlo e tenerlo. Alla fine era la sola cosa reale rimasta. Ora lo stanno montando nel Museo della Memoria a Bologna, un ex deposito che ospiterà solo l’aereo…

Il senso profondo di questo mio lavoro è la mia esigenza di avvicinarmi alla realtà, spesso tragica della nostra esistenza. E quell’evento mi colpì quando avevo tredici anni. Voglio dire che ogni cosa di quella vicenda è terribile, ma proprio per questo deve essere indagato. Per quello che so fare, credo di aver eseguito la mia parte.

IB: Il vestito di garza bianca sembra quasi medicare, proteggere l’aereo, ma è una scultura? O la scultura è l’aereo?

FF: È una specie di muta, di vestito da cerimonia, di telo tecnico color crema, elegante.

Direi che è una protezione tecnica, dagli agenti atmosferici, dal tempo. Un po’ come negli hangar delle fabbriche di aerei. Proprio come un accessorio per la macchina, quasi dovesse essere ripristinato per volare ancora.

IB: Le piccole foto che ritraggono l’aereo diventano delle reliquie, degli ex-voto?

FF : Accompagnano l’opera principale, offrono un altro punto di vista, sono delle piccole finestre, e fanno parte di questa collezione di cartoline e immagini del DC9 che sto acquistando e ricolorando con i colori di quell’aereo l’I-TIGI Itavia volo IH870. Una specie di collezione di gadgets (poster, modellini) come se ci fosse ancora. È questa idea che tiene tutto vivo, dalla mia storia personale al DC9 di Ustica, nulla è definitivamente passato.

IB: Sembra che dopo la mostra a Torino questo telo verrà esposto temporaneamente insieme all’aereo vero e proprio montato nel futuro Museo della Memoria di Bologna…

FF: Ne ho parlato con la senatrice Bonfietti spero di montarlo un giorno sull’aereo, sarà un lavoro lungo, mi piacerebbe fare una specie di seminario, magari con degli studenti.

IB: Torniamo alla mostra com’è strutturato lo spazio nel suo complesso? Il progetto si articola infatti anche attraverso altri interventi tra cui Nazioni  (stanza della geografia) in cui hai riunito una ventina di mappe geografiche in un collage, alcune con cornici d’oro d’epoca. Le mappe ritraggono il Golfo di Napoli, Roma, Palermo, una carta del mondo, carte d’Italia, dell’Italia del sud, di Genova, dell’Eritrea e l’isola di Ustica. Come mai queste mappe? Cosa rappresentano?

FF: È una personalissima visione della geografia, cioè l’idea su carta dell’ambiente. Il mio Ambient Tour. È la Stanza della Geografia, l’immagine cartacea dell’ambiente, ogni grande museo storico ha una stanza della geografia. Sono delle carte geografiche mentali; l’Isola di Ustica è di fronte a Roma, si vede da Ostia. L’Eritrea, il mare di Palermo “annullato”. Sono altri mondi, che non esistono, ma sono vicini.

IB: Come hai scelto e dove le hai trovate?

FF: In giro, comprando da collezioni. Mi ha colpito in particolare una grande carta dell’ Italia meridionale degli anni ’50 ad uso dell’aeronautica militare, su cui ho segnato una parte sola, il mare a lato di Ustica, l’isola della strage; fra l’altro il DC9 è caduto più vicino all’isola di

Ponza, ma non si sa come è sempre stata chiamata strage di Ustica, perché è un’isola più

sperduta. L’aereo è caduto nel punto Condor, è un buco nero della copertura radar (se tutta questa vicenda fosse stata studiata a tavolino non sarebbe venuta così bene) è uno dei punti più profondi del Mediterraneo, più di 3700 metri. 39 gradi 43 primi nord e 12 gradi 55 primi est è caduto lì. La mappa che ho scelto è solo mare, (apparentemente) anonimo mare, “schedato” da dei segni (militari), con una piccola innocua isola. Un’isola anonima in mezzo al mare, potrebbe essere un  mare lontano o vicino… I mari nelle mappe sono tutti uguali. È un’isola anonima (tranne che per pochi sub) in un punto del Tirreno anonimo che da trent’anni è stato sezionato e schedato da centinaia di carte, tracciati radar e milioni di pagine di scritti dei numerosi processi.

Questo punto di mare è forse l’area di acqua dove più intensamente si è immaginato, visto, provato a vedere quello che pochi sanno e che tanti vorrebbero sapere. L’area dove si è  consumato il più grande mistero dell’aeronautica. Gli 81 morti, il fallimento dell’Itavia, la guerra fredda, la NATO, l’aeronautica, la politica, le cause (collisione, cedimento, bomba, 

missile) sono solo la superficie di quello che per me è ‘la Strage di Ustica’. Il sociale, il pubblico, il politico, la memoria collettiva, tutto ciò che hanno scritto sui giornali, per me viene dopo. Ustica è l’isola che c’è perché meno esiste e più è presente, nella vicenda che viene chiamata e associata al nome dell’isola; un’isola senza tesoro, l’isola problema, l’isola isolata. La ‘faccenda’ ha il nome dell’isola non perché sia la terra ferma più vicina in una situazione che di fermo non

ha nulla, ma perché si è preso l’isola più isolata, più lontana da tutto e più vicina al mare profondo…

IB: Souvenir sono una coppia di opere, una sorta di cofanetti di  conchiglie o di oggetti ricordo che nelle località di mare estive vengono venduti come souvenir, ma sono in realtà grandi quasi dei comò dei mobili inusabili. Cosa devono ricordarci?

FF: Anche le due opere Souvenir I e II sono legate alla mia idea di ambiente: quegli strani manufatti che ci ricordano dove siamo stati. Spesso le nostre immagini di certi ambienti, di certi luoghi vengono dai souvenir. E questi ricordi dei souvenir che ricordano ambienti danno vita ad una geografia mentale e sentimentale; molto più interessante, credo, di quella del National Geographic. A me non è mai bastata la realtà, quello che mi offriva l’ambiente familiare, la scuola, le città dove ho vissuto e le persone, le gite in montagna, i musei d’arte, le spiagge al mare, tutto ciò dopo un po’ mi annoiava e così ho tentato e tento ancora di costruirmi un ambiente mio.

I due Souvenir ci ricordano che tutti i mari sono differenti.

IB: Uno dei Souvenir appare rovinato, infatti è stato buttato nel mare Tirreno e fotografato dall’alto come dimostra una piccola foto aerea, ispirata alla famosa foto ANSA del primo cadavere trovato in mare dopo la strage di Ustica. Sembra un riferimento violento eppure è solo un oggetto, cosa ci racconta?

FF: È difficile dirlo, mi fece impressione quella foto, quella persona che venne su, dal mare.

E’ impressionante la ….cosa per cui una mare è profondo anche diecimila metri e le cose galleggiano in superficie. Sotto le cose che galleggiano ci sono gli abissi. Al momento del recupero del relitto trovarono una nave romana e altre pezzi di altri aerei….

Ho fatto fotografare questo oggetto di legno nel Tirreno da un elicottero. Lo ho buttato da un gommone.

IB: Il tema del ricordo torna anche in Museum, una bacheca tipica dei musei di scienze naturali o di archeologia dove esponi una tua piccola collezione personale di  conchiglie e coralli, quasi cercassi di rinchiudere il mare in vetrina. È una collezione nata per la mostra o che esiste da tempo?

FF: Museum è nata per la mostra, sì proprio il mare in cassetta, un’addomesticamento del mare, per quanto sia possibile. Un’idea di mare domestico, ma allo stesso tempo anche esotico, è la bellezza della natura. Oggi tutto quello che c’è in Museum, non si può più importare, è protetto.

IB: Infine l’intervento più simile ai tuoi lavori precedenti ma per me più difficile da legare all’insieme della mostra Giardino d’inverno un’installazione che ricrea una specie di serra, con vasi, balaustre e vasche d’acqua. Cosa ci sta raccontando?

FF: La fontana nel giardino è come la ciliegia sulla torta. Forse tutta la terra è un giardino all’italiana. Il giardino è un’espressione del potere: da Babilonia ai lingotti nei vasi di limoni di Licio Gelli, da Compton House alle piscine dei camorristi. E’ una pozza d’acqua con otto vasi di aspidistra intorno; l’aspidistra è una piante dalle foglie scure, slanciate, le prime le avevo viste in una chiesa in via S. Vitale a Bologna, da bambino, quando accompagnavo mia nonna a messa; mi disse che erano le stesse di quando si era sposata col nonno, nella stessa chiesa, quando lei aveva una calotta di piume e il collo di volpe, bianchi.

IB: Insieme a Giardino d’inverno esponi una piccola immagine trovata su un giornale di New York della mattina dell’11 settembre 2006 del presidente americano George Bush a un memoriale della tragedia del 11 Settembre davanti ad una vasca scura. Sembra inquietantemente una strana fossa aperta. Come si lega quest’immagine alla Strage di Ustica?

FF: Giardino d’inverno è una mia interpretazione di questa strana vasca che hanno scelto gli Stati Uniti per celebrare il quinto anniversario dell’11 settembre. Non so perché, hai ragione è sinistra e mi ha fatto parecchio impressione. La corona di fiori che galleggia in questo fazzoletto nero di acqua. Forse volevano richiamare la natura, o volevano ricostruire un idea di… abisso? Sopra gli abissi ci sono i fiori? Così come la foto Ansa della vittima di Ustica anche questa vasca americana mi ha scosso. Mi sono detto: devo fare qualcosa.

IB: Il tuo lavoro è spesso sospeso, siccome lavori con oggetti d’uso, su un crinale tra il ‘design’ e la produzione artistica. A questa mostra presenti FFMM (abito vs habitat), un’installazione creata con un’altra artista Muna Mussie composta da un armadio in cui hai esposto 4 camicie, 2 polo, 2 completi giacca e pantalone da uomo, 1 accessorio che sono il campionario della tua collezione. Cosa vuol dire inserire dei vestiti in questo ambiente?

FF: FFMM è una collezione progettata con Muna Mussie che è anche lei un’artista visiva. FFMM nasce da un’esigenza di vestirsi con i ricordi “cuciti addosso” e di poter trovare un giorno nei negozi questa collezione. Questo che esponiamo è il campionario con un accessorio, una chiave personalizzabile. Se il quadro si guarda, il vestito si indossa, si lava e si consuma, ecco perché la collezione. Vogliamo dei vestiti concepiti come opere ma sempre disponibili in diverse taglie e in diversi tessuti. Abito vs habitat, perché il sole scotta anche con l’ozono, l’acqua è fredda anche se è pura e il vento, come si dice, fa diventare pazzi.

IB: Che rapporto c’è tra il corpo e il mondo? Qual è la funzione degli abiti?

FF: FFMM nasce da un’esigenza di far trovare nei punti vendita di abbigliamento questa collezione di abiti maschili contraddistinta da dei ricami evocativi…. anziché Armani o Polo Ralph Lauren, ci sono numeri, certe sigle. ITAVIA, PA931166 (la targa di una delle auto di scorta del magistrato G. Falcone travolte dall’attentato dinamitardo), PGR (Per Grazia Ricevuta), insomma delle marche, delle parole, delle cifre che ricordano dei precisi momenti della nostra storia.

Vestirsi vuole dire anche preservarsi dal tempo; il vestito Cerimonia per il DC9 non è diverso dagli abiti FFMM, c’è il sale che stacca la vernice dell’aereo o il sole che invecchia la pelle.

IB: Cosa vuol dire mettere in produzione qualcosa? Che rapporto c’è con lo Studio Osti1 che dovrebbe mettere in produzione il campionario? Com’è nata questa collaborazione?

FF: Siamo ancora all’inizio. Con lo Studio Osti ci siamo… trovati. E’ difficile mettere in produzione un progetto d’arte. Alcune aziende amano l’arte, ma difficilmente la fanno entrare veramente nel loro lavoro. Prada commissiona una maglietta ad un artista o Illy una tazzina. FFMM presenta all’azienda un’intera collezione AE e PE con tessuti, idee e accessori differenti. E’ tutto molto complesso, ho fiducia, lo Studio Osti per la sua storia mi sembra adatto a portare avanti questo progetto.

IB: Ma il titolo del tuo progetto Abissi (My deep dark blue) da dove viene?

FF: Abissi era un film degli anni settanta, ma mi ha sempre fatto pensare alla locandina del film Lo Squalo, un lapsus….

È un mio itinerario nell’ambiente; si vede che soffro di vertigini, vedo spesso abissi: nel cielo, nel mare, nei palazzi.

IB: E l’ambiente inteso in senso ecologico e ambientalista, ti preoccupa? Come vivi i costanti allarmi sulla situazione irrevocabile di crisi in cui è entrato il nostro pianeta?

FF: Ma che scherzo è ? Siamo nel bel mezzo di cruciali questioni sui diritti, sulle libertà, sulle differenze, sulle identità, sui bisogni, insomma stiamo discutendo con urla e spintoni nella nostra aula magna di cose essenziali per noi e il custode ci viene a dire che fuori si sta allagando tutto! Ma no, non è possibile! Proprio adesso!

2007