Domani, a Palermo #13 – Milena Muzquiz

Mentr’io penso tu vediti questo

October 28th – December 1st 2010
curated by Laura Barreca e Francesco Pantaleone
Galleria Francesco Pantaleone Arte Contemporanea – Palermo

Milena Muzquiz was born in Tijuana and now lives between Los Angeles and Palermo. She is one half of music/art collaboration Los Super Elegantes and individually develops her own art that embodies an eclectic combinations between visual art, music and theatricality. With Los Super Elegantes she goes through the international scenes with an original, lo-fi, punk-psychedelic and sensual style. Her visual work, as defined on Centre for the aesthetic Revolution, is a meta collage of forms, formats and references, portrays and deconstructs contemporary culture, aesthetic relations and human existence.

For the first time in Italy she exhibits in a solo show at Francesco Pantaleone Gallery. In this occasion a group of works related to a one year long project in Palermo will be shown. Some pictures of this are published here below.

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Press Release (only italian version)

Alla sua prima personale italiana Milena Muzquiz presenta un nucleo di opere riunite per la prima volta in un progetto condotto nel corso dell’ultimo anno a Palermo. Nota internazionalmente per le sue performance musicali con Martiniano Lopez-Crozet, insieme Los Super Elegantes, Milena Muzquiz incarna una combinazione di arte visuale e teatralità, si muove sul labile confine tra il mondo dell’arte e l’universo musicale. Lei danza e marcia seducente sul palco, sostenuta da ritmi disco-pop, Martiniano si improvvisa amante, combattente, controparte di azioni teatrali musicate in salsa punk-psichedelica, quasi neo-dadaista. Insieme sono il duo, che con uno stile deliberatamente amatoriale e low-fi, solcano le scene internazionali già da diversi anni, esibendosi in numerose occasioni, dall’Hammer Museum di Los Angeles, alla Biennale del Whitney Museum di New York, dai progetti speciali con Assume Vivid Astro Focus, alla Fiera Frieze di Londra.

Proprio per il suo eclettismo, l’opera di Milena Muzquiz non rientra nelle categorie estetiche tradizionali, sfugge a classificazioni e vincoli di forme e contenuti, mostra un’attitudine che si identifica nel gesto performativo, nel travestimento volutamente amatoriale, in un genere musicale pop che diventa territorio e strumento di comunicazione diretta con un largo pubblico, ma anche nella creazione di opere diverse per tecnica e linguaggio. Da questi contorni è possibile tracciare i modi di una ricerca maturata negli anni scrivendo testi, mettendo in scena storie, improvvisazioni, realizzando sculture, oggetti, scenografie per le proprie performance musicali, ma anche abiti eccentrici e maschere da indossare come in un tableaux vivant. Le storie individuali spesso si fondono con l’esistenza che un artista conduce, così anche il recente trasferimento a Palermo sortisce inevitabili esiti nell’identità artistica dell’artista di origini messicane. Rendere visibile la molteplicità di suggestioni realmente vissute, come di quelle anche solo immaginate, è l’esperienza compiuta nella mostra Mentr’io penso tu vediti questo, una sorta di manifesto, ovvero l’espressione attraverso cui si riconduce la produzione di una serie di sculture, oggetti, installazioni a parete raccolti in due ambienti, tra loro uniti dal suono di sottofondo dei brani musicali scritti e interpretati dalla voce vibrante dell’artista. A loro volta le tracce audio sono registrate su un brusio ambientale, come i rumori della strada rapiscono la nostra attenzione conducendoci a brevi momenti di stordimento, oppure come il performer sul palco sente di non essere solo, abbracciato dal vocio del pubblico.

Nel progetto pensato per Domani, a Palermo coesistono diversi livelli di lettura, dal riferimento all’opera di uno dei maestri dell’arte concettuale italiana, alla riflessione più lievemente personale, ma anche ad una presa di posizione di natura politica, come ulteriore atto di un’estrema e originale libertà espressiva. Tra questi riferimenti, l’omaggio all’opera di De Dominicis, al concetto di invisibilità e di intangibilità, declinato nell’arco di tutta l’esperienza artistica dell’artista marchigiano. In Questa è un’opera di De Dominicis, con lapalissiana evidenza Milena Muzquiz trasforma installazione a parete di lettere in ceramica nella macroscopica didascalia del re-nactment di Statua, l’opera che Gino De Dominicis espone nel 1979 a Roma, insieme ad altre dieci sculture tutte in posizione verticale, le quali si manifestano solo attraverso delle “tracce”: un cappello e un paio di scarpe. Così Milena Muzquiz riafferma la libertà poetica della citazione, di riformare il tema dell’assenza e dell’invisibile come memoria e come presente continuo, mettendo in scena proprio gli indizi di qualcos’altro, o di qualcun’altro. Il tema del ricordo si ritrova nella scultura Memoria di una notte alcolica, un macigno di natura magmatica dalla superficie cangiante, un concentrato di impulsi, emozioni, ricordi che riaffiorano in una forma astratta e dichiaratamente anti-estetica, la cui base è invece un oggetto post-moderno e decisamente pop. Trovato in fondo al mare è una scultura in ceramica, ricoperta di spoglie di crostacei, conchiglie, piccoli oggetti accumulati a formare un totem, o qualcosa simile ad un prodigioso ziqqurat riemerso dalle profondità marine. Un’estetica fantasmagorica, kitsch, come in certe sculture del Barocco siciliano, sottende alla pratica della stratificazione, dell’assemblaggio, della libera composizione. Le opere di Milena Muzquiz, come i testi dei suoi brani musicali, si accompagnano a testi scritti e posizionati alla base delle sculture, sulle pareti, sul pavimento, intorno allo spazio che ospita le opere e le parole. In una teca visibile da entrambi i lati, un abito per bambini ricamato dall’artista, è una dichiarazione metaforica a vivere e a lasciar vivere senza condizionamenti, con il medesimo atteggiamento con cui l’artista spesso ritorna ad affermare la libertà di creare. L’opera si chiama Liberate i vostri bimbi ed è dedicata al piccolo Leone, e all’esperienza della maternità vissuta in prima persona dall’artista, come fonte di riflessione sull’equilibrio tra madre e figlio, e più ampiamente tra gli individui e le convenzioni che ne regolano le relazioni. Infine, l’invito a stampa per una “piece teatrale per sedie vuote” si risolve in una boutade, un’azione interrotta, dove le sedie di una possibile azione  rimangono irrimediabilmente inadoperate, poiché il Io sono l’invito è una preghiera a non esserci, o forse meglio una preghiera e basta.

Laura Barreca

(photos by David Waddington)

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