5PW WARDROBE S/S 2010 @NERO HEADQUARTERS

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ON THE OCCASION OF THE LAUNCH OF 5PW WARDROBE

NERO MAGAZINE HEADQUARTERS 

ARE HOSTING THE PREVIEW PRESENTATION 

OF THE S/S 2010 COLLECTION

 

Monday, July 13, 2009

Lungotevere degli Artigiani 8/b

Rome

7:00 pm – 10:00 pm

 

For this occasion, NERO and 5PW WARDROBE will present a series of a collaborative limited edition t-shirts.

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ADAM KIMMEL/GERARD MALANGA

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Adam Kimmel per presentare la sua nuova collezione ne ha pensata un’altra delle sue. Dopo il fantastico video diretto da Ari Marcopolous, questa volta Adam si è affidato alla vecchia guardia: Gerard Malanga. Scrittore, fotografo e braccio destro di Andy Warhol, per l’occasione Malanga ha deciso di creare una sorta di look book live. Ha chiesto alla gente più cool della scena newyorchese di posare davanti alla telecamera per circa 3 minuti senza parlare e in semi oscurità. I vestiti non si vedono, naturalmente. Sarebbe troppo banale. (llp)

DOV CHARNEY SUL CASO WOODY ALLEN

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Dichiarazione del 20 Maggio 2008 di Dov Charney (CEO di American Apparel).


Oggi la denuncia esposta da Woody Allen contro American Apparel sarà conclusa. Il signor Allen riceverà un pagamento di 5 milioni di dollari. La maggior parte di questa cifra sarà versata dalla nostra compagnia assicurativa che è responsabile della decisione di  sciogliere il caso e ha controllato la difesa fin dall’inizio del caso stesso. Da parte nostra coesistono il sollievo di non dover affrontare un processo e al contempo un senso di rimorso e tristezza per non  avere l’opportunità di dibattere un punto fondamentale riguardante il Primo Emendamento, in particolare la libertà di un individuo o corporazione di esprimere l’apprezzamento nei confronti di una figura pubblica per mezzo di un messaggio satirico e sociale.
A prescindere da tutto, ritengo che il caso sia stato interessante. Come ha spiegato uno dei miei legali, Adam Levin , “Il buon senso  ci dice che il cartellone pubblicitario in questione non è semplice pubblicità”. Dal punto di vista legale, non viene suggerita transazione commerciale alcuna: non vengono esposti o descritti prodotti, né tantomeno menzionati prezzi. Infatti, il cartellone ritrae il primo piano di un Ebreo Ortodosso che indossa un cappello nero e uniforme tipica del suo gruppo religioso – capi non acquistabili nei negozi American Apparel. Il messaggio impresso sul cartellone, inoltre, non è di carattere commerciale, ma un testo in Yiddish che identifica Allen come “L’Alto Rabbino”. In conclusione, nonostante il cartellone abbia un doppio scopo, commerciale da un lato e di mezzo d’espressione dall’altro, il contenuto del Primo Emendamento resta comunque applicabile perché i due elementi sopra citati  sono “inestricabilmente interconnessi”. La decisione della Corte d’Appello degli Stati Uniti d’America del “ninth circuit” nel processo Hoffman v. Capital City/ABC (per saperne di più: http://www.altlaw.org/v1/cases/1610780) chiarisce abbondantemente che anche in quella situazione il caso fosse protetto dal Primo Emendamento.
Nelle ultime settimane non ho avuto modo di commentare liberamente sul cartellone in questione visto che tutte le mie dichiarazioni dovevano essere approvate dalla compagnia assicurativa. A questo punto, a caso concluso, sono libero di dire tutto ciò che ho da dire in merito.Segue  una dichiarazione che ho scritto per spiegare la mia posizione in questo scandalo. L’ho scritta prima della conclusione del caso, e la pubblico ora perché voglio che tutti conoscano le mie motivazioni e i miei veri stati d’animo.

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Never Stop with Rita Ackermann for Kai Kuhne by Marcelo Krasilcic

Presentare le collezioni con un video è orami una moda assodata (vedi Adam Kimmel/Ari Marcopolous). Questo che vedete è il videoclip realizzato dal fotografo Marcelo Krasilcic, già collaboratore di Butt e altre riviste gaie,  per la campagna dello stilista di base a New York Kai Kuhne. La musa non poteva non essere un’artista. E chi meglio di Rita Ackermann? (llp)

FAKE HUNTER

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Nella moda, ma non solo, ci sono le cose vere, le cose false e i cosiddetti succedanei. Dei primi si va fieri, dei secondi si tace, dei terzi ci si vergogna, almeno nella fase pre-adolescenziale. Io, per una strana forma di educazione etica, sono cresciuto con l’idea che il succedaneo fosse per certi versi più dignitoso dell’orignale. La ragione era: perché pagare cinque volte tanto una cosa identica ad un altra solo perché ha la marca sul petto? Un ragionamento a modo suo coerente e anti-brand, che però non tiene conto dei traumi che genera in un preadolescente che negli anni ’80 voleva la cinta del Charro solo perché era del Charro. I falsi, bistrattati da tutti, mi si rivelano oggi come la soluzione definitiva. Funzionano su due livelli: costano poco ma sono ‘di marca’. Etica socio-economica mantenuta e traumi rimossi. Fake Hunter è un blog che raccoglie decine di esempi di confronto diretto tra i falsi e gli originali, con una profondità di analisi estetica degna del miglior Argan storico dell’arte. La cosa divertente, alla fine, è che per certi versi i dettagli dei fake sono anche più belli di quelli originali. (vm)

Yves Sain Laurent

Hanno appena battuto all’asta la sua fantastica collezione e, inevitabilmente, è stato un grande show. Pierre Bergé, suo compagno e manager, ha reso omaggio al suo adorato Yves in questo modo. Grand Palais, file interminabili, pagine su tutti i giornali del mondo. Se volete scoprire anche il lato più intimo del grande stilista, guardate questo documentario. Dopo averlo visto, lo amerete ancora di più. Il finale è quasi epico. In occasione della chiusura della sua ultima collezione, Yves, profondamente malato, tiene a stento il microfono in mano e pronuncia queste poche parole: “Nelle mie collezioni credo di essere riuscito a esprimere ciò che per me è più prezioso: l’amore di una donna” (llp)